MARIO APPELIUS.
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ASIA GIALLA.
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GIAVA, BORNEO, INDOCINA, ANNAM, CAMBODGE, LAOS, TONKINO, MACAO con 60 illustrazioni.
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Parte 1.
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1926. TIPOLITOGRAFIA TERRAGNI & CALEGARI, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Indice di questa parte.
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Dedica.
Batavia.
Aristocrazia coloniale.
Tra i vulcani.
Il "Lago bianco".
Il tempio di Borobodor.
Alla Corte di Soerakarta.
Danze e amori d'Asia.
Vita di piantatori.
Montanari Teng.
Fantasmi d'una notte equatoriale.
Un tifone fra Borneo e Celebes.
In un villaggio "Daiak".
Caccia all'Orang-Utang.
Dal Borneo a Saigon.
Una porta dell'Asia: Saigon.
Il "Pericolo giallo".
Fumerie d'oppio.
Confidenze di fumatori.
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Fine indice.
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DEDICA:
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ALLA MEMORIA DELLE CAMICE NERE, CADUTE NEL SOLCO DELLA GLORIA DELLA RIVOLUZIONE FASCISTA PER FARE GRANDE L'ITALIA, CON PROFONDA UMILT.
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L'Autore.
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Saigon, Gennaio 1926
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Batavia.
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WELTEVREDEN, 14 gennaio.
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Il lavaggio della "passeggiata" mi sveglia con uno spruzzo di pulviscolo fresco nella sedia a sdraio, in cui mi sono addormentato senza volerlo stanotte, dopo aver ammirato per ore ed ore una indescrivibile notte di fosforescenza nel mar della Sonda.
Bench sia appena mattino, il sole  gi alto sull'orizzonte ed ha incominciato il quotidiano, silenzioso bombardamento dell'Equatore. Mare calmo, piatto, incandescente; cielo di cristallo, quasi incolore per la troppa luce; aria tiepida, dolcissima, piena di carezze e di profumi.
Ancora deserti i ponti di classe; quattro inglesi in pigiama di seta cruda che vanno avanti indietro a passo di ginnastica; tutto sveglio invece il ponte di coperta con un formicolio di malesi e di celesti. Sulla soglia della cambusa il nostromo sorseggia il caff. Due sguatteri spennano galline.
Un gran barbaglio d'argento tremola sull'acqua chiara in direzione del sole. Uccellacci bianchi svolazzano sullo smeraldo pallido del mare. Un salvagente galleggiante fa pensare a tante cose....
Dove stanno guardando gli ufficiali coi binocoli mi par d'intravedere ad occhio nudo una macchia scura, come una pennellata opaca sul cristallo.
- Cos'? - chiedo ad un marinaio che passa coi pennelli ed un bidone di pittura.
- Giava!
La parola magica empie per me di fascino esotico l'orizzonte acceso. Quante volte ho desiderato questo giorno! Quante volte ho sognato d'arrivare cos, in un mattino di sole, all'isola incantata! Quante volte, leggendo un libro di Kipling, di Conrad, o di Coscience, ho socchiuso gli occhi per ascoltare dentro di me il sussurro immaginario della lontanissima jungla!
The air most sweet, fertile the isle....
Pian piano, dov'era la macchia opaca, due monti precisano la loro sagoma violetta, due monti impennacchiati, con un non so che di Vesuvio nella forma conica e tronca delle cime.
- Giava? - ridomando ad un ufficiale, pel piacere di sentir ripetere la bella parola.
- S, ecco il Slak ed il Ghede, i primi vulcani dell'isola. Fra due ore s' in porto.
I due monti sono come campati in aria, coi coni nettamente delineati nel grande ardore del cielo, scuri, precisi, come intagliati nel bagliore, mentre le basi non si vedono, nascoste dai vapori rosati del mattino. E questi due cappucci di montagna, sospesi nello spazio, col mistero dell'isola invisibile, sembrano un fantastico baldacchino sotto il quale si nascondano mille promesse.
Il tempo di scendere in cabina per chiudere alla svelta le valigie e rieccomi sul ponte. La sirena saluta la terra di Giava che s'avvicina... una fuga di palme-cocco su una spiaggia bassa, quasi a fior d'acqua, due giganteschi bracci di scogliera artificiali che s'inoltrano in mare oltre un chilometro dalla costa. Ed imbocchiamo l'avamporto di Batavia, formidabile opera dell'ingegneria olandese, alla quale valenti tecnici italiani e magnifici operai nostri apportarono, per poco pane, il contributo della loro insuperabile maestria, come ad Alessandria, come a Rio de Janeiro, come a Capo di Buona Speranza, come a Sidney, come in tanti e tanti altri porti dei cinque continenti.
Veramente la Patria dovrebbe illustrare in un'opera monumentale tutte le maggiori affermazioni del lavoro italiano nel mondo, prima che il tempo ne cancelli il ricordo. Un volume di cos alto interesse nazionale, edito dallo Stato, in una veste tipografica degna delle tradizioni italiche, dovrebbe essere regalato dall'Italia imperiale a tutte le maggiori biblioteche del mondo, affinch resti immortalata ed inoppugnabilmente documentata per gli studi storici dell'avvenire, la nazionalit degli ingegneri che hanno concepito e degli artefici che hanno eseguito, in tutte le terre ed in tutti i mari, tanti ciclopici monumenti della civilt moderna.  probabile altrimenti che i posteri ricorderanno solamente l'ardua fatica di chi ha dato ad una Banca l'ordine di pagare!

Il vecchio porto di Batavia, costruito dagli olandesi nel 1600,  ora riservato alle giunche celesti ed alle barche indigene, a causa del continuo interro dei fondali per i forti detriti alluvionali dell'isola. La stessa Batavia, che era stata edificata in origine sul mare, ne dista, attualmente circa un chilometro e la terra continua ad avanzare sensibilmente d'anno in anno. Dal nuovo porto - il Tangiong Priok - alla citt, vi sono circa tre leghe. Una bella strada automobilistica ed un eccellente servizio ferroviario disimpegnano il traffico intenso fra i moli e la capitale.
Dogana cortesissima e spicciativa, la pi compita del mondo.
Ancora non si sono perse di vista dal finestrino del treno le alberature delle navi, che gi l'isola magnifica offre al viaggiatore un piccolo saggio della sua equatoriale opulenza. Il convoglio corre per tre chilometri in mezzo ad una meravigliosa serra di palme, di fenici, di cocchi, di guttaperche, di banani, tutta una gran magnificenza verde da far impallidire il ricordo di Ceylan. Fiori e fiori, a mazzi, a cespi, a ciuffi, a pergolati, a tappeti. E nel fogliame trasvolano svelti colonnati di verande, occhieggiano villette nane, sorridono tetti ricurvi, fasciati di porcellana.  un incanto, ma s'ha appena il tempo di guardare, che gi il vagone  sotto la tettoia di Riskiw.
Quando s' fuori della stazione, si cerca la citt che non c'. Verde e verde. Ancora piante, aiuole e giardini. L'automobile del Grand Htel des lndes fila in mezzo ad un altro parco. Invece di case, alberi; invece di strade, vialoni; invece di magazzini, chioschi di foglie. Ma dov' Batavia?
Il mio vicino - scialbo biondone biancovestito - mi risponde con un sorriso dei denti d'oro:
- Diesen ist Batavia, Konigin van het Osten!
Questa  Batavia, regina dell'Oriente!
E si frega le mani, evidentemente divertito della nostra meraviglia.
Table d'hte equatoriale: uomini vestiti di tela bianca, signore.... svestite, con un minimo di mussola trasparente. Fa caldo a Batavia ed il bel sesso ne approfitta per ridurre il metraggio dei tessuti. Servi malesi che non capiscono nessuna lingua, eccettuata la loro, femminei, scalzi, con un sorrisetto a molla meccanica che continuamente scatta sotto il naso appiattito; direttore di sala europeo che ha l'aria di conoscere tutte le lingue, ma che tradisce l'idioma fondamentale con un "accidenti!" che  uno schiocco di Trastevere.
Seduto al mio posto, aspetto che arrivino gli immancabili antipasti di tutti gli alberghi dell'universo. Il menu in olando-giavanese  muto per me come un geroglifico faraonico. Per leggo in caratteri a macchina tanto di Ristaffel e traduco per conto mio "antipasti", a meno che non voglia dire "buon appetito".
Quando tutti sono a tavola il maestro batte con dignit due volte le mani e pronunzia solennemente: - Ristaffel, come dicesse: Arriva il Re! Ancora l'elle finale tremola su le sue labbra rasate d'olandese di Roma, che da una porta laterale sbucano di volata, uno dietro l'altro, a dir poco una trentina di malesi in tunica bianca, ognuno con un'enorme ciotola di riso fumante, che depongono innanzi ad ogni convitato. Poi scompaiono, per riapparire un secondo dopo, con una dozzina di piattelli, e via di nuovo di corsa, e dentro di nuovo con altri piattelli, e cos cinque o sei volte, a passo di bersagliere, finch tutta la mia porzione di tovaglia e quella dei miei compagni di ristaffel  tappezzata da una moltitudine di piattini e tazzerelle che fanno cerchio intorno al monumento del riso, come microscopiche pagode intorno al cupolone d'un gran tempio buddista.
Faccio cos conoscenza col ristaffel, piatto forte dell'isola di Giava.
Osservo dinanzi a me una non languida matrona che ha l'aria d'essere esperta in materia e faccio come lei. Incominciamo col riempire il piatto di riso, poi s'inizia la pizzicatura dei piattelli. Dio, che pasticcio! Gi un'ala di pollo, due sottaceti, un radicchio, diverse conserve di frutta, mezzo uovo sodo, banane fritte, fegatini di chiss che provenienza, polpette non meglio identificate, foglie verdi, cetrioli, una fetta di limone, due di cocomero, una salsa grigia, un impiastro rosso, una broda gialla, un cerotto nero, due pescetti salati, un altro pescetto che  morto di convulsione, un cucchiaio di farina e ancora, ancora... poi una gran rimescolata e s'assaggia. Mica cattiva, come porcheria!
Dopo il ristaffel, frutta e v'assicuro che ce n' d'avanzo. Non pere, n mele, n aranci; tutto un cesto di grazia di Dio equatoriale: ananas, lamunte, che sono cocomerini scarlatti con la polpa fitta e la buccia spinosa, duk, che hanno l'aria di susine e sapore d'aranci, manghi alla trementina, mangostani alla china Migone, rambotani al dentifricio, viringhe, con un profumo acutissimo di gelsomini ed un saporino acidulo di nespola, papaje, cacciari, pamplemusy d'un bel violetto carnoso, sggli, che sanno di patata ed altre variet esotiche, tutte pi o meno mangiabili, alcune anche gustose, ma senza pericolo di concorrenza per l'incontestabile primato d'una nostra pesca maturata a puntino dal bel sole d'Italia.
Anche il caff  discutibile: tre cucchiaini d'essenza concentrata, in una mezza chicchera di panna. Buono, ma preferisco il moka alla turca.
Fatta cos amicizia con l'alimentazione olando-giavanese, s'esce alla ricerca della citt. Il pus-pus a trazione umana non esiste a Giava. Bench gli indigeni disimpegnino l'ufficio di uomo-cavallo in tutte le colonie europee d'Estremo Oriente, gli olandesi hanno proibito, nei loro possedimenti, questo sistema di locomozione, giudicandolo troppo degradante pel genere umano. Per essere in un paese colonizzato da una razza germanica - les barbares - la constatazione non  priva d'un certo piccante!
Il veicolo giavanese  il sado, parola che, tradotta letteralmente, significa "dorso contro dorso". S tratta infatti d'un biroccio tirato da piccoli poney con due sediolini messi schiena contro schiena. Quando s' in due, ci si d le spalle e s'ammortiscono fraternamente gli scossoni.
Il romano di Batavia mi schizza una carta topografica all'italiana, che vale tutte le guide:
- Veda, di qua si va alla vecchia Batavia, di l alla nuova; questo  il centro della citt e si chiama Weltevreden. T alle quattro, pranzo alle nove. Le far dare una delle camere verso nord, che sono pi fresche. Stia tranquillo, penser io a tutto, doccia, ventilatore, la moglie....
- Come sarebbe a dire la, moglie?
- S, s, vedr stasera, sar contentissimo.
- Dica....  compresa nel prezzo?
- Naturalmente. Buona passeggiata!

Mentre il sado infila al trotto serrato dei piccoli cavalli malesi, un bel viale di tamarindi, non posso trattenermi dal pensare un istante alla "moglie" giavanese che stasera aspetter nella mia stanza il ritorno del suo signore. C' da avere delle brutte sorprese! In ogni modo non m'aspettavo dagli olandesi, protestanti, non conformisti, puritani, la trovata parigina della pensione completa.
Il quartiere di Weltevreden (la pace del mondo)  il centro di Batavia, ma non vi sono n strade n palazzi.  una foresta equatoriale di palme, di banani e di tamarindi, intersecata da placidi canali e da lunghi viali pieni d'ombra, con qua e l un padiglione rannicchiato in mezzo al verde, un pezzo di casa che fa capolino tra gli alberi, un tetto a punta che si vede e non si vede nel fogliame. La piazza reale, Konigsplein,  un immenso prato di cento ettari, bordato di giganteschi varinghi d'alto fusto, i quali danno l'impressione d'un giardino pensile costruito su alberi di piroscafo.
Tutte le abitazioni della capitale sono a pian terreno, precauzione utilissima per il caldo, ma ancor pi per i terremoti che scuotono con frequenza il sottosuolo di Giava. Centocinquantamila abitanti popolano Batavia, ma non si vedono. Col sistema d'una piccola casa fornita di un grande giardino, le distanze sono naturalmente enormi. Dalla vecchia Batavia al quartiere signorile di Cornelis, vi sono ben diciotto chilometri.
Nella piazza di Waterloo, altro gigantesco prato, sorge il palazzo del Governo, costruito da un architetto veneziano all'epoca del famoso maresciallo Daendel, che  come il lord Kitchener degli olandesi. Una colonna, con un modesto leone, ricorda ai malesi di Giava il crollo del grande Italiano che fu imperatore dei francesi.
Un tram elettrico a carrozze distinte per nazionalit (bianchi, cinesi ed indigeni), conduce in mezz'ora da Weltevreden alla vecchia Batavia, il che  come dire dall'Equatore al Mare del Nord. La magnificenza del parco equinoziale di Weltevreden, lo splendore tropicale delle avenues fiancheggiate d'alte palme e di maestosi fichi babilonici, con ogni tanto la mole gigantesca d'una varinga dai cento tronchi, la grazia suggestiva, delle strade minori incassate in mezzo al verde ed ai fiori, tutta la spettacolosa opulenza di questo giardino incantato dell'Asia ardente, nel quale letteralmente scompare la capitale dell'impero olandese delle Indie coi suoi centocinquantamila abitanti, fanno parere ancor pi triste e pi nordica la vecchia Batavia del 1600.
Quando il tram arriva all'Herengracht, l'occhio non crede a s stesso, tanto  fuori posto questa piccola Amsterdam dell'Equatore, con le sue case olandesi addossate una all'altra, colla sua fisonomia di ghetto, coi palazzotti settecenteschi, le mura feudali, i ponti levatoi, i fossati, i merli, la torre dell'orologio e la porta del castllo. Melanconici canali specchiano, nella loro chiarezza senz'ombra, questo paradossale scenario di un mondo lontano. Certe strade fanno pensare ad una Venezia di cartapesta, costruita da gente di cattivo gusto per un'esposizione europea di macchine agricole in Estremo Oriente.
Intorno agli avanzi secolari del castello stanno umilmente accovacciati vecchi cannoni portoghesi e britannici, conquistati dai soldati della Compagnia delle Indie in lontane battaglie. Palazzi, che furono splendide dimore di capitani e d'ammiragli, sono ora adibiti ad uffici o depositi della Handelmatchappy. L'occhio rileva sui muri traccie di stemmi e scudi gentilizi, avanzi di dorature, impronte di bassorilievi, mezz'aquila, un giglio, una barbuta da cavaliere, un rostro di galeone, un'insegna di scabino: grandezza e decadenza delle cose! In questi ambienti, nei quali un tempo brillava il fasto coloniale degli statolder, sono ora ammucchiati i sacchi di riso, di zucchero e di t dei cresi internazionali di Weltevreden.
Una cancellata di ferro circonda la microscopica chiesa dello Stadskerk, quasi a proteggerla dall'ingiuria inesorabile degli anni, la prima chiesa di Batavia, tutta piena di trofei guerreschi e di voti di mare come un reliquiario di battaglie e di naufragi.
Poco distante, un'epigrafe di marmo, sormontata da una testa mozza, ricorda il tradimento di Pietro Eberfeld, olandese, che, d'accordo coi mussulmani fanatici dell'isola, complott nel 1722 una specie di notte di San Bartolomeo, nella quale dovevano essere trucidati tutti gli europei. Ma una fanciulla giavanese che amava un ufficiale del castello, avvert il suo amante. Il piccolo gesto d'amore, degno d'un canto pucciniano, salv l'impero olandese delle Indie. Eberfeld fu torturato per tre giorni e per tre notti sulla pubblica piazza, le sue carni furono strappate a brandelli con tenaglie infuocate e la testa, inchiodata sul frontone della chiesa, fu lasciata in ludibrio ai falchi del mare perch "il cervello che aveva concepito il tradimento contro la Patria, non potesse dissolversi nel grembo della madre terra".
Il guardiano meticcio che rievoca per me il fosco episodio di storia coloniale, ha imparato evidentemente a memoria la filastrocca e la chiusa. Io penso alla mescolanza del sangue ed all'ironia del destino che affida a questo vecchio malese la quotidiana condanna della rivolta con cui i suoi padri tentarono assicurargli la libert.
Subito dopo la vecchia citt olandese, incomincia il "Kampong Tin" quartiere cinese, nel quale sono agglomerati quarantamila sudditi della Repubblica Celeste. Cambiamento di scenario a vista. Siamo a Canton: magazzini dorati, draghi, Buddha, facciate di porcellana, tetti a gondola, brulicho chiassoso di gialli, birocci e venditori ambulanti, parasoli, ventagli, marionette di cartapecora, bambole di cera, la Cina!
Quando dagli arroyo cinesi s'entra nel quartiere malese, altro cambiamento di scenario: palizzate di stuoie, caserelle di bamb col tetto di stoppia, banani, tamarindi, palme-cocco, una folla silenziosa, umile e seminuda, nella quale sono mescolate tutte le razze dell'isola e dell'arcipelago: forse tutte le stirpi dell'Asia calda.
In mezzo alla grande miseria dei corpi umani ed agli aborti dell'incrocio equatoriale, ogni tanto una porta di graticci incornicia una bellezza superba, magnifico fiore di chiss quali complicati innesti. Il "sarrong" a colori vivaci serrato alla vita, modella un corpo felino, una mussola bianca inguanta il torso, lascia nude le spalle, comprime l'impeto del seno. L'opaco della pelle ricorda il velluto di certe pesche. Negli occhi neri, grandi, cerchiati di malva, la mansueta dolcezza dell'antilope si fonde stranamente col tagliente metallico delle iridi della tigre.
In fondo al villaggio malese un intraprendente suddito del mikado ha sfruttato un rialzo del terreno per un tea-room ad uso dei touristes. Sui pavimenti di porcellana rossa le stuoie di cocco mettono una nota di freschezza. L'occhio spazia sul mare di Giava indorato dal tramonto. I lunghi moli dell'avamporto sembrano tentacoli d'un grande polipo grigio protesi verso l'infinito marino, a ghermire le navi che passano.
Solo la vecchia Batavia del 1600 profila la sua cartolina illustrata di piccola Amsterdam nello sfondo luminoso. La nuova Batavia, Weltevreden, Riskiw, Norwik, Cornelis, il quartiere cinese, il "kampong" malese, tutto il resto insomma della capitale,  invisibile, nascosto dall'immenso tappeto verde. Piazza del Re e Piazza di Waterloo, coi loro prati, paiono, di lontano, le rovine di due incendi nella foresta vergine.
Il vento che spira dal largo a soffi placidi e regolari, agita l'immensit verde.  tutto un ondular di cimieri e di piumaggi vegetali. Quando il soffio  pi forte, un principio di rivoluzione sconvolge il mondo delle foglie, poi il grande fremito s'acqueta ed il ritmo ondeggiante riprende la sua maestosa cadenza.
L'atmosfera  velata dai vapori che salgono dalla terra umida e potente, quotidianamente fecondata da violenti temporali, perennemente bruciata da un sole d'inferno, arsa nelle sue viscere profonde dal fuoco misterioso di cinquanta vulcani attivi e di cento crateri spenti.
Il sole, morendo, mitraglia il mare, la citt-foresta, i monti, i coni tragici del Slak e del Ghede.
Non s'ha coraggio di andar via, tanto l'agonia del giorno equatoriale  piena d'incanto. Si segue il lento infittirsi del crepuscolo che pian piano appanna la visione, il progressivo venir della notte che avanza dalle lontananze del mare e scende dalle voragini del cielo, l'accensione magica del firmamento con la Gran Croce del Sud, l'apparire dei lumi di Batavia che si accendono in mezzo agli alberi celati dal fogliame come palloni veneziani di carta e lampade cinesi di seta.
L'aria  dolce assai, tiepida, profumata, tutta carezze....

Sono le dieci quando ritorno all'albergo. Il boy malese m'attende sulla soglia della stanza. Cerco subito con gli occhi la compagna della notte, ma oltre al letto e la zanzariera, non vedo altro.
Domando notizie di mia "moglie" al giallo, in inglese, in francese. Il boy non capisce. Ricorro al dizionario olandese tascabile.  tempo perso, il ragazzo non sa che il malese.
Corro nell'atrio in cerca dell'amico romano.
- Dica, non trovo la "moglie".
- Impossibile, l'ho vista mettere io stesso a letto!
- Allora  scappata....
Due minuti dopo l'incidente  chiuso. Sapete un po' che cosa intendono per dutch wife (moglie olandese) questi burloni di Nederlandia? Un lungo cuscino, confezionato come un budello, col quale a Batavia ed in tutte le citt della Sonda si dorme abbracciati per evitare alle braccia e alle gambe il contatto della pelle madida di sudore e relative complicazioni dell'epidermide.
Anch'io mi rassegno a stringere fra le braccia questo materasso-burattino, ma sono sicuro che durante la notte mi perseguiteranno in sogno i grandi occhi cerchiati di malva delle belle giavanesi del "Kampong-mal".




Aristocrazia coloniale

BUITENZORG, 22 gennaio.

Cinquanta chilometri di strada ferrata separano Batavia da Buitenzorg, dove risiede il Governatore Generale delle Indie Olandesi, il quale esercita la sua sovranit non solamente sull'isola di Giava, ma anche su Sumatra, su tre quarti di Borneo, Celebes, Sumbava, Kupang, le Molucche, l'arcipelago di Banda, le isole di Sud-Owest, Tenimber, tutto un blocco d'importanti e ricchissimi possedimenti coloniali di cui Giava  il centro burocratico, economico e politico.
Gli olandesi sono giustamente orgogliosi del loro dominio d'oltre mare che la piccola madre patria seppe crearsi nel periodo delle prime avventurose conquiste coloniali e che ha saputo poi difendere con tenace accortezza in mezzo alle burrasche europee contro gli appetiti britannici, francesi e tedeschi.
Giava stessa, strappata all'Olanda nel 1811 dagli inglesi, le fu restituita dopo Waterloo in segno di riconoscenza per l'aiuto contro Napoleone. Erano quelli gli anni tragici dell'implacabile duello fra il gigante di Ajaccio ed il leone britannico. Londra, assorbita dalle vicende del titanico scontro, non s'era resa conto, durante i cinque anni di permanenza a Giava, del reale valore economico e politico della grande isola australe che restava all'Olanda. Solo pi tardi gli economisti inglesi riconobbero lo sbaglio di aver ceduto senza necessit "la pi bella colonia del mondo". Per una volta che gli inglesi sono stati generosi, hanno dovuto poi pentirsene!
In Italia molti non si rendono esattamente conto della vastit territoriale e della potenza economica dell'impero coloniale neerlandese, grande sessantasette volte l'Olanda, che coi suoi cinquanta milioni di sudditi in continuo aumento e le sue formidabili ricchezze pone l'Olanda al terzo posto fra le grandi potenze coloniali, subito dopo l'Inghilterra e la Francia, prima dell'Italia, del Portogallo e del Giappone. Le statistiche fissano a ben sedici miliardi il commercio delle Indie Olandesi ed a oltre cinque miliardi il bilancio interno della colonia.
Durante la conflagrazione europea l'Olanda, presa fra due fuochi, sollecitata ad entrare nella mischia dall'Inghilterra e dalla Germania che mal celavano entrambe la loro ingordigia per la perla dell'Insulinda, seppe barcamenarsi, con l'abituale abilit batava, fra i due gruppi belligeranti, dando un colpo alla botte ed uno al cerchio. Se noi italiani, impegnati a fondo nella ciclopica partita senza riserve con tutte le nostre risorse spirituali e materiali, abbiamo subito le conseguenze indirette dell'attivit commerciale olandese, non possiamo fare a meno di riconoscere che la situazione dell'Olanda era straordinariamente difficile, fra l'Inghilterra che ne dominava le colonie e la Germania che poteva invaderne il territorio nazionale. Certi retroscena del contrabbando olandese di guerra sono straordinariamente romanzeschi ed istruttivi. L'intervento degli Stati Uniti a fianco degli Alleati, costitu per l'Olanda una buona garanzia contro eventuali complicazioni dell'appetito britannico, in quanto fino alla dichiarazione di guerra della Casa Bianca, il contrabbando via Olanda fu in notevole parte esercitato appunto dai cittadini e dai capitali nord-americani, con la protezione ufficiale del Governo di Washington. Sono note in proposito le lunghe e complicate vertenze anglo-americane sull'interpretazione della libert dei mari, sull'applicazione del blocco e sul diritto di polizia oceanica.
Un nababbo armeno di Giava, uno dei colossi del commercio mondiale dello zucchero, m'ha fornito giusto ieri sul fantastico arricchimento degli Stati Uniti durante la guerra, particolari interessantissimi.

Il Governatore Generale delle Indie Olandesi ha scelto per residenza un orto botanico. Infatti il Palazzo del Governo sorge in mezzo al famoso S' Lands Plantetium, meraviglia delle meraviglie, che fa impallidire lo stesso ricordo del Perademja Garden di Ceylon. Se il palazzo di Sua Eccellenza, costretto dal regolamento contro i terremoti a contentarsi del solo pian terreno, non ha un aspetto molto imponente, nonostante un colonnato dorico e lo strappo d'un cupolotto centrale che ha l'aria d'un cappello d'arlecchino, la medesima Eccellenza pu vantarsi d'avere un parco quale nessun re al mondo possiede.
Cortesemente invitato per stasera dall'Ufficio politico come giornalista italiano di passaggio ad un ricevimento ufficiale del Governo, sono venuto a Buitenzorg di buona mattina per poter visitare il Plantetium in pieno giorno.
Son arrivato alla stazione sotto un furibondo temporale, scoppiato a mezza strada, quando nessuno se lo aspettava, com' consuetudine in questi paraggi. Buitenzorg, che  considerato uno dei luoghi pi salubri di Giava, deve questa sua caratteristica un po' allo splendido giardino, un po' alla sua situazione elevata (250 metri sul mare) e molto ai suoi temporali, che durante tutto l'anno, scrosciano regolarmente due o tre volte al giorno, con pioggia a cateratte. S'ha l'impressione del finimondo tanto piove a rovesci, con abbondanza di lampi, di tuoni e di saette, poi, d'un tratto, l'acqua cessa come se lass abbiano cessato di vuotare i catini dell'infinito, le nubi si lacerano, il sole irrompe nello squarcio a colpi di mitraglia, quattro sbuffi di vento spazzano le nubi ed il pi limpido degli azzurri equatoriali incanta l'orizzonte. Il potente sole dell'Equinozio asciuga rapidamente la terra e ricomincia a pompare furiosamente i vapori del suolo, preparando il materiale liquido e pirotecnico del successivo cataclisma. Frattanto l'aria s' rinfrescata, le strade si sono lavate e s'ha l'impressione d'essere sugli Appennini in uno scorcio di primavera.
Il secondo temporale della giornata m'ha sorpreso nel Plantetium. Ho avuto appena il tempo di rifugiarmi sotto un chiosco di propriet dei giardinieri, che  subito incominciata la grande sinfonia equatoriale degli elementi: prima due, tre colpi secchi sul fogliame come battute d'attacco d'una magica bacchetta direttoriale, poi il tambureggiamento delle goccie grosse e pesanti che via via s'infittisce, incalza, tempesta sullo sterminato mondo delle foglie, cadenzato dai tamburi maggiori dei tuoni che rombano senza requie; ogni tanto lo scroscio formidabile d'una saetta come una tonante gran cassa di "gong".
Sotto la violenza delle cateratte celesti, i grandi alberi curvano i loro caschi piumati, le palme annaspano con le braccia nel vento, pare che le varinghe dai cento tronchi puntino contro terra tutti i loro sostegni per resistere alla collera della bufera, i bamb giganti si piegano e si drizzano con schiocchi di frustata, mille briciole vegetali battagliano vertiginosamente nell'aria sconvolta, i rampicanti strappati dai tronchi roteano nel vuoto, si spiumano con un frullo di farfalloni verdi, scudisciano rabbiosamente i viali, finch s'incappiano ad un ramo, s'annodano, spariscono nell'ammasso vegetale. I lampi empiono di bagliori l'oceano di verdura.
Quando i tamburi hanno preso un'andatura frenetica, e tutti gli strumenti suonano la carica, quando le raffiche investono a tromba i viali e acciuffano i tronchi per le chiome, scuotendoli con furia dannata, e le saette folgorano, una dietro l'altra, con fragore di terremoto, la solita bacchetta magica d il segnale della fine. Il crescendo australe si spezza. I venti scompaiono. Ed esce il sole a liquidare l'orchestra!
Il Plantetium si mostra allora in tutta la sua magnificenza, irrorato di diamanti. Nel cielo l'arcobaleno sorride allo sgomento degli animali e degli uomini. Il mare ritira i tendoni grigi che nascondevano il suo immenso smeraldo. Il sereno dopo la tempesta  una festa dell'anima.
Il giardino di Buitenzorg ha il vantaggio, su tutti gli altri orti botanici del mondo, compresi i celeberrimi di Ceylon, di Singapore e di Cuba, di non essere troppo pettinato dalla mano dell'uomo. Se intorno al Palazzo del Governo le aiuole geometriche, i bossi squadrati, i praterelli tosati, gli alberi agghindati pel garden-party, i rampicanti sforbiciati come cartoni scenici, i rami costretti a far da ombrelli e le palme obbligate ad essere nane, forniscono alla foresta equatoriale di Buitenzorg il maquillage d'ordinanza di tutte le esposizioni botaniche del globo, appena ci si allontana cinquecento metri dal padiglione di Sua Eccellenza, la Natura riprende la sua libert d'azione e sfoggia con prodigalit sovrana la sua opulenza.
La feracit eccezionale di questa terra bruciata dall'ardore di cento vulcani, il formidabile mitragliamento del sole, le potenti inaffiate dell'Equinozio, danno vita ad una vegetazione di magnificenza superiore alla stessa flora spettacolosa delle foreste vergini del Madagascar. Non si sa se pi ammirare le dimensioni degli alberi o l'arditezza dei fusti o l'intensit decorativa del verde o la colorazione magnifica dei fiori, il groviglio mastodontico delle liane, il rosso sanguigno del suolo, la forza espansiva dei parassiti, gli arabeschi mirabili delle muffe sulle corteccie e sui muschi, i ricami delle resine e delle gomme che sprizzano dalle scorze a smaltare i rami e le foglie, il lavoro immane delle radici che sforacchiano la terra e popolano certi tratti di foresta, di polipi, di mostri e di serpi.
Ho la fortuna d'essere accompagnato da un funzionario del Servizio Botanico il quale  certamente dottissimo, ma limita l'intervento della sua sapienza a zero, lasciandomi ammirare e godere. Non speravo tanto quando ho visto il suo naso a polpetta e gli occhiali con le stanghette di tartaruga! Solo di quando in quando, dinanzi ad un gigante che sembra sostenere con le sue travate massiccie tutto un pezzo di bosco, o dinanzi ad un grande fiore di porcellana screziato coi colori dell'iride, faccio involontariamente appello alla scienza pel desiderio di dare un nome a quella bellezza, l'uomo mi risponde con due parole latine che carezzano dolcemente la mia anima italiana, quasi che la Natura, per bocca d'uno dei suoi sacerdoti, voglia dire che solo il linguaggio immortale di Roma  degno di tanta maest!
Abbondano soprattutto le palme: fusti lisci, fusti nodosi, fusti a scaglie, a squame, a bitorzoli: palmizi altissimi, completamente spogli, che si slanciano adusti e dritti come antenne d'acciaio e poi sbocciano in una corolla verde sotto la quale i grappoli scarlatti dei datteri sembrano mammelle sanguinolente, palme-fenici, col fusto scalettato e le fronde spioventi a giuoco d'acqua, palme di Cuba, palme nane del Giappone, palme a raggiera delle Filippine, palmizi smilzi delle Molucche col fusto largo verso la cima e affusolato alla base, palme-cocco, palme-sago, elais della Guinea, maurizie del Brasile, palme spinose, rampicanti, serpentine, tutte a nodi e legacci, palme-aeree coi mazzi delle noci, palme-spiga con le foglie a pannocchia ed una gran piuma bianca sulla punta, tutto un fantastico scenario di ventagli e parasoli equatoriali che ondeggia maestosamente al soffio placido del vento, con un ritmo sonante di risacca.
Le canne giavanesi, riunite a covoni dal capriccio delle liane, punteggiano di strani fasci littorii l'immensit verde. I bamb, allineati a filari paralleli con le lunghe foglie svolazzanti, sembrano formazioni di lancieri in agguato nella foresta. Qua e l il blocco vegetale s'allarga per lasciar posto ad una colossale varinga o ad un'enorme bania. Dove due giganti delle Canarie sono vicini, il tetto della foresta s'alza a cattedrale e la vegetazione lascia libero il vuoto di un tempio. Dai rami massicci precipitano agglomerazioni paurose di biscie, capigliature assalonniche di draghi, mandibole e tentacoli di medusa, a volte come un rovesciamento d'ossame marcio che resta sospeso nel vuoto con strane propaggini di fuliggine. Sono gli scherzi delle liane e delle muffe potenti dell'Insulinda.
La grandiosit della foresta di Buitenzorg supera qualsiasi descrizione, l dove venti bania moltiplicatori del Bengala (ficus religiosa) si sono sviluppati uno accanto all'altro. I loro rami-radice giunti al suolo vi si sono affondati e, trasformati cos in tronchi, hanno generato altri rami, i quali, compiendo il medesimo ciclo, sono diventati anch'essi fusti, per cui ogni albero ha cinquanta tronchi e venti alberi messi insieme formano un mausoleo babilonico di colonne, di piloni, di travate.
Tutta la parte bassa di questa basilica vegetale  nuda, scheletrica, senza foglie, con un non so che di metallo greggio nella rudezza delle scorze. In cima alle colonne sta l'ammasso del fogliame, carico d'ombra, come un bosco aereo sostenuto da un'impalcatura di ciclopiche palafitte.
Fra tronco e tronco i rotanghi parassiti hanno gettato fasci di corde, i solonghi di Giava hanno teso i loro canapi marini.
Sotto, invece, i muschi hanno tessuto uno sfarzoso tappeto di verdi cupi e di velluti profondi, sul quale i disegni dei funghi hanno l'aria di decorazioni di terracotta.

Una fila di globi elettrici guida le automobili e le vetture degli invitati attraverso i cento ettari del Plantetium, fino al Palazzo del Governo. I fari dei veicoli violano il segreto notturno del bosco incantato e frugano tra i rami negli amori delle foglie. I saloni arredati con eleganza severa, sono aperti sul giardino. Le verande, piene di palme ornamentali e di fiori, sembrano una continuazione del Plantetium.
Sulle pareti del grande vestibolo, sono allineati i ritratti ad olio di tutti i Governatori Generali, burocraticamente dotati di una identica cornice. Solo l'effige di Daendel - il maresciallo di ferro - pi grande delle altre, ha una larga cornice di bronzo. La testa maschia dell'impeccabile proconsole napoleonico  trattata con rara potenza nel riflesso rossastro d'una lucerna, secondo la tecnica di Rembrandt. Pare che gli occhi taglienti del maresciallo, fissino sullo scalone i funzionari ed i mercanti che si affollano verso la sala da ballo, quasi a ricordar loro che se egli non avesse impiccato senza misericordia, non sarebbero qui carichi di galloni e di commende.
I funzionari in "smoking" ed in "frac", hanno qualche cosa di militaresco nei gesti e nel portamento. Il colpo dei tacchi nell'inchino, ricorda, a chi lo dimenticasse, che siamo in una societ mondana di razza germanica. Gli ufficiali di terra e di mare indossano la grande uniforme, con decorazioni e spalline. In marsina ad arabeschi d'argento i direttori generali, in marsina ad arabeschi d'oro i Residenti delle provincie. Due principi indigeni, uno della casa di Vesterlanden, l'altro della famiglia imperiale di Soerakarta, sembrano mannequins d'una ditta di galloni e dorature tanto sono carichi di fronzoli dalla punta del colletto ai risvolti dei pantaloni. Le signore seguono i capricci onnipotenti di Parigi, con quel tanto d'indipendenza che permette la distanza. Nello chic coloniale c' sempre qualche lacuna!
La burocrazia  l'ossatura della dominazione olandese. Trenta mila bianchi amministrano cinquanta milioni d'indigeni. Il Governatore Generale  il vero re delle Indie, capo gerarchico delle forze di terra e di mare e di tutte le Amministrazioni, investito di diritto sovrano di grazia e di amnistia, libero nel territorio coloniale di fare la guerra, di concludere la pace, di firmare trattati coi principati indigeni, senza dover rendere conto a nessuno. Il Gran Consiglio delle Indie che lo assiste, ha una funzione puramente consultiva. Il Governatore ha alle sue dipendenze nove Direzioni generali (Interni, Finanze, Guerra, Marina, Istruzione pubblica, Culti, Industria e Commerci, Giustizia e Lavori pubblici) che sono veri e propri ministeri.
Giava  divisa in ventidue provincie, ognuna delle quali  amministrata da un Residente che nella propria giurisdizione gode i medesimi diritti sovrani del Governatore Generale. Il Residente ha ai suoi ordini tutta una gerarchia di Assistenti-residenti (funzionari fissi) e di Controllori (funzionari ambulanti incaricati d'ispezionare).
I funzionari sono un corpo sceltissimo, formato in Olanda alla scuola coloniale di Delft ed all'Universit coloniale di Leida, suddiviso in due categorie distinte: i grandi ed i piccoli funzionarii. Due esami di Stato a distanza di ventiquattro mesi uno dall'altro, garantiscono la preparazione degli aspiranti alla carriera.  obbligatoria la conoscenza di due lingue indigene: il giavanese ed il malese; particolare questo unico in tutte le burocrazie coloniali compresa la britannica. Ogni funzionario deve parlare correntemente i dialetti dei suoi amministrati. Il metodo coloniale olandese , fra i diversi sistemi europei, il pi scientifico, forse il pi logico.
I cresi internazionali di Cornelis e di Weltevreden sono largamente rappresentati al ballo del Governo. Il ritmo scandido ed un po' gutturale dell'olandese si mescola al parlottar masticato dei britannici, i quali sono, naturalmente, numerosi nella plutocrazia di Giava. Frequenti dialoghi in greco, in armeno, in bulgaro, in spagnuolo, dicono, allo straniero di passaggio, come l'alta finanza ebraica e balcanica abbia trovato nell'isola un buon terreno per la sua attivit. La Repubblica Celeste e l'Impero del Sol Levante hanno una rappresentanza di multimilionari pi o meno gialli secondo il riflesso delle lampade, in costume nazionale i primi, collo "smoking" europeo i secondi. Anche le Molucche hanno un cosettino saltellante color buccia di limone, il quale coi suoi dollari detta legge sui mercati equatoriali del betel; una specie di marionetta asiatica che continuamente trotta alle calcagna di Sua Eccellenza.
La figura alta e quadrata degli olandesi fa parere ancora pi piccoli e pi ingombranti questi gialli. Ve ne trovate sempre uno fra i piedi, che appena guardato sorride con un tic degli zigomi, ricomponendo subito dopo la sua maschera di dignit. L'invadenza cino-giapponese non si limita alle sale del Palazzo, ma  uno dei grandi problemi della colonia. Ci sono centocinquantamila cinesi nella residenza di Batavia e prolificano come i gatti. Vasta e complessa  l'attivit dei giapponesi, i quali dedicano speciale attenzione a questo grande impero coloniale amministrato da una piccola Potenza europea sulle soglie del Pacifico, nel quale sta misteriosamente maturando uno dei pi grandi drammi dell'umanit.
Gli uomini parlano d'affari, di t, di pepe, di cacao, di gomma, di zucchero, di piantagioni. Ci si crederebbe quasi nell'emiciclo di una Borsa dieci minuti prima dell'apertura dei corsi.
Parecchi di questi multimilionari di Batavia hanno incominciato la loro fortunosa e fortunata carriera negli acquitrini di Soerakarta o nella jungla di Borneo come piccoli piantatori o come negozianti ambulanti. Pian piano hanno accumulato un patrimonio che ora permette loro di abitare una delle sontuose ville di Weltevreden. Un passato di miseria, di rischi e di battaglie nobilita la loro attuale opulenza. Questi sono in genere gli olandesi, i belgi, i britannici, qualche italiano, qualche portoghese di Macao. Altri, invece, giunti trent'anni fa a Batavia o a Surabaya, senza un soldo, hanno saputo destreggiarsi con abilit e tenacia nell'ambiente difficile e talvolta equivoco dei traffici d'oltre mare, fino a raggranellare, come mediatori o sorveglianti, una piccola somma che hanno poi audacemente investita in affari sempre pi grossi, di carattere pi che altro speculativo, conquistando alla fine la ricchezza. Sono in prevalenza gli ebrei ed i balcanici.
Vi sono poi i grandi amministratori olandesi, inglesi e tedeschi, delle Compagnie, delle Limited, delle Matchappy, venuti qui dall'Europa o dalle Indie, alla testa di formidabili capitali, quasi tutti self made man, che debbono il loro posto di comando a capacit tecniche o commerciali; i grandi appaltatori - fra cui parecchi italiani - che hanno la loro fortuna legata al mirabile sviluppo economico ed edilizio della colonia, i direttori delle piantagioni private e di Stato che hanno spesso iniziato la loro carriera come semplici assistenti, e sono giunti fino al vertice della gerarchia, o altissimi funzionari politici che hanno percorso nelle regioni equatoriali tutta la scala delle promozioni in condizioni eccezionali di responsabilit.
Questa aristocrazia burocratica, tutta scintillante di gradi e di decorazioni,  passata attraverso il setaccio di cento prove e di cento pericoli ed ha sovente esercitato, nell'ambito delle proprie attribuzioni, un'autorit quasi sovrana. Come il clima ha temprato la loro resistenza fisica, cos la responsabilit ha collaudato il carattere. Intorno a molte fronti le incipienti canizie si aureolano di nobilt. Anche i plutocrati che in fondo debbono solamente ai loro milioni il privilegio di sfarfallare nei saloni di Sua Eccellenza, sono assai diversi dalla noblesse dore delle grandi citt d'Europa: pi rozzi, pi "nuovi ricchi", pochissimo colti, spesso digiuni di qualsiasi nozione, ma nel loro insieme pi simpatici, uomini di coraggio e di lavoro, acciai umani d'alta potenza. Un passato difficile d'ardimento, di lotta e di tenacia, giustifica e quasi consacra la loro eccessiva ricchezza. Possono, quando vogliano, fare abbassare gli occhi ad un demagogo colla cruda esposizione del prezzo che hanno pagato per diventare capitalisti. V' del napoleonico nella vita di molti di questi milionari d'oltre mare che in altri tempi sarebbero stati forse pirati, capitani di ventura, aspiranti ad un trono, che oggi regnano fra i sacchi e le casse di Batavia con la corona di re del pepe, del t o della cannella. C' fra loro chi ha rischiato o meritato la galera, c' chi, in un episodio della sua vita di battaglia, ha toccato le pi alte vette dell'eroismo personale e del sacrifizio.
Chi pu penetrare i piccoli segreti di questa gente di sacco e di corda, di resistenza e d'audacia, il passato dei quali, ad un certo punto, si perde nel pi grande segreto della jungla di Sumatra, o delle montagne di Borneo?
Coi loro milioni di fiorini potrebbero ritirarsi oggi in Europa e chiudere la vita nel turbino della mondanit fastosa d'Occidente. Molti restano invece sulla breccia fino alla morte, incatenati dall'Equatore al suo carro di fuoco, figli e schiavi della loro opera, incapaci ormai di riabituarsi ai costumi ed alla mentalit del paese d'origine. Certe scrivanie di Batavia sono veramente piccoli troni d'autocrati moderni, dai quali si comandano a colpi d'ukase Borse e mercati.
Tutto sommato, l'opulenza non ha sfogo in questa terra coloniale, nella quale il massimo lusso  una villa a pian terreno, l'arte e la politica non offrono investimento di capitali e d'ambizioni, la stessa mondanit ha un campo d'azione assai limitato. I patrimonii s'ingrossano. Il supremo sfarzo  nei gioielli. In nessun luogo ed in nessuna occasione ho visto tanta ricchezza di diamanti e di perle quanto in questo ballo di Buitenzorg. Certe signore sono vere vetrine d'orefici. Il fasto di Deauville e di Ostenda in piena stagione, quando lo snobismo e gli albergatori raccolgono in una serata di gala nei saloni dorati dei Casino, i pi bei gioielli ed i pi famosi ladri del vecchio e del nuovo continente,  ben povera cosa di fronte ai fantastici tesori che sfolgorano sulle nudit della plutocrazia femminile di Batavia in un ricevimento ufficiale.
Altere bellezze nordiche, che l'anemia equatoriale aggrazia di un indefinibile languore, superbe creole sbocciate al sole ardente di Giava o di Pondichery, mezze andaluse di Manilla, con negli occhi d'onice tutto il fascino dell'Estremo Oriente, olando-malesi coi capelli d'oro di Van Dyk e la pelle ambrata dall'equinozio, sfoggiano con prodigalit da Cleopatre, al collo, alle braccia, alle dita, fino intorno alle caviglie, un visibilio di solitarii, di smeraldi, di rubini, collane imperiali di perle, vezzi di zaffiri grossi come nocciuole, diademi di topazi degni d'un patriarca, gioielli preziosissimi di scrigno regale. E questa sovrabbondanza, che altrove sarehbe di cattivo gusto, finisce qui coll'armonizzarsi coll'ambiente equatoriale, coll'aria troppo tiepida, col vento troppo profumato, colle pompe del sole e della natura, colla stessa essenza psichica di questa plutocrazia d'oltre mare.
Che cosa hanno cercato e che cosa cercano, in fondo, tutti questi uomini di commercio e d'affari della lontana Europa trapiantati a pochi gradi dall'Equatore? La ricchezza! Arte, coltura, scienza, politica, tutto passa per loro in seconda linea, di fronte alla conquista dell'oro, che fu il miraggio affascinante della loro avventurosa giovinezza, che  il supremo conforto della vecchiaia vittoriosa.
Mentre le coppie ondeggiano alla cadenza d'un tango, mettendo senza volerlo nel passo ritmato tutta la mollezza dell'Equatore che intorbida le loro vene coloniali e meticce, mentre nella vertigine della luce i brillanti sprizzano i formidabili bagliori delle loro microscopiche faccette, e le perle irradiano la loro infinita evanescenza, che pare volutt spersa nell'aria, penso a tutto il male e a tutto il bene che sono stati necessarii per concentrare in poche mani tanta ricchezza, alle vite che hanno pagato con l'estremo soffio dell'esistenza questi raggi cristallizzati di sole, queste iridescenze madreporizzate di mare...
Bassezze, miserie, eroismi, audacie, fatiche nobilissime, furti, tradimenti, scherzi del Caso, capricci della Fortuna, tutte le bellezze e le vilt dell'avventura, riddano anch'esse insieme con le coppie consapevoli od ignare.... Sono rubini di sangue, diamanti di lagrime condensate, zaffiri, smeraldi, perle, i grandi nonnulla dell'umano desiderio.... Ed ardono nella luce, sulle carni giovani, sulle carni mature, sulle carni gi baciate dal soffio impuro della morte, al ritmo dolce e lento del tango d'Argentina....
Per le verande aperte e per le porte spalancate, entra il profumo della foresta, Il wisky e la soda si sposano nei calici di cristallo. Manghi e banane si macerano nel vino effervescente di Francia. Quando il jazz-band sospende un momento il ciottolio dei suoi cocci, si sente il rombo sovrano delle palme che ondeggiano nella notte di Giava, al vento dell'Equatore.




Tra i vulcani

GAROET, 28 gennaio.

Il diretto di Batavia lascia Tathalunga, mentre imperversa un furibondo acquazzone. Quando il convoglio esce dalla stazione, slanciandosi attraverso la campagna, sembra che la locomotiva apra, con la sua violenza, un fantastico traforo in un mondo fatto d'acqua, tanto fitta  la pioggia!  un diluvio, ma ormai siamo abituati ai temporali dell'Insulinda. Sappiamo che fra venti minuti il grande re dell'Equatore riaffermer il suo fiammeggiante dominio sull'isola ardente.
La linea  tutta in salita. Verso Nagrek, in un percorso d'appena otto chilometri, la strada ferrata sale ben centosettanta metri. Quando fu costruita l'audace ferrovia Batavia-Garoet, questo tratto, giudicato quasi irrealizzabile per la difficolt delle opere d'arte e l'ardimento dei cavalcavia, fu dato in appalto ad un intraprenditore astigiano, certo Gatti, il quale, con un piccolo gruppo d'italiani e la mano d'opera obbligatoria indigena, fornita dal governo della colonia, condusse a termine la difficilissima impresa.
Il Gatti fu naturalmente pagato ed ormai il suo nome  sepolto nel dimenticatoio. I viaggiatori che con un piccolo bttito di cuore seguono, in mezzo alla collera degli elementi la corsa del diretto sugli abissi, ed ogni tanto si voltano indietro a rimirare i nastri di cemento buttati a cavaliere delle voragini, sui quali  passato il giocattolo furente, sono pieni di ammirazione per l'ingegneria... olandese! Anch'io avrei ignorato l'oscuro geometra d'Asti, che chiss dove dorme a quest'ora l'ultimo sonno, se un elettrotecnico italiano - un pugliese - che ci accompagna fino a Garoet, non avesse fieramente rivendicato, con l'accento di Barletta, la nazionalit del modesto artefice piemontese, dinanzi alla bocca aperta di due misses britanniche e d'un professore universitario tedesco.
In mezzo allo scenario ciclopico delle roccie e delle gole giavanesi, fra le pareti a picco ed i salti a strapiombo, la mia fantasia evoca l'uomo semplice e forte di nostra terra, che con occhio sicuro, saggi i macigni e gli abissi prima d'osare, poi misur con l'anima grande l'audacia dell'impresa, ard, fece, riusc. Chiss com'era il conquistatore dei valichi di Nagrek? Io lo immagino simile ai tanti altri suoi fratelli che ho incontrato nel mondo, sulle trincee dell'umana fatica, col feltro a sghembo ed il toscano fra i denti, un po' schizzettati di calce, rozzi quanto capaci, energici quanto buoni, maestri dell'arte muraria, che ovunque lasciano le impronte romane del loro lavoro potente.
Partono di solito dal paese manovali o garzoni d'impalcatura, e quando non s'imbarcano a Napoli od a Genova per le Americhe, varcano la frontiera a Modane od a Ventimiglia, coi calzoni di fustagno, le scarpe grosse, la valigia piccina, il cuore un po' dolente, la giovinezza piena di speranze. Oh, quelle stazioni terribili di confine, attraverso le quali ogni giorno trabocca, come sotto gli archi d'un ponte, la piena del grande fiume italico che va a fecondare delle sue linfe generose le terre ed i beni degli altri! Qual poeta canter un giorno la formidabile tragedia umana e nazionale di quegli androni doganali di frontiera, dove, sotto gli occhi di pochi soldati e funzionari, fatti insensibili dall'abitudine, ogni giorno che passa si rinnova uno spettacolo di grandezza e di miseria, al quale dovrebbero assistere sovente tutti coloro che in Italia s'occupano di politica e di questioni sociali? I ministri ed i demagoghi si servono invece in genere dei treni di lusso, pei quali la visita doganale  fatta in vagone.
C' voluta l'Italia fascista, nata nelle trincee e negli ospedali dalla tragica mescolanza, per concepire e realizzare quell'Istituto di Credito del lavoro italiano all'estero che  una delle pi utili e geniali iniziative di questo fecondo periodo di storia nazionale. Solo un Presidente del Consiglio che avesse battuto da emigrante le strade della nostra emigrazione, coll'inconsapevole bagaglio del suo grande destino, vivendo le lotte, le difficolt e le speranze dei nostri fratelli, poteva sentire la necessit improrogabile d'un Ente finanziario che appoggiasse le legioni della Proletaria nelle battaglie mondiali del lavoro. E se la nuova Banca sar amministrata con lo stesso spirito con cui  stata ideata, quanti italiani che oggi nel mondo sono sfruttati dal capitale straniero, benediranno il grande Capo che in mezzo alle quotidiane lotte della politica ed al faticoso discernimento dell'avvenire, ha pensato con affetto d'italiano e con chiaroveggenza di statista ai fratelli d'oltre monte e d'oltre mare, ai quali spesso solo il denaro fa difetto, per mettere in valore le loro splendide virt di lavoratori e di tecnici!
Mentre il diretto di Batavia rugge nelle trincee granitiche del dimenticato astigiano a me sorride l'idea che in un giorno non lontano questa grande Banca del lavoro italiano, alimentata dall'operosit degli emigranti e dalla fiducia del risparmio nazionale, possa essere presente ovunque italiani combattono la dura battaglia della vita. Allora tante opere d'ingegno e di coraggio che oggi hanno il sigillo straniero sol perch stranieri sono gli azionisti che forniscono il vile denaro, saranno riconosciute affermazioni del nostro genio e del nostro lavoro anche dalle statistiche internazionali, per le quali conta solo il passaporto dei bailleurs de fonds. Ed i giusti guadagni del sacrifizio e dell'abilit andranno veramente alle menti che hanno concepito ed alle braccia che hanno eseguito le quali oggi debbono disgraziatamente contentarsi spesso delle sole briciole.
Indipendentemente dalle considerazioni politiche ed economiche che hanno ispirato Benito Mussolini, v' una grande bellezza di poesia italiana ed umana in questo Ente che si propone di seguire coi suoi milioni le rotte della miseria e della speranza.
Quando il convoglio sbocca dall'ultimo tunnel del Nagrek e con un lungo fischio si butta gi per la discesa verso la vallata del Leles, lo scenario equatoriale  d'una indescrivibile magnificenza. Il sole ha squarciato le nubi e mitraglia la valle. I venti sfilacciano impetuosamente le nubi trasformando il cielo in una vertigine di mostri e di draghi fuggenti. La pianura di Leles  un immenso scacchiere nel quale i quadratini verdi dei boschi, i trapezi marroni dei campi arati, i rettangoli argentati delle risaie s'aggraziano di villaggetti e di borghi. Intorno all'orizzonte le montano di guardia i giganti del fuoco; il Gontor, la "Montagna del tuono", l'Haroman, e pi indietro dozzine di vulcani, alti comignoli fumanti, tutta una fila di pennacchi bigi allineati nello spazio ognuno dei quali  il respiro d'una officina del globo.
In mezzo all'anfiteatro Garoet sorride con le sue case bianche.
Lo stelo fragilissimo della moschea giavanese sembra un braccio teso ad implorare piet dai mostri minacciosi.
Diversi ordini concentrici di montagne chiudono la vallata di Leles. E sono tutti vulcani, attivi o spenti. Il pi modesto ha duemila metri d'altezza.
Incolte in genere le falde, con bastioni di macigni e scarpate di roccia scarna, qua e l un mantellaccio mefistofelico di lava raffreddata. Ad una data altezza alla quale d'abitudine in Europa la vegetazione diventa rara, strane foreste equatoriali formano grandi collari verdi intorno ai cocuzzoli dei monti. Ed emergono i coni vulcanici, nudi, segaligni, sinistri. Solo la "Montagna del tuono"  tutta spoglia dalle basi alla cima, grigia, lucente, senz'alberi e senz'erba, mausoleo di desolazione e di morte librato nell'aria sul sorriso della valle. Gli uomini si sono vendicati conquistando all'agricoltura fino al cratere un altro vulcano, il Papangian, l'hanno vestito d'arlecchino con rombi e quadrati d'ogni colore, l'hanno festonato di stradini bianchi e v'hanno agganciato i villaggi, come bottoni, fin sotto il cono che fumacchia pigramente, quasi fosse la cucina economica di tutte le genti e le case della montagna.
Agli uomini piace scherzare con le collere della terra!
Giava  terra vulcanica per eccellenza. Pi di un centinaio sono i crateri attivi, semi attivi o spenti che si susseguono da est ad ovest parallelamente alla linea dell'Equatore con ramificazioni secondarie che muoiono a mare. Fra tutti il pi tristamente celebre  il Krakatan nello stretto della Sonda che il 27 agosto 1883, dopo duecento anni di letargo, stermin settantamila persone. Lo stesso Papangian, che sembra tutto un giardino, ha sulla coscienza quaranta villaggi. L'Ufficio Scientifico di Batavia segnala cinquantasette vulcani in attivit dei quali dieci superano i tremila metri. Il Semiroe  alto tremila settecento. Tutta la spina dorsale di Giava  formata da una specie di lisca di coni fumanti sui quali giganteggiano il Salak, il Ghede, il Sombing, lo Slama, il Merbaboc, il Lavoe, l'Jang, il Tenger il Lamongan.
Solo l'Islanda pu sostenere il confronto di Giava come quantit di vulcani in proporzione della superficie territoriale. La mente non pu fare a meno di riunire queste due ciclopiche fucine della terra cos lontane e cos diverse, quella cos arida e scalza, chiusa per molti mesi dell'anno in un rigore di gelo, questa agghindata dalla vegetazione spettacolosa dell'Equatore che durante gli ultimi trecento anni solo due volte ha avuto sulle pi alte cime un'effimera incipriata di neve.
Garoet  il centro del sistema vulcanico giavanese. Intorno alla feracissima vallata di Leles s'ammassano ad anfiteatro, i coni ed i crateri. Le fumate perenni che decorano l'emiciclo danno al grandioso blocco delle montagne una paurosa maest. Ed i cocuzzoli senza pennacchio sono pi tetri degli altri in quanto non si sa che cosa i secoli addensino nel cavo delle loro polveriere.
La natura del luogo costringe lo spirito a pensare alle viscere ardenti della terra e lo orienta verso i misteri della creazione. Si diventa filosofi a Garoet. Si ha veramente la sensazione che la vita  nulla. Basta il rantolo d'uno di questi mostri per distruggere milioni di esistenze. Ci non ci impedisce di far gaiamente colazione nel vagone ristorante e di fare osservazione al cameriere perch il manzo  troppo pepato. Il "cittadino che protesta"  pi forte dell'homo sapiens!
La cintura ciclopica dei vulcani chiude d'ogni lato l'orizzonte. Il vento piega tutti d'un verso i sinistri pennacchi. Dal cratere dentato del Gontor il fumo s'innalza su tre colonne, nero, spesso, oleoso e quando il vento subito non lo sfiocca s'allarga a formare un baldacchino infernale, come le ali spiegate d'un gigantesco pipistrello che stia sospeso nel vuoto a contemplare la bolgia.
L'occhio va dai coni fumanti allineati in altezza all'orgiastica esuberanza della valle. Dove la zappa giavanese non ha tappezzato il suolo di scacchi variopinti, intere foreste di china-china dai tronchi grigio perla agitano il loro immenso fogliame verde striato di ruggine, macchie di caff selvaggio s'alternano a forre di lek od a selve semivergini d'alberi equatoriali.
I vilaggi giavanesi con le loro casupole di paglia ed i serbatoi del riso costruiti su palafitte fanno pensare ad una umanit di passaggio, ad un grande bivacco di gente pronta, al primo allarme, a smontare le case e rimettersi in cammino.




Il "Lago bianco"

...29 gennaio.

Sono le cinque del mattino quando partiamo da Garoet in automobile diretti ai Telaga-Bodas, cratere spento a mille metri di altezza su Garoet e mille ottocento sul livello del mare. Il luogo ci  stato consigliato da un vulcanologo di Buitenzorg per gettare un colpo d'occhio sul pittoresco insieme del massiccio. Gli scienziati sono sovente grandi poeti.
La macchina fila per due ore sulle belle strade di Giava - nessuna colonia ha un cos perfetto sistema di rete stradale - fra campi di tabacco e boschi di palme di cocco. Dove la strada  bordeggiata d'alti bamb giavanesi, pare che l'automobile entri in un'atmosfera musicale, tanto sonora  la vibrazione delle canne e delle foglie nel vento. I birocci indigeni che si recano al mercato di Garoet sfoggiano un aristocratico ombrello-padiglione, rosso o giallo, sotto il quale cavoli ed insalate vanno imperialmente verso il loro destino che  indubbiamente una pentola.
Di mano in mano che si sale, lo scenario dei monti s'allarga. Il cielo mattutino  tutto pennellato di lacche rosa che si diluiscono soavemente nella luminosit dell'aria mentre il grande sole dell'Equatore s'innalza sul cerchio della montagna, ostia dardeggiante di fuoco.
La vallata di Garoet e la pianura di Leles stendono a perdita d'occhio la loro immensit. Le risaie costruite a terrapieni sovrapposti, come usano i liguri per la coltivazione dei fiori sulla riviera di Ponente, s'innalzano fino ad altezze inverosimili sui fianchi dei monti, e di lontano, nella magnificenza solare, sembrano fantastiche gradinate di cristallo costruite da un popolo fatato per dar la scalata ai giganti del fuoco.
A Vanargia lasciamo l'automobile e proseguiamo a piedi per i zig-zag del bastione vulcanico. Tra il cono del Tikorai ed il cratere del Gontor, i vapori solforosi del Papangian stendono un bucato giallo che il sole irradia di lucentezze.
A mille metri la vegetazione sparisce. Il sentiero serpeggia in mezzo a schisti neri ed a roccie ferrigne su un suolo di bitume. Ogni tanto uno sterpo, una pianticella spinosa, un fiore isolato di montagna. In certi tratti il nero diventa improvvisamente bianco, un bianco minerale, opaco e sidereo, fatto di scorie e di pietre pomici, detriti di lontane eruzioni. Brontolii di caldaie indicano di quando in quando l'avvicinarsi d'una solfatara o d'una sorgente d'acqua calda. Dall'orifizio d'una caverna esce un rumore di mantice d'officina. La forgia deve essere lontana e profonda. Noi ci attardiamo ad ascoltare con rispetto il misterioso respiro della terra.
L'ascesa  lenta e faticosa.
A mille e trecento metri il sentiero, valicando un colle, entra subitamente in una paradossale foresta di felci giganti dell'Equatore coi tronchi grandi come palme. A pochi passi dal deserto delle pietre pomici, la natura tropicale riserva la sorpresa d'una selva vergine del centro Africa. Il sole non riesce a filtrare attraverso lo spessore del fogliame. Dall'acciecante bagliore delle scorie si passa cos nell'ombra umida e folta d'una galleria vegetale.
Avanziamo circa un'ora entro i camminamenti delle felci. La guida giavanese deve spesso ricorrere all'accetta per aprirsi il passo in mezzo alle liane che ogni notte rifabbricano celermente le loro reti. Verso le undici la densit del bosco  bruscamente spezzata da un alito invisibile di morte. L'esuberanza strapotente dei tronchi e delle foglie  paralizzata all'improvviso, da un principio di calcinazione, stranissimo a vedersi, come la cauterizzazione violenta di un cancro in una carne giovane e sana. Dieci metri pi innanzi il "Lago bianco" mostra il suo grande catino di latte.  la cima del Telaga Bodas e siamo sugli orli del cratere spento.
La foresta fascia nella sua ombra l'imbuto maledetto, ma dall'alto del cielo il formidabile sole di Giava mitraglia perpendicolarmente l'acqua morta. Nel castone verde la grande opale luccica satanicamente.
Non un uccello, non una farfalla, non un ronzo d'insetto, nulla, un silenzio da sepolcro. Si  fuori del mondo e della vita. Cos la fantasia immagina siano fatti i paesaggi lunari quando s'attarda a contemplare, in una notte di melanconia, la grande lampada dell'universo. Ogni tanto l'acqua ha un brivido, poi riprende la sua immobilit. Sono le bollicine dei gas idrosolforici che salgono alla superficie. Par d'ascoltare denti di morti che digrignano nel cavo dei teschi.
Il lago, che deve avere all'incirca un migliaio di metri di diametro,  orlato su tre lati da una merlatura di roccioni a punta, alcuni dei quali superano i cento metri d'altezza, tutti impellicciati esteriormente dalla foresta, nudi invece verso l'acqua, irregolari, torvi, spalmati d'un bitume secolare che li fa parere di carbon fossile. Le roccie non si riflettono nell'acqua opaca. Solo v'arde il sole terribilmenie. Sui bordi i solfati d'alluminio formano una schiuma pesante d'argento, come limatura di metallo impastata con una gomma luminosa.
Il cratere dorme dall'82, epoca in cui distrusse duecento villaggi con un improvviso vomito di lapilli e di scorie.
La guida s'avvia verso uno dei roccioni che  aperto a terrazzo sugli abissi.  quasi mezzogiorno quando arriviamo in cima del belvedere diabolico. Mezzogiorno dell'Equatore, l'ora pazza del sole! Ai piedi del macigno giacciono alla rinfusa i ruderi d'un antichissimo tempio ind, edificato dalle genti scomparse della montagna dinanzi al circo massimo dei crateri per adorare la potenza di Dio nel regno delle sue collere. E veramente quei lontani uomini primitivi dovevano sentire la presenza immanente della divinit quando in cima ai vulcani vedevano accendersi i fuochi del globo ed il silenzio delle altitudini era dominato dal rombo dei magli che fucinavano metalli ed incandescenze nelle misteriose profondit della terra.
L'occhio domina la galoppata delle montagne, bizzarro oceano pietrificato nel diapason dello spasimo ancestrale dalla volont dell'Infinito. Undici grandi vulcani in attivit ergono i loro coni impennacchiati sulla bizzarra irregolarit del bastione, il Gontor, l'Haroman, il Tikoray, il Kalandong, il Papangian, il Seda Klung, il Gong, il Ktatiak, il Pengiakai, il Bodas. Altri pennacchi s'allineano in lontananza, altri ancora chiudono come quinte l'immenso scenario del "Lago bianco".
Pi alto di tutti, il Tikoray (2800 metri) domina col suo picco di pece la cerchia delle montagne. Una cascata d'acqua, accesa dal sole, spicca come un diamante sulla crosta nera della vetta.
La mescolanza delle foreste coi campi di lava  di un effetto teatrale. Dov' passato il vomito satanico la vegetazione  morta ed il sole folgora su pendici di carbon fossile.
Ma sugli orli stessi dell'eruzione la vegetazione indomabile dell'Equatore afferma la sua vitalit potente che il fuoco stesso e le ceneri non riescono a distruggere per sempre. Solo l dove i mostri hanno sbavato la loro bile infernale la vita  sopraffatta per l'eternit.

Il sole  al culmine della sua possanza. Posto nel centro dello spazio visibile lo domina e lo empie.  il Re! I primitivi della montagna dicevano:  Dio!
Nemmeno in pieno Sahara m' parso cos terribile. I fumanti bracieri della terra stabiliscono un fantastico rapporto fra l'astro ed il pianeta. Fuoco gi, fuoco su. La foresta equatoriale con la sua immagine d'ombra  un controsenso. L'uomo soggiogato dal gran mistero del principio e della fine che incombe sullo spirito sente quasi una certa solidariet col mondo vivo ed umido delle foglie.
Investito dalla mitraglia solare il massiccio rivela tutti i suoi orrori: gole, spacchi, rovine, fortezze di tufo, prue di vascelli, teschi e scheletri di mostri favolosi, immense mammelle, qua e l una lavagna nera rigata da geroglifici di cabala, un bastione color zafferano ingiallito dalle emanazioni sulfuree, una scarpata metallica illividita dalle evaporazioni d'alluminio, ogni tanto il vuoto pauroso d'una profondit indefinibile che non si sa che cosa sia e dove finisca.
L'aria  un unico immenso bagliore. Gli occhi cercano con volutt il verde degli alberi per riposare un po' le pupille nelle quali pare s'accenda una magica fiamma rossa.
Sotto la silenziosa mitraglia le lavagne di pece balenano d'infinite lucentezze, le roccie vulcaniche fiammeggiano, le colate di lava fredda sembrano fiumi vetrificati di carbone liquido, rupi e macigni saettano, le petraie s'illuminano di fosforescenza fossile, i crateri bassi mostrano gli impasti incandescenti delle loro caldaie, quelli pi alti dardeggiano, venti laghi vulcanici d'acqua morta sparpagliati pei valichi e le gole punteggiano di raggere sinistre l'anfiteatro. Fumano i campi di fango. Qua e l una vampa s'accende. Ed i turiboli degli abissi continuamente innalzano i loro incensi verso l'infinito.
Dov' il Gontor, un pianoro desolato fa pensare ai deserti della Sirte, ma  un deserto nero, fosco, truce decorato da una potenza malefica per incutere spavento. Le grandi sabbie dell'Africa hanno un non so che di soffice bellezza, invece queste ceneri impastate dalle pioggie sono dure, contorte, bitorzolute. Le arene magnetiche folgorano come detriti di diamanti. Ogni tanto il vento ne accartoccia una tromba e la spolverizza nel vuoto.
Nella frenesia solare l'emiciclo dei vulcani assume l'infernale magnificenza della visione dantesca. Se in quest'istante un rombo squarciasse la giogaia, e gli scarlatti mantelli di Satana coprissero i fianchi delle montagne, lo spirito non se ne meraviglierebbe, tanto  sentita la presenza sovrana del fuoco, tanto irreale sembra questa rupe lucente sospesa sulle fornaci della terra.
Come paiono piccole e lontane le citt degli uomini... le passioni degli uomini... i pontificati degli uomini, visti di quass nel regno delle forze brute che con uno schianto possono tutto distruggere!
Come paiono grandi le stesse cose e passioni degli uomini, tutto il ciclopico travaglio delle genti umane che di fronte alle oscure ininaccie dell'universo sospese sul loro cammino procedono indomite, da Prometeo a Marconi, nella progressiva conquista dell'Ignoto!
Dal cratere del Gontor rigurgitano due sbuffi di vapore nero, pi densi e gonfi degli altri, che impeciano i picchi.
Strani rumori animano il silenzio..., soffi di mantici, gemiti brevi e soffocati, fruscii di petrame smosso, brontolii, lontani di motori in movimento...
Nelle fucine profonde il fuoco lavora.




Il tempio di Borobodor

JOKAKARTA, 9 febbraio.

Siamo arrivati a Borobodor ieri sera ad ora tarda e siamo andati subito a letto per essere svegli stanotte alle due.
A Batavia chi ci aveva consigliato di visitare le grandi rovine al chiaro di luna, chi in pieno sole. E gli uni erano altrettanto categorici degli altri.
"Senza luna il Borobodor  una disillusione" aveva sentenziato un grosso mercante olandese che si picca di mecenatismo perch ha ereditato da una zia di Utrecht una galleria di brutti quadri e di belle cornici!
"Soprattutto che sia una giornata di sole!" aveva raccomandato un francese di Pondichery che ha un cognato all'Accademia delle Belle Arti! Avevamo la suprema risorsa del pari o dispari, infallibile in simili frangenti, ma non volevamo scrupoli di coscienza. D'altra parte non potevamo dedicare pi di dieci ore, contate contate, ai monumenti di Borobodor.
Alla fine abbiamo preso una decisione salomonica: trovarci sul luogo alle tre del mattino e restarvi fino all'ora del sole, filare poi in automobile a Jokakarta in modo d'essere puntuali a mezzogiorno alla colazione offerta dal Presidente olandese; ripartire nel pomeriggio in ferrovia per la citt rivale Soerakarta dove siamo invitati ad un ricevimento indigeno della casa imperiale - un vero terno al lotto - con probabile intervento di S. M. graziosissima l'imperatore di Giava. Udienza col monarca l'indomani mattina alle dieci e rivista militare a mezzogiorno nella piazza del Kraton per la fortunata coincidenza d'una cerimonia nazionale.
Due belle giornate piene nelle quali il sonno sar un po' strapazzato, ma quando s' nel cuore dell'Insulinda e si pu in quarantott'ore mettere nella bilancia i mille Buddha di Borobodor, il sole, la luna, una colazione olandese, un ricevimento principesco, una udienza imperiale e, per giunta, una rivista di soldati scalzi col parasole, non si deve essere troppo difficili in materia di riposo. Non capitano sovente nella vita programmi di questo genere e chiss quante volte, ritornati ai domestici lari, toccher contentarsi d'assai meno, per esempio d'un forbito discorso del segretario comunale, d'un ricevimento della sindachessa durante il concerto della filarmonica in piazza del Municipio, la sera fuochi d'artifizio o rappresentazione del Padrone delle Ferriere con "due parole" dell'assessore anziano all'inclito pubblico e gentili signore!
Approfittiamo, approfittiamo. Il destino  cos dispettoso coi giramondo che un giorno si diverte ad impeciarli in un appartamento di tre stanze con le finestre sul cortile, magari fra moglie e suocera, e la condanna perpetua di restar l fino agli ultimi reumatismi.
Avremo tempo in ogni modo di dormire a Kadika dove ci fermeremo una settimana ospiti d'un ricchissimo piantatore, a studiare le scorze e le foglie dei guttaperka. Un'idea come un'altra di chi paga le spese del nostro viaggio ed ha a sua disposizione un telegrafo in quel di San Francisco.

La grande lampada imbianca la notte equatoriale quando arriviamo dinanzi ai centoventi gradini del tempio di Borobodor. Due leoni montano la guardia ai piedi dello scalone. La luna allunga smisuratamente le loro ombre. E s'incomincia a salire verso la cima.
Il grande tempio indo-giavanese contemporaneo di Carlo Magno, fu edificato, secondo gli archeologi, da una dinastia ind che fu poi detronizzata dai principi maomettani del Sultanato indigeno di Mataram, anch'esso scomparso.
Delle splendide citt di quell'epoca, nulla resta: tutto  stato distrutto dai secoli, dai terremoti, dalle eruzioni del Merapi, dalla inesorabile sovrapposizione della foresta equatoriale; solo rimane questo tempio di ciclopi che ha resistito alle ingiurie degli anni, degli uomini, dei lapilli e della jungla.
Forse per questo le foreste di Giava hanno un curioso odore di roba morta.
Il tempo ha fatto cadere in rovina torri e muraglie, i terremoti hanno schiantato i macigni, il Merapi ha sepolto sotto le sue scorie infuocate chioschi e pagode, il vandalismo mussulmano ha mutilato i Buddha e le sculture, le erbe potenti dell'Equatore si sono intrufolate senza rispetto dappertutto, fino a sotterrare statue e cappelle, anche il fuoco e le saette si sono accaniti contro il mausoleo, ma l'edificio resta in piedi. Costruito per sfidare i secoli e le lave, ha assolto il suo compito. I molteplici scempi non sono riusciti a deturpare il solenne insieme delle sue linee. Cos com' attualmente, tutto in pezzi,  ancora uno dei massimi monumenti innalzati dalle folle umane alla Divinit.
Lo hanno edificato con sangue e sudore di plebi quei formidabili creatori di templi che sono gli indiani; tozzo, pesante, massiccio e, secondo la loro consuetudine, ne hanno intonato l'architettura alla fisonomia del paesaggio. Quando si osservano le fiancate del monumento, la sua cima mozza ed appiattita, la sua struttura di piramide tronca, che pare schiacciata dal peso d'un invisibile fardello,  evidente il rapporto d'armonia fra la sagoma del mausoleo e la forma del vulcano Merapi che domina paurosamente l'orizzonte, accigliato gigante della vallata.
Mentre le chiese cristiane e le stesse moschee mussulmane danno in genere una sensazione di slancio, quasi vogliano figurare l'aspirazione dell'anima verso l'Infinito, con le cupole aeree ed i campanili librati arditamente nel vuoto che fanno pensare all'ascesa degli incensi verso le incommensurabili altezze del mistero, i monumenti buddisti danno l'impressione diametralmente opposta di rassegnazione e di annientamento. Sono i mausolei della "rinunzia" di Cakia-Muni.
La filosofia buddista soffoca gli impeti dell'arditezza umana, tarpa le ali ai voli d'Icaro, fa consistere la perfezione non nel mistico balzo sempre pi in alto, ma nella umiliata discesa in profondit fino all'immedesimazione negativa dello spirito col Gran Niente. Tutti i monumenti buddisti cercano di rendere nella loro struttura architettonica questa visione caratteristica dell'esistenza, nessuno vi riesce quanto il tempio dei Mille Buddha di Borobodor, che sotto questo aspetto supera, a mio parere, lo stesso prodigioso Angkor Wat del Camboge.
I viaggiatori occidentali, abituati alla fisonomia diversa dei colossi del cristianesimo e del paganesimo mediterraneo, rimangono, di primo acchito, un po' sconcertati dalla monca pesantezza di questa mole che, innalzatasi dal suolo con le assise potenti di una piramide faraonica, par debba arrivare chiss dove, ed  invece bruscamente spezzata a met. Eppure la suprema bellezza del Borobodor  appunto questa sua pesante incertezza che cos bene s'inquadra nello scenario delle montagne vulcaniche troncate dai crateri, soprattutto se si pensa all'ispirazione fondamentale del mirabile architetto, il quale volle da una parte edificare un tempio che potesse sfidare i terremoti di Giava, dall'altra contrapporre alle mistiche angoscie del brahmanesimo ed ai suoi templi paurosi, zeppi di divinit terribili, un monumento raccolto e maestoso, che rivaleggiasse con quelli per mole e ricchezza e nello stesso tempo esprimesse la grande pace nella rinunzia buddista che annulla il tormento degli uomini, annientando l'umanit nel Niente donde  uscita e dove ritorner.
Allo stato attuale dei ruderi nessuna fotografia pu dare un'impressione esatta del Borobodor, perch i terremoti e la vegetazione hanno infranto la simmetria delle linee. Solo il chiarore lunare, attenuando le rovine e l'invasione delle foglie, mostra il monumento nella sua maest originaria quale doveva essere nel periodo del suo splendore.
Immaginatevi una collina vulcanica che gli uomini, con immane fatica, hanno trasformata artificialmente in una piramide regolare, livellandone i fianchi e squadrandone le falde. Nove grandi terrazze sovrapposte scalano la montagna: le prime sei, poligonali, con trentasei angoli ognuna; le ultime tre, circolari, con in cima all'ultimo cerchio la pagoda principale a cupola schiacciata.
Il materiale adoperato  una pietra vulcanica, plumbea, porosa, che sembra cenere impastata con lieviti di metallo. I massi sono sovrapposti senza cemento come nelle costruzioni pelasgiche.
Lungo ogni terrazza corre un largo cornicione di pietra addossato alla muraglia del terrazzo superiore. Quando il luogo era frequentato da milioni di pellegrini, quelle erano le strade seguite dai fedeli per salire di piano in piano fino al vertice del tempio. Le alte muraglie sono minuziosamente scolpite a scene ed episodii della vita di Buddha. L'immagine del maestro, dall'eterno sorriso,  ripetuta uniformemente quattrocentotrenta volte in altrettante nicchie, nelle quattro pose simboliche della contemplazione, dell'insegnamento, della preghiera e della rinunzia. Ed ai piedi d'ogni Buddha sono modellate a migliaia figure di animali e di uomini che ascoltano le parole del Saggio dei Saggi.
Le settantadue nicchie dell'ultimo girone sono sormontate da un cupolotto a forma di campana, sotto il quale i Buddha, imprigionati dentro una specie di gabbia di pietra, erano in origine quasi invisibili, ma i venti si sono divertiti, durante i secoli, a suonare le campane di granito, frantumandone una buona met. Ora dalle celle scoperchiate emerge la grande testa del Maestro sorridente e dove lo scampano del vento  stato troppo brutale, anche la statua del filosofo  ghigliottinata, quasi ad affermare che il Nulla  la fine inesorabile d'ogni cosa, comprese le pi preziose e le pi sante.
Nel centro dell'ultimo cerchio, che  anche il punto pi alto del monumento, sotto una campana pi grande delle altre, v' un blocco informe di sasso, nel quale l'artista ha appena accennato l'effige di Buddha per raffigurare nell'abbozzata imprecisione delle linee, il supremo annientamento del Maestro nel mondo senza forme, nel grande Nada dell'empireo Buddista. Secondo la leggenda, sotto questo macigno sono conservate una parte delle ceneri di Buddha.
Quando arriviamo in cima all'edifizio, dentro la pagoda mortuaria, il Filosofo ci accoglie col suo tragico sorriso che dura da un millennio, terribile smorfia che ha assistito, nell'impassibilit della pietra, alle collere del Sombing e del Merapi, alla distruzione dei villaggi, alla sepoltura delle genti addormentate, alla fuga pazza delle folle e degli animali attraverso la jungla arrossata dai bagliori delle lave, alla scomparsa di razze e di civilt, alla fine stessa del buddismo. I raggi lividi che investono il macigno fanno risaltare il gran testone beato del Filosofo, il suo grosso ventre di priore asiatico, le enormi coscie, le gambaccie incrociate che si confondono incertamente nel sasso, col pollice consunto dai baci di generazioni e generazioni.  lui, proprio Lui, il Buddha del Tibet, di Ceylon e di Singapore! E pi di tutti i Brahma dell'India incarna potentemente il mistero dell'Asia.
Moltitudini venute d'ogni parte dell'isola e dell'arcipelago australe, dalla Malacca, dalla Birmania, si prosternavano riverenti dinanzi al Profeta dell'idulgenza e bruciavano le "cartine della preghiera senza fatica" mentre sulla vetta del Merapi ardevano i fuochi dei cataclismi. Ed il Maestro insegnava agli uomini a sorridere dinanzi ai boati ed ai rigurgiti minacciosi del vulcano, alla miseria, alla morte, alla schiavit, all'ingiustizia, a tutte le incognite dell'Enigma che incombono sul cammino delle genti, a contentarsi d'un pugno di riso cotto e d'un po' di sogni, i sogni dell'oppio che ingannano i bisogni e soddisfano i desiderii...
Piccole piante dell'Equatore sono nate negli interstizii delle pietre vulcaniche e tengono compagnia al Solitario; pianticelle che la luna inargenta, che il vento agita con dolcezza. Sostituiscono col loro omaggio le moltitudini che hanno cambiato strada.
Colgo una foglia, cos, senza motivo, per conservarla insieme a tante altre che raccolgo, chiss perch, in una vecchia scatola da sigari - stupida collezione da giramondo - e dal gambo reciso sprizzano poche gocce d'un latte gommoso, quasi per dire che accanto all'altare del "supremamente buono" anche il pianto delle foglie ferite  una grande dolcezza!
Dal vertice della piramide l'occhio abbraccia tutta la mole. La luna metallizza le pietre. Bastioni e gradini sembrano scavati in un fantastico aerolite. Quando dalle basi all'apice del mausoleo le scalinate ed i gironi erano carichi di draghi, di leoni e di elefanti di granito, secondo la descrizione del viaggiatore cinese Fu-Hien che visit il Borobodor nel 1400, ed i pellegrini pavesavano i nove cerchi dei loro cenci e dei loro parasoli, e fumavano i tripodi delle settantadue nicchie, e le pancie dei bonzi contemplatori decoravano i merli della pagoda superiore, e tutt'intorno templi e citt fiammeggiavano nel sole di Giava, questo luogo doveva essere uno dei pi grandiosi scenarii del mondo di allora. Ora  lugubre e freddo.  il sepolcro di tutto un passato.
Che cosa resta della dominazione indiana su Giava? Qualche servo bengali a Batavia e qualche facchino malabar a Surabaya. Resta anche una placca di rame col nome del maradji Sri Mataram che le guide mostrano dentro una vetrina del museo di Batavia alle coppie anglo-sassoni di passaggio!

Per avere un'idea della colossale fatica che  stata necessaria per condurre a compimento il Borobodor, bisogna seguire la strada dei pellegrini lungo l'immensa spirale della muraglia. Per una lunghezza di un chilometro e mezzo la parete  tutta scolpita a bassorilievo. Se si aggiungono le gallerie interne e i pannelli ornamentali, l'area scolpita , secondo l'archeologo Groneman, di oltre tre chilometri quadrati. E le mille e mille figure non sono trattate superficialmente, ma cesellate con infinita minuzia nella lava trachitica in ogni loro particolare fino ai disegni delle vesti ed ai ricami delle selle.
Lo spirito evoca l'immane pena delle plebi che l'implacabile ambizione di pochi principi indiani condann alla mola. Quante migliaia e migliaia di schiavi e per quanti anni? Quanto sudore, quanto pianto e quanto sangue hanno bevuto le pietre grigie per soddisfare l'orgoglio d'un sol uomo il quale volle in piena jungla giavanese sorgesse un monumento pi grande e pi splendido dei templi stessi della madre India?
Ancora la notte  fonda e nessuna lucentezza nuova imbianca l'orizzonte. Solo la luna inonda il creato del suo biancore. E s'abbassa sull'orizzonte.
La foresta preme intorno al mausoleo, aspettando il momento di poter seppellire sotto l'oceano delle sue foglie la gigantesca piramide. Intanto ha mandato innanzi le sue avanguardie, i terribili "fichi delle rovine" che si insinuano in tutti gli intagli ovunque un fremito di terra ha schiantato i macigni od un muro s' incrinato sotto il peso dei secoli. Distruttore inesorabile il fico continua silenziosamente l'opera di morte, allarga le crepe, aggrava le fenditure, scalza, slabbra, trivella, finch i macigni, messi fuori d'equilibrio, non precipitano provocando altre rotture ed altre rovine od i muri, spostati dalla formidabile leva che completa l'opera dei terremoti, non crollano fragorosamente.
Il vento, complice compiacente, si diverte a sparpagliare un po' dappertutto i semi della dinamite vegetale fino in alto sui terrazzi e sulle cupole delle pagode. Negli interstizii dei massi vulcanici i minuscoli grani trovano sufficiente terriccio ed umidit per mettere al mondo un ciuffetto di foglie, poi lavorano in profondit con filamenti sottili che sanno trovare la strada fra le pietre, strisciano, s'attorcigliano, si allungano, raggiungono la terra grassa e bagnata. Allora ingrossano rapidamente in tutta la lunghezza e finiscono collo sventrare le pi grandi muraglie. Tutti i templi e le citt dell'epoca indo-giavanese sono finiti cos, sepolti dalla jungla nei suoi sudari verdi.
La notte  torbida, piena di languori e di profumi. Notte dell'Equatore, notte di Giava! La grande Orsa dei cieli d'Italia  tutta inclinata a levante, quasi rasente alla linea dell'orizzonte. Splende invece la Gran Croce del Sud, celeste regina dell'Equinozio.
I raggi della luna incipriano di polvere di perla la folta oscurit della foresta. Il fogliame li spegne nella sua ombra. Dardeggiano invece sulle pietre e le lave del Borobodor con ombre lunghe e pi lunghi riflessi. La piramide par fatta d'un metallo vergine e grezzo che fa pensare alle profondit del globo. Il lividore attenua i disegni ed annebbia gli intagli. Solo i settantadue faccioni, dalla smorfia statica, sono avviluppati in un bagliore di latte. Sorridono, sorridono... Dominano la notte e le rovine.

Ed il tempo passa. Pian piano la luna trascolora come colta da un'improvvisa anemia. Il suo disco d'argento luminoso si trasforma gradatamente in un globo di vetro opaco.
E s'attenua il bagliore delle stelle.
E dagli angoli lontani dell'orizzonte si sprigionano sbuffi d'una bianchezza diversa, pi calda, con un non so che d'oro nel suo pallore.
Sul mausoleo fa meno chiaro, quasi si direbbe che la penombra  diventata pi smorta, che stia per incominciare una pi profonda notte, ma dagli spazi una grande chiarezza s'avanza e s'avvicina.
Appare uno scenario inaspettato di montagne. Il Merapi precisa la sua ossatura potente. Come evocati da una forza medianica compaiono ai suoi fianchi i fratelli finora invisibili, il Merbaboc ed il Sombing, feroci distruttori di campagne e di villaggi.
Verso la vallata il cielo si colora dolcemente di rosa con fiocchi di garza verdolina e sfilacciature di porpora.
Verso i vulcani, dov' addensata una coda di temporale, prevalgono le tinte cupe, l'acciaio, il nero-pece, il grigio granitico, il violetto carico dei velluti, tutto un fantastico caos di forme mostruose, intassate, sovrapposte, come montagne di minerale e di carbone sospese nel vuoto che stiano l per precipitare sulla terra e subissarla.
La lunga alba equatoriale s'attarda ad illuminare i due quadri. Il vertice della piramide  un fantastico belvedere aperto sulla grandiosit del mattino.
Nessun uccello saluta il giorno che nasce.
Forse nella foresta s'aprono le case degli uomini, ma le foglie nascondono i risvegli. S'ha la sensazione d'essere soli, soli fra i ruderi e soli nell'orizzonte, testimoni tutt'occhi e senza fiato.
Dov' lo sfondo fosco, s'abbassa una piccola luna di stagno, sinistra come la faccia della morte. Dove sono i veli e le frangie d'oro, s'innalza un disco smisuratamente grande, giallo, opaco, indefinibile. C' una paratia di vapori tra la terra e il sole. Per un momento i due astri sono entrambi senza luce, lontani lontani, poi i primi dardi solari forano il velario, lo stracciano, lo sfioccano, precipitano vittoriosi alla conquista dell'infinito, avviluppano la foresta, snidano i villaggi, investono il Borobodor che s'indora, incoronano i quattrocentotrentadue Buddha della piramide, svegliano le mille figure dei bassorilievi, irrompono all'assalto dello scenario fosco e lo mitragliano di saette.
I preti buddisti sapevano scegliere i luoghi per i loro templi!
Il pellegrino antico che durante le ultime ore della luna saliva di terrazza in terrazza fino alla cima del Borobodor soffermandosi a bruciare i sacri incensi dinanzi ad ognuna delle quattrocentotrentadue stazioni, che arrivava cos colle prime evanescenze dell'alba ai tre cerchi superiori dove di girone in girone il sorriso dei settantadue Buddha gli appariva sempre pi splendente, e che giunto al vertice della piramide, dinanzi alle ceneri del Saggio dei Saggi, si volgeva intorno a contemplare le magnificenze dell'Equatore, doveva veramente sentire l'annientamento della propria piccolezza nella grandiosit del creato!




Alla Corte di Soerakarta

SOERAKARTA, 20 febbraio.

Bench l'udienza sia alle dieci, le zanzare mi costringono gi alle sette a gironzolare intorno al palazzo degli imperatori di Giava.
Una capanna di bamb m'offre l'ospitalit ed una panca.  un caffeuccio indigeno, frequentato dai soldati della Guardia e dal personale di Palazzo. Cinque armigeri ammazzano il tempo giuocando al "bacn" con un pugno di fagiuoli ed un bicchiere di latta. A pochi passi un messere, che a giudicare dai galloni dev'essere un pezzo grosso della Corte, succhia con dignit un metro e quaranta di canna da zucchero, seminando il terreno di bioccoli di legno masticato che le labbra esperte irradiano con tiro rapido all'intorno. Un fiocchetto  quasi finito sui miei pantaloni bianchi fiammanti, tirati fuori dal baule proprio per l'udienza, ma siamo a Giava e non si fa caso a certe sciocchezze. I masticatori di betel hanno sputi ben pi pericolosi! Accanto al dignitario un collega di pari grado  gi arrivato a venti centimetri di canna e s'affretta a masticare voluttuosamente i resti del mozzicone.
In una pentola all'aria aperta bolle una broda verdastra destinata alla clientela di passaggio. Ogni tanto una bisavola dal muso appuntito e dalla faccia di cartapecora, d una mescolatina all'intruglio, lecca diligentemente il mestolo, poi riprende la sua occupazione principale che  quella d'intrecciare una stuoia di paglia.
I girasoli aprono lentamente le loro corolle al bacio tiepido del mattino.
Per la strada passa una donna con un branco di bufali. Un animale si ferma a far colazione con le foglie d'un ramo. La donna continua il suo cammino, poi quand' gi un pezzetto avanti, si volta indietro a sollecitare il ritardatario con un lungo trillo squillante. Par che chiami: Gennari, Gennari... e il bufalo docile raggiunge al galoppo la comitiva.
In un canale pieno di sole, diguazzano donne e bambini in costume adamitico. Nessun passante  incuriosito dalla carne giovane e sgocciolante. Ognuno tira dritto per la sua via senza degnare i gruppi nemmeno di uno sguardo. L'indigeno  abituato al nudo e non vi fa caso.
Altri canali brillano fra gli alberi, strade d'argento che si perdono nel verde.
Il sole  gi alto sull'orizzonte ed avviluppa la jungla nella sua fiamma calda. Molte mosche e zanzare frequentano il mio caff.
Soerakarta  una capitale di duecentomila abitanti, sparpagliata in un perimetro di circa trenta chilometri, ma bisogna aver fede nelle statistiche per crederci, giacch non si vedono pi di centocinquanta case. Veramente dovrei dire capanne! Tutto il resto  invisibile, nascosto nella folta jungla equatoriale che stende a perdita d'occhio l'ondulamento delle palme-cocco con qua e l un mausoleo di varinghi giganti od una cattedrale di fichi-bania.
A cento metri un soldato con la picca passeggia avanti, indietro, lungo un muro di fango battuto che, ad una certa altezza, sparisce sotto le abbondanti ramaglie d'una fuga d'alberi piangenti.  il muro di cinta del Kraton, il quartiere imperiale dentro il quale sono riuniti il palazzo privato dell'imperatore, la reggia del Seshenn, i dalem dei principi, il Krapokten o grande harem, i geladg con i cavalli, cervi e le bestie feroci del monarca, il parco delle scimmie, le abitazioni dei ministri e dei dignitarii. Ventimila persone abitano il Kraton, tutto un piccolo mondo di cortigiani, di soldati e di servi, sulle soglie del quale si fermano la civilt occidentale e la dominazione olandese.
La sentinella, compresa della sua importanza, batte la picca con fragore sul selciato spaventando ogni tanto un uccello.
Civilt e dominazione sono rappresentati nello scenario da una fortezza di mattoni con quattro pezzi di artiglieria cortesemente puntati in direzione del Kraton. Ai piedi della fortezza  il palazzo del Residente Generale. Il Residente di Soerakarta  uno dei pi alti funzionari della colonia. Infatti il posto richiede oltre a notevoli doti di vigilanza e di diplomazia, una perfetta conoscenza della mentalit indigena per poter fronteggiare le infinite risorse del sovrano asiatico e dei suoi consiglieri.
Il Seshenn di Soerakarta - questo  il titolo ufficiale dell'imperatore - ha, cinquanta chilometri pi lontano, un rivale in potenza nel sultano di Jokakarta. Entrambi rappresentano gli ultimi resti del grande reame di Mataram che un tempo estendeva il suo dominio su tutta l'isola.
Con fine senso politico gli olandesi hanno lasciato ai due sovrani l'apparato esteriore della loro potenza. Lo stesso Residente olandese non  che il "fratello maggiore" del monarca, al quale fraternamente assicura i lumi dei suoi consigli.  un genere d'illuminazione che costa parecchio, in quanto il Residente s'occupa della successione al trono, della nomina e della revoca dei ministri, nonch dei loro stipendii, dell'amministrazione della giustizia civile e penale, della polizia, delle imposte e delle forze armate. Al sovrano restano insomma l'harem e i parasoli!
Lo stesso sistema  applicato nelle altre provincie, le quali, agli occhi degli isolani, sono governate dal Reggente che  sempre un indigeno di famiglia principesca o nobile del luogo. In realt il potere  in mano del Residente o "fratello maggiore" che  sempre un olandese. Lo stipendio del Reggente indigeno  pi forte di quello del Residente europeo, tutte le spese di rappresentanza e gli attributi esteriori dell'autorit essendo prerogativa del funzionario di colore. Il rappresentante della regina Guglielmina , in genere, un uomo di costumi semplici, alieno dal fasto e dalle cerimonie, che vive appartato nel suo bungalow. Gli ordini del Residente ai principi ed all'imperatore sono dati sotto forma di raccomandazioni, le quali per hanno forza di legge secondo il buon diritto del "fratello maggiore", cui spetta nella famiglia giavanese l'esercizio onnipotente della patria potestas in mancanza del padre.
Gli olandesi non hanno fatto altro che rispettare l'organizzazione feudale dell'isola, lasciando ai principi indigeni l'illusione di continuare a governare ed ai sudditi il conforto d'essere tiranneggiati da uno della loro razza; viceversa hanno provveduto in maniera da avere ovunque alla testa delle provincie un fedele e docile servitore. Ad un osservatore attento non sfugge l'affinit esstente fra l'ordinamento di Giava e gli antichissimi statuti del Giappone, ai quali il governo dell'Aia si  ispirato per governare senza grattacapi cinquanta milioni di asiatici, adattando abilmente le necessit e gli organismi della colonia alla psicologia della popolazione, con maggiore finezza di quanto abbiano fatto gli stessi inglesi nell'India e negli Straits Setllements.
Di tutti i potentati indigeni, il pi importante  precisamente il Seshenn di Soerakarta, il quale gerarchicamente viene prima anche del Sultano di Jokakarta, bench la questione complicatissima della precedenza non sia stata risolta ufficialmente dall'abile governo di Batavia che conosce i suoi polli. Il Seshenn ha il rispettabile stipendio di tre milioni di fiorini all'anno, (col cambio s'arriva quasi agli appannaggi del Re d'Italia!) i quali gli permettono di mantenere una Corte fastosa, d'assicurare riso ed oppio a tutti gli abitanti del Kraton, d'avere alcune migliaia di servi, diverse centinaia di consorti ed una innocua quanto pomposa Guardia imperiale. L'autorit temporale dell'imperatore  ristretta alla sola provincia di Soerakarta, ma la influenza religiosa si estende a buona parte di Giava ed  probabilmente questa che gli olandesi pagano cos profumatamente.

Alle nove e mezzo lascio le mosche, le zanzare, gli armigeri ed i dignitarii alle loro canne da zucchero e profondamente ossequiato dalla megera del mestolo, raggiungo i miei compagni dinanzi all'albergo Vari Slier, donde, accompagnati da un funzionario olandese della Residenza, ci avviamo verso il Kraton.
All'ingresso della Reggia la sentinella ci presenta le armi alla giavanese, sollevando cio la gamba destra ed attorcigliandola intorno all'asta inclinata della lancia. Due ufficiali di Palazzo scambiano con la nostra guida una lunga mimica di saluti militari imposti dal protocollo. Rullano diversi tamburi. La scena sarebbe quasi solenne se l'ufficialit dell'impero non fosse scalza e non si grattasse ininterrottamente tutte le parti del corpo. Finalmente, preceduti da un picchetto di armigeri e seguiti da un altro codazzo di guerrieri, ci avviamo in pompa magna attraverso le strade del quartiere reale verso il castello degli Seshenn.
Oggi non solamente  giorno d'udienza pubblica, ma  anche una grossa festa indigena, per cui le vie del Kraton sono animate di cortei che vanno e vengono dal Palazzo con sfarzo d'armati, di parasoli e di pennacchi. Le donne del Kraton s'affacciano sulle soglie delle case ad ammirare l'andirivieni della festa. Peccato che le levatrici abbiano dato indistintamente a tutte un colpetto sul nasino, altrimenti sarebbero graziose coi grandi occhi a mandorla cerchiati di lilla e la pelle bruna ambrata dal sole dell'Equatore.
Le abitazioni dei sudditi di S. M. Graziosissima non sono eccessivamente eleganti. Come genere edilizio sarebbero da classificare nella categoria stamberghe! Qualche caseggiato pi grande ricorda le stalle di certe masserie lombarde. V'abita in genere un pezzo grosso, un Raden od un Pangeram nobile di corte. Molte biche e pagliai fanno pensare ad un abbondante raccolto. Sono invece le dimore dei liberti. Se non ci fossero gli alberi, il Kraton rassomiglierebbe ad un paesone indigeno dell'Uganda o ad un accampamento colonico sul lago Nyanza, ma la lussureggiante foresta equatoriale decora pomposamente i truogoli dell'imperatore.
Intorno alle miserabili bicocche, i giganti delle Canarie formano maestosi baldacchini di verde spiovente, dai quali precipitano i rampicanti a cestire di principesche mantiglie i muretti, mentre le orchidee si incaricano di stendere dappertutto superbi tappeti. La Natura copre colle sue meravigliose bellezze il sudiciume e la miseria degli uomini. Ed il sole profonde il suo pulviscolo d'oro che imporpora i cenci e la mola.
Non vi meravigliate, dunque, se v'assicuro che in complesso il Kraton  bellissimo, superiore assai al pessimo albergo nel quale siamo alloggiati, tra due canali popolati di rane che hanno sempre qualche cosa da dirsi, fra alberi carichi di cicale che resistono a tutti gli accidenti e poderosi eserciti di zanzare che sono in periodo di grandi manovre.
Se i dignitari del Kraton sono scalzi od in ciabatte sdruscite, i loro parasoli sono in compenso di seta rossa ed azzurrina, con ciondoli, con frangie, con campanelli; se i soldati sono pezzenti dalla cintola in gi, splendono di galloni e di fregi dalla vita in su, con un pennacchio sul cappello, un altro sulla lancia, un terzo in cima ad un tappo nella bocca dei fucilacci preistorici; se le mandrie ed i cavalli di S. M. lasciano abbondanti traccie del loro passaggio sulle strade che conducono alla Reggia, anche gli alberi vi lasciano cadere le loro foglie ed i loro fiori; se da certe porte socchiuse esce un tanfo d'ovile mal governato, sono stemperati nell'aria tutti gli effluvii soavissimi della foresta. Come vedete c' la... contropartita.
La popolazione mi sembra diversa da quella di Buitenzorg e di Batavia. Infatti il funzionario olandese ci spiega che nel Kraton sono rigorosamente proibite le mescolanze coi cinesi, coi malesi, con le genti stesse dell'arcipelago della Sonda. I ventimila abitanti del quartiere sono tutti giavanesi puri, figli della jungla, diretti discendenti dei primi abitatori dell'isola.
Slanciati gli uomini, magri, nervosi, con molti tratti che li fanno rassomigliare agli indiani del Travancore. Piccole le donne, ben fatte, fornite, coll'ovale delle giapponesi e le reni falcate delle arabe. Viste di profilo sono in genere belle: di fronte ci rimettono per lo scherzetto delle levatrici e diventano discretamente brutte ai nostri occhi quando aprono la bocca, per la disgraziata abitudine d'annerirsi i denti con una pasta di tabacco, calce e scorza d'arec. Insomma sono donne che... ciccano e sputano nero. Pel nostro stomaco europeo  un tantino troppo! Ma la Moda cammina e chiss che un giorno, dopo i tessuti cinesi e la musica dei pellirosse, la grande Parigi non prenda l'iniziativa dei denti d'onice e della cicca au parfum d'Orient.
Una fanfara di casseruole e di catini ci annunzia che ormai ci avviciniamo. Il viale dei varinghi  spezzato da un pretenzioso muretto tutto merli, al di l del quale incomincia la Reggia.
Entriamo per la porta bassa, attraversiamo un cortile fra due ali di soldati, passiamo una seconda porta, un secondo cortile, poi un terzo, un quarto, un quinto, tutta una fuga d'ingressi e di cortili, sempre fra due file d'armati che di mano in mano sfoggiano uniformi sempre pi scintillanti come nelle Riviste dei music-hall, quando ci s'avvicina al quadro finale. La Guardia imperiale ha il copricapo giavanese di paglia intrecciata, il kelok, che ha una stridente rassomiglianza con certi arnesi che in Europa si nascondono di solito nei comodini. Piccole musiche di pentole, di pifferi e di tamburi, rallegrano la marcia.
Infine arriviamo in una grande corte quadrata dominata da una torre cinese di quattro barche rovesciate con la cocca in aria. In alto al torrione sventola la bandiera imperiale di Soerakarta. Il luogo  gremito di personaggi e di parasoli che aspettano il loro turno per entrare nel salone delle udienze.
S. M. riceve oggi i notabili indigeni e le personalit europee. Il sottoscritto  l'unico rappresentante del quarto potere alla corte degli eredi di Mataram. E S. M. lo sa!
Dopo cinque minuti un cerimoniere vestito di rosso ci introduce al cospetto dell'imperatore di Giava, re di Soerakarta, "chiodo del mondo", "primo servitore del Misericordioso", comandante in capo degli eserciti e della flotta (!), gran maestro dei culti, custode del Merapi e del Sombing...
Non mi aspettavo un salone cos degno. Un magnifico soffitto di lacche celesti e oro  sostenuto da un duplice ordine di colonnine azzurre, intorno alle quali sono scolpiti fiori, uccelli e scimmiotti dorati. Il monarca  seduto alla giavanese sopra una specie di dado azzurro senza spalliera, sotto un imponente baldacchino d'oro, formato da sei ombrelli sovrapposti a lunga frangia. S. M. veste l'uniforme da generale olandese del '600 col famoso kelok nazionale aggraziato da una spilla di brillanti. Intorno al trono sono disposte venti poltrone di sala d'aspetto di prima classe, riservate ai personaggi europei. Il Residente ha il privilegio d'un baldacchino con tre ombrelli.
I dignitari indigeni sono seduti per terra su stuoie di cocco, con le gambe incrociate, le mani raccolte sul ventre, il capo basso in segno di profondo rispetto, i piedi scalzi e... puliti. Qualunque sia il loro rango il cerimoniale impone a tutti un'uniforme d'udienza che lascia nude le spalle ed il petto, in modo che S. M. possa vedere battere i cuori dei suoi fedelissimi sudditi.
Il sovrano, che dimostra una quarantina d'anni,  pitturato come una bambola di porcellana. Ha il naso appiattito ed i denti neri dei suoi sudditi. Mastica continuamente pallottole di betel ed ogni tanto si degna di sputare. Ogni volta che sua maest ha bisogno di compiere questa graziosa operazione, quattro cortigiani, i quali seguono attentamente, direi quasi spasmodicamente, i movimenti del gorgozzule e delle labbra del beneamato monarca, si precipitano ad offrirgli una sputacchiera d'oro.
Dietro il trono , bellamente allineata, una rappresentanza dell'harem. Conto trentasette capi di bestiame. Un ciuffo di penne di pavone  l'insegna del loro grado. Due, quasi bambine, sono proprio ai lati del re. Nude le spalle, nude le braccia, il piccolo seno compresso da una piccola striscia di batista trasparente, i capezzoli acerbi bucano la seta. Il resto del corpo  infagottato nel "sarrong" nazionale che nasconde gelosamente i piedi sui quali non deve mai posarsi sguardo d'uomo, tale privilegio essendo prerogativa esclusiva del "chiodo del mondo" e dei suoi eunuchi.
Pian piano il salone si riempie di personaggi indigeni che si presentano curvati e, giunti a pochi passi dal trono, si buttano in ginocchio prosternandosi con la fronte contro terra. Quando sono stati un pochino cos il cerimoniere agita un campanello. La udienza  finita ed i dignitari si ritirano rinculando fino al loro posto. Per gli europei il protocollo  pi spicciativo: un inchino, un sorriso-smorfia di S. M., secondo inchino senza la smorfia, e la poltrona. Il Residente olandese fa finta di non conoscerci secondo le regole dell'etichetta.  maestoso il Residente: un metro ed ottanta di altezza, con un petto da lottatore. Si vede che  il fratello maggiore! Visti uno accanto all'altro l'olandese e S. M. sembrano veramente il burattinaio e la marionetta. Pei meticci detta legge il cognome: se il Cognome  indigeno, i meticci seguono la sorte degli isolani, se  europeo possono fare a meno di prosternarsi ed hanno diritto ad una rapida contrazione delle narici imperiali in segno di risposta.
Tutte queste sciocchezze sono importantissime per la tranquillit della colonia.
Fra i diversi dignitari v' anche una deputazione di mandarini cinesi in costume nazionale, col parasole ed il ventaglio. Avanzano con passetti corti e prima d'inginocchiarsi eseguono sveltamente due piroette che fanno sorridere di disprezzo l'assemblea. Sono i sindaci del quartiere cinese di Soerakarta e dei villaggi "celesti" della provincia. I cinesi sono un po' gli ebrei dell'Asia equatoriale. Malvisti dagli indigeni e dagli europei, monopolizzano quasi interamente il commercio minuto ed esercitano su larga scala l'usura. Laboriosi, attivissimi, intelligenti, potentemente organizzati e solidali fra loro, costituiscono una delle maggiori forze economiche della colonia, ed il maggior pericolo politico del suo avvenire.
Quando tutte le razze, le cariche e le confraternite dell'impero di Soerakarta hanno deposto l'omaggio della loro fedelt ai piedi del trono, varie bande ed orchestre, le quali finora hanno avuto l'eccellente idea di non farsi vive, si svegliano di soprassalto intonando ognuna per conto suo, marcie militari e sinfonie di guerra. Primeggia la banda reggimentale olandese che ha un manipolo infernale di pifferi.
Il momento deve essere solenne. Me ne accorgo dalla precipitazione degli indigeni nel buttarsi bocconi contro terra. Il ministro della Guerra ed il comandante della Guardia imperiale, che fino adesso sono rimasti in piedi accanto al trono con le sciabole sguainate, si lasciano letteralmente cadere con la faccia sulle stuoie. Che diavolo succede? Il rappresentante dell'Olanda s'irrigidisce in una posa napoleonica. S. M. rivela la propria emozione con un tiro accelerato nelle quattro sputacchiere d'oro.
E sfila il grande harem: le trecentocinquanta mogli ufficiali, le centocinquanta principesse del sangue, le centotrenta principesse di mezzo sangue, i terzi, i quarti ed i quinti, le dodici favorite, le non so quante madri dei figli legittimi. Chiude il corteo la prediletta dell'ora, regina dell'alcova imperiale di Soerakarta.
Tutte le sacerdotesse dell'harem hanno in mano un flabello di piume di struzzo. Lo spettacolo  pittoresco quanto mai. I "sarrong" a colori vivaci sono finemente ricamati con incrostazioni di coralli e di pietre. Molte principesse inalberano fieramente un diadema scintillante o una piuma paradiso o una coda di fagiano azzurro. Nude tutte le braccia, nude le spalle, quasi nudi i seni, ben falcate le schiene, le anche inguantate dai "sarrong", agili le movenze, felino il passo che fa pensare all'incedere vellutato dei giaguari sui tappeti di foglie,  una sfilata di bellezze asiatiche che appartengono per intero a S. M.  veramente il terreno della sua potenza, l'unico del quale non deve rendere conto al "fratello maggiore". L'Olanda non ha diritto di ficcare il naso nelle gonnelle di corte.
Dinanzi al trono i flabelli s'inchinano, le fronti si curvano con rispetto, le collane di giada scintillano, i piumaggi frusciano, i braccialetti birichini dicono tante cose. Nello scatto delle riverenze piccoli seni scappano fuori dai "sarrong" troppo stretti e le proprietarie li ricacciano gi con un buffetto. Peccato che le labbra sorridano tutte scoprendo i denti neri!
Passa la guardia femminile dell'imperatore: cento vergini aspiranti all'harem. Diane equatoriali della jungla, armate d'archi, di freccie, di spade, di tagn e di pugnali kris: in capo un elmo di bamb con la coda di pelo di scimmia.
I tripodi che bruciano intorno al trono avvolgono il monarca in un velario grigio-azzurro. Rigido, immobile, compreso della sua maest, idolo asiatico dalle guancie dipinte e dalle dita scintillanti di gioie, l'imperatore di Soerakarta dimentica la realt e immagina d'essere come i suoi antenati: l'onnipotente signore di Giava, padrone della vita e della morte di tutti i suoi sudditi, rappresentante di Dio ed egli stesso investito dal soffio sovrumano della divinit, il "chiodo del mondo", il fior di loto della jungla, cos come cantano le canzoni della foresta nelle notti di luna sulle soglie delle capanne....
Quando sotto un parasole color ciclamino tintinnante di sonagli compare la prediletta, nuda dalla vita in su, senza un velo, senza un gioiello, senza un fiore, altro che la sua turgida bellezza meticcia, con un "sarrong" di piume di struzzo che la fa parere una fantastica libellula, vien voglia di battere le mani.
Quante migliaia di fiorini ha ricevuto il ministro degli Interni per aver saputo scovare nelle serre dell'Equinozio questa superba corolla?
L'idolo s'alza accompagnato dal "fratello maggiore" per assistere dalla veranda del Kraton alla rivista dell'esercito.
Nella grande piazza in fondo alla quale sono allineati i reggimenti delle palme-cocco, sfilano le forze armate dell'imperatore: un battaglione olandese con la bandiera della lontana Regina, un battaglione misto di indo-giavanesi, la Guardia a cavallo, le amazzoni, i cervi del Re, i cacciatori, i buffoni, i nani, gli aborti ed i pazzi di Corte; le insegne della sovranit, un gruppo di maschere colla testa di tigre e d'elefante, le pipe del Re sotto parasoli verdi, le sputacchiere, i ventagli, i pugnali, i ministri, i dignitari, i servi, le truppe scalze, ombrelli d'oro, d'argento, rossi, violetti, gialli, verdolini, bandiere, labari, oriflamme, stendardi, musiche, musiche. Ultima la plebe, tutti i ventimila abitanti del Kraton ognuno con un ramo di palma.
Per un istante anche noi dimentichiamo il "fratello maggiore", i cannoni dell'Olanda, i milionari di Batavia e Surabaya, l'infinita miseria di questo imperatore che  p schiavo dei suoi schiavi, la bassezza di questa plebe superstiziosa e codarda, tutto l'immenso ridicolo dello spettacolo e dei suoi personaggi, per evocare la reale potenza degli Antenati quando i despoti innalzavano colle glebe dell'isola i mausolei del Borobodor.
L'uniforme di generale olandese diminuisce la solennit dell'idolo, ma il volto dipinto secondo la tradizione secolare e gli occhi trasfigurati dall'orgoglio, ricostruiscono l'antica maschera imperiale.  ieratico l'imperatore di Soerakarta e non stonerebbe sull'altare di una pagoda fra gli incensi dei bonzi in uno sfondo di porcellane e di lacche. Veramente egli  il discendente di quegli uomini-dio che nel lontano passato decidevano col loro capriccio le sorti dell'umanit asiatica ed il cammino stesso della storia.
Quando tutta la mandria umana  sfilata, la folla si ordina in formazione di piramide con la cavalleria alla base e la prediletta sul vertice della figura. Un comando, un urlo simultaneo delle ventimila bocche, e l'intera piramide si prosterna nella polvere ad adorare il Re.
La banda reggimentale olandese che non prende parte all'esercizio, intona l'inno nazionale di Nederlandia. Rombano i cannoni del forte. Il Residente olandese si irrigidisce germanicamente sull'attenti, con la mano alla visiera.
E per un istante il fantoccio incoronato ha l'illusione d'essere veramente imperatore!




Danze e amori d'Asia

SOERAKARTA, 24 febbraio.

La Corte Imperiale di Soerakarta ci ha mostrato col ricevimento pubblico di S. M. e colla festa militare del Kraton, la grande societ indigena ufficiale di Giava che  rimasta fedele alla mentalit ed alle costumanze degli antenati, nascondendo sotto i parasoli d'oro e dietro i paraventi di lacca la sua attuale servit politica e la sua miseria economica.
I saloni giavanesi del principe milionario di Kaporo-Pendopo ci mostrano stasera in tutto il suo fasto una grande famiglia asiatica, la quale invece di raccogliersi fra gli stracci di porpora, nel ricordo dello splendore passato, ha scaltramente sposato da secoli la causa dei conquistatori olandesi, ha venduto al governo di Batavia la propria influenza politica, ha rindorato, coi fiorini della Regina Guglielmina, il vecchio blasone di Mataram, ha fatto educare le giovani generazioni in Europa, addestrandole ai traffici ed alla malizia dell'Occidente. Mentre quasi tutte le famiglie nobili di Giava sono finite nell'indigenza e debbono mendicare a Batavia un modesto impiego di Reggente, i principi di Kaporo-Pendopo sono multimilionari di fiorini, hanno piantagioni di zucchero e raffinerie, piroscafi di cabotaggio, azioni delle diverse "Matchappy", e colle rendite favolose dei loro possedimenti possono permettersi il lusso d'offuscare la povera Corte imperiale con ricevimenti di straordinaria opulenza, nei quali rivivono i fastigi dell'antico reame di Mataram.
Quando la nostra automobile si ferma dinanzi al palazzo dei Kaporo-Pendopo sono quasi pentito d'aver accettato l'invito, tanto  terribilmente olandese l'atrio della villa e pi olandese ancora il salotto nel quale un domestico bianco ci introduce con la classica alterigia dei lacch di grande casata: poltrone e divani di cuoio color avana, marina d'Amsterdam, e canali d'Utrecht alle pareti, v' perfino un monumentale camino di "polder" batavo con una collezione di vecchie pipe del Bramante. Ci si crederebbe a Leida in casa d'uno scabino della Corona. Bei tulipani completano il quadro facendo pompa dei loro velluti in vecchi vasi di porcellana del Limburgo. S'aspetta di vedere entrare una forosetta dalla cuffia inamidata e gli zoccoli di legno ad annunciare un personaggio di Rembrandt. Entra invece S. A. imperiale il principe di Kaporo-Pendopo, piccolino, giallognolo, incartapecorito, cerimoniosissimo. Lo "smoking" europeo lo fa rassomigliare a quei giapponesi che s'incontrano a "table d'hte" degli alberghi di Milano e di Roma, col passaporto sul viso, impacciati, timidi, che stanno a disagio dentro il colletto duro e lo sparato bianco, abituati come sono alla libert dei pigiama ed alla larghezza floscia dei "kimono".
Il wisky  servito da un cameriere meticcio in "frac" e pantaloni corti. Cristalli ed argenteria hanno lo stemma dei Kaporo, testa di tigre su tondo di jungla. Il listino di Borsa ed i prezzi della guttaperka forniscono abbondante materia di conversazione. Temo d'aver sciupato la serata come tante volte in India in casa d'un asiatico europeizzato, d'uno di quei neofiti della civilt occidentale che si fanno in quattro per scimmiottare alla perfezione il modo di fare e di ricevere dei bianchi senza riuscire, dopo venti anni d'esercizio, ad accomodarsi convenientemente un nodo di cravatta. Li vedete entrare in sala come figurini di Parigi, ma cinque minuti dopo le membra ribelli mandano lo sparato di sghimbescio, il cravattino s'allenta, un pantalone trova sempre verso d'infagottarsi al ginocchio ed i polsini escono come lumache dal fodero. Sotto le rovine dello "smoking" compare il Pinocchio asiatico a rivendicare i suoi diritti millenarii.
Mentre centellino il mio wisky accanto al camino nordico che coi suoi alari di bronzo lucente ed i suoi alti stipiti di porcellana d quasi una sensazione di freddo, non posso trattenermi dal pensare con rimpianto alla festa del kris che stanotte impazza nel quartiere malese di Soerakarta, agli stradini del Kampong indigeno dove le ragazze di Giava ballano la vecchia "serimp" degli antenati al suono delle chitarre "dacte" e gli uomini si ubbriacano ai bancherelli di sugo di palma, e tutte le donne vestite a festa coi "sarrong" ricamati aspettano sulle stuoie, fuori degli usci, che annotti per vedere ballare la danza terribile del kris, che a volta s'arrossa di sangue, ma che accende nelle vene anche delle pi vecchie i torbidi fuochi dell'Equatore.
M'avevano parlato di questo principe come d'un grande raffinato e d'un grande signore d'Oriente. Mi aspettavo quindi un palazzo sontuoso di nababbo, un giardino incantato, lacch, ori, ventagli, sirene australi... invece.....

- Le notizie da Borneo sono pessimiste, raccolto scadente e tutte piante giovani.
- Anche Liverpool fa poche domande...
- A Celebes i prezzi sono in rialzo!
- Tutto dipende in ogni modo dalle richieste di San Francisco.
- A quanto le "Sugar Matchappy"?
- Dodici e tre ottavi.
Stanotte  gran festa in tutta l'isola, anzi in tutta la Sonda, a Borneo, a Celebes, nelle Molucche. Gli uomini e le donne di Giava non si occupano dei t e della guttaperca, hanno lasciato le piantagioni per raccogliersi nei villaggi, indossano i "sarrong" pi belli e tutte le collane di vetro. Le ragazze da marito, coi denti di lacca nera e gli zigomi rosso fuoco, aspettano il tripudio del kris per scambiare il primo bacio, quello che lega per la vita. Notte di danze, d'amori e di pazzie.
Nella jungla del Borneo dove il controllo dell'Olanda  relativo, il kris si balla ancora coi pugnali avvelenati sotto i grandi ombrelli della foresta. Le zuffe degli uomini si confondono per una notte con le battaglie degli orang-utang e cogli amori dei gatti selvatici, come nelle epoche primitive della specie. Il fuoco dell'Equatore brucia le vene degli umani, dei quadrumani e dei felini. S'ama e s'ammazza. La terra umida offre alle coppie impazzite la soffice alcova delle sue putrescenze. A Soerakarta, zona gi conquistata dalla civilt, i gendarmi tolgono dalla cintola dei danzatori e dai "sarrong" delle ballerine le lame di Surabaya e gli stiletti di Macao.
Anche qui si spalancano le porte ed il principe ci invita con un sorriso alla festa del pugnale.

Come in una fantasmagorica cinematografia il salotto olandese col camino d'Amsterdam scompare dagli occhi e dalla memoria. I saloni della festa sono una serra sfolgorante dell'Equatore. Le orchidee strane e carnicine prendono il posto dei tulipani del settentrione.
Solo il principe e noi abbiamo la stonatura dello "smoking". Tutti gli altri invitati europei indossano l'abito coloniale da sera, di tela bianca, col petto floscio e il colletto morbido. La nobilt indigena  in costume nazionale col "sarrong" colorato, il corpetto di raso bianco a ricami di lacca, in capo un gran fazzoletto di seta nera artisticamente annodato a turbante con una spilla di brillanti, un fiore, una "aigrette", un ciuffo ardito di cacatoa. Gli invitati sono tutti uomini secondo la consuetudine mussulmana, ma ben presto le ballerine animeranno la sala dei loro frulli di farfalla.
Con la stessa cura meticolosa con cui nel salotto olandese era stato eliminato qualsiasi oggetto che comunque parlasse di Giava e dell'Equatore, cos nei saloni del "salemlik", aperti sul giardino, non v' nulla che comunque ricordi l'Occidente. Il principe  pari alla sua fama. Tutto  asiatico, e dove la produzione giavanese non offriva il necessario, S. A.  ricorsa agli inesauribili tesori della Cina e del Siam. Il Kraton dell'imperatore di Soerakarta  una stamberga in confronto alla villa dei Kaporo-Pendopo, veri eredi degli Sri Mataram.
Lampade d'alabastro s'alternano a doppieri siamesi, con prismi e decorazioni di cristallo: qua e l grandi lampade cinesi di seta dipinta in mezzo a piccole lucerne del Camboge con intorno tanti dondolini di vetro colorato che tintinnano dolcemente al vento con una musica argentina di campanelli. Non sedie, n poltrone, ma dadi di velluto giallo o rosa secondo l'usanza di Giava, o sgabelli di lacca, di quelli che usano i fumatori d'oppio per addormentarsi e sognare. Paraventi, stuoie, tavolini di lacca, chioschi di vetro fatti per isolarsi dalla festa, tripodi carichi d'incensi, vasche, zampilli d'acqua, torcieri di bengala, tabernacoli di pagoda, Buddha e ninnoli d'Oriente, tutto  di materia preziosa e di fattura artistica senza orpello e senza finta ricchezza.
Domestici scalzi e taciturni offrono in grandi vassoi di Canton bibite misteriose, dolciastre, profumatissime, che al primo sorso non piacciono, quasi ripugnano, ma poi vi conquistano come le bocche di certe donne e vi obbligano ad andare fino in fondo al bicchiere per scoprire il segreto della loro mistura. Lasciano nel palato una strana sensazione di bruciore e di sete, come d'un fiore masticato fino all'amarezza.  acqua? Pare! Se ne tracannano gi tre o quattro bicchieri, poi i misteriosi alcool equatoriali della foresta avvinghiano d'un tratto a tradimento con un cerchio sottile intorno alle tempie e sugli occhi scende un velo che stempera i contorni. Tutto si vede in una sfumatura di sogno. Gli incensi gettano una nota mistica nel baccanale dell'Equatore.
Ragazze quasi nude offrono, in grandi piatti di cocco, i manghi del Merapi, duri, diacci, asprigni, le "mellnghe" dalla polpa elettrica che stringono le gengive in un bacio viperino, le "rosede" che ingommano i denti colla loro dolcezza vischiosa, tanti altri frutti senza nome e mai visti che non si trovano neppure sui mercati di Batavia e di Surabaya, qualit ormai scomparse dalla circolazione, prodotti dell'alta jungla, condannati a scomparire dalla civilt trionfante che conquista la foresta alle coltivazioni lucrose del t e della guttaperka. Solo pochi milionari indigeni possono permettersi il lusso di grandi possedimenti incolti nei quali i servi vanno di tanto in tanto a raccogliere le leccornie dell'Equatore.
I principi di Kaporo-Pendopo posseggono la pi grande "gamalanga" di Giava, l'unica orchestra dell'isola che ancora comprenda tutti gli strumenti antichi dell'arcipelago della Sonda. I musicanti sono circa una cinquantina. Accoccolati sulle stuoie agli ordini d'una vecchia ermafrodita della Corte di Soerakarta che  il... Toscanini di Giava, provano i loro strani strumenti, certe chitarre fisse che per suonarle s'incastrano in un buco del pavimento e poi ci si strofina su una sega di corde vegetali, viole ad una sola corda, casseruole armoniche, arpe orizzontali che si martellano con canne di sambuco, zucche vuote di tutte le dimensioni, zufoli, flauti, triangoli, pifferi, palle che si lasciono correre in un catino d'argento, curiosi tempietti fatti di pezzettini di vetro ingommati a tanti piccoli spaghi, in mezzo ai quali il musicante soffia in una data maniera, estraendone come uno sciacquo d'acqua corrente.
S'aspetta chiss che fracasso di stoviglie e di tamburi. Si  sorpresi invece da una musica dolce, ovattata, languida, che par venga di lontano sulle ali del vento, un'armonia non priva di fscino che il nostro orecchio europeo non capisce, ma sente non barbara, prodotto delicato di un'arte delicata e difficile che  inaccessibile per noi.
Ho sentito qualche cosa di simile nella jungla quando il bacio potente dell'Equatore solletica i miliardi di foglie della foresta, ed il vento porta appena l'eco di lontane canzoni di capanna, e le gomme schiantano le scorze dei tronchi secolari, e le scimmie si dicono sugli alberi le loro confidenze... Musica della jungla, dialogo delle cose con le cose nelle notti di zeffiro e di luna...
Le zucche imitano magicamente i boati sommessi e profondi dei vulcani. Certi "a solo" fanno pensare all'agonia dolorosa d'un uccello.
Entrano nel giardino con passetti corti e moine di bimbe le danzatrici. Vengono dall'ombra degli alberi e pare portino con loro il fremito delle palme-cocco. Le "bedaye", ballerine di corte, sono quarantacinque, e trentadue le "rome", che sono danzatrici di professione scritturate per le feste. I nasetti un po' schiacciati ed i denti d'ebano lucente danno alla loro bellezza australe una impronta indefinibile, come d'un mostruoso incrocio fra una bellissima gente umana ed una razza animale della foresta.
Accartocciate dalla vita in gi nei "sarrong" di paglia intrecciata, il torso inguantato da una mussola bianca, nudo mezzo seno, nude le spalle, i capelli acconciati a pagoda con forcine e campanelli d'oro, gli occhi a mandorla cerchiati di malva, tre piccoli nei sulla guancia sinistra, debbono rappresentare per gli indigeni il non plus ultra della femminilit. A noi non piacciono per la loro stranezza, fiori d'una flora esotica che sgomentano un po' per la profonda diversit coi prodotti delle nostre serre.
Dall'orchestra-gamalanga si sprigiona un gran fruscio di vento ed incomincia la danza.
Immaginate una "giava" di "jazz-band", ma lentissima, cos lenta che fra un passo e l'altro corrano quaranta secondi, a volte un intero minuto. I movimenti sono prima eseguiti dalle gambe, poi dai torsi, per ultimo dalle braccia. Quando, progressivamente, anche le mani hanno raggiunto la posizione della figura, le danzatrici restano un istante immobili prima di incominciare lentissimamente la plastica della seconda figura. E siccome i "sarrong" dalla cintola in gi sono rigidi, mentre i torsi sono quasi nudi, si ha l'impressione d'un ballo eseguito dentro giarre di terracotta.
Incomincia la danza del kris, la terribile danza della jungla che, proibita dal governo olandese in tutto il territorio della colonia, si balla esclusivamente a corte e nelle ville principesche con le dovute precauzioni. Ma nei villaggi appollaiati sulle montagne e nei "kampong" sperduti nella foresta, le genti nell'isola trovano ancora modo di ballare il kris al chiar di luna secondo l'uso degli antenati, col corpo nudo ed i pugnali avvelenati nel vischio della raya. Basta una scalfittura per avvelenarsi ed  cos facile scalfirsi, mentre si danza! Vi sono sempre vecchie vendette da eseguire secondo la legge della jungla, giovani affronti da lavare col sangue prima che la morte obblighi ad affidare ai discendenti l'indispensabile rivalsa per la pace dello spirito. Durante l'anno  difficile compiere il proprio dovere. Gli avversarii stanno in guardia, poi una vendetta eseguita ne trae un'altra da eseguirsi e non si finisce mai, mentre quando gli uomini hanno bevuto il sugo di palma e s'inebbriano con la danza del kris, dimenticano pericoli e precauzioni ed offrono sorridendo il petto ai pugnali che danno la morte con una sola puntura. Le donne hanno tante piccole gelosie di capanna, tanti rancori inesausti di giovinezza! E la morte per veleno di raya non avvinghia subito la sua preda, aspetta che siano finite le danze per non turbare la festa, poi, quando si dorme, ferma pian piano i bttiti del cuore.
Le quarantacinque "bedaye" e le trentadue "rome" tirano fuori dal "sarrong" i piccoli pugnali della foresta. La musica  lacrimosa, ma ogni tanto ha un sussulto che fa pensare ai tremiti della carne quando l'agonia agguanta a tradimento una forte giovinezza.
In casa del principe di Kaporo-Pendopo si balla il kris senza vendette, per amore dell'arte e della tradizione. La carne  sostituita dalle mussole bianche che imprigionano i seni fiorenti delle danzatrici. Gli stiletti hanno la punta smussata ed il filo ottuso. Al ritmo cadenzato della "giava" ogni ballerina cerca di stracciare il corpetto dell'avversaria per mettere a nudo il seno, come un tempo si squarciava la carne per mettere a nudo il cuore. Le punte non sono avvelenate, ma le movenze sono istintivamente feline e gli occhi ridono di gioia selvaggia quando la punta intacca la seta strettissima che si squarcia da sola con uno zirlo. Ed i seni empiono lo strappo della loro turgida floridezza. Allora la danzatrice si lascia cadere sui ginocchi e finge una lenta agonia, finch pian piano s'immobilizza come morta. Ed anche la musica s'abbassa di tono fino a spegnersi in un soffio quando la superstite straccia col pugnale il suo "sarrong" di paglia colorata ed offre agli applausi degli uomini la snellezza ambrata della sua nudit tropicale.
Si spengono tutte le luci. Solo restano accese le grandi lampade cinesi di seta dipinta che diffondono una lucentezza smorta di lacca fosforescente...
Il nostro spirito occidentale non riesce ad afferrare il significato recondito dell'allegoria, come in fondo non capisce queste danze e la loro illustrazione musicale. Se  arte,  arte d'un'altra razza umana. Non possiamo chiamarla barbara perch  tutta impregnata di raffinatezza nell'armonia dei colori e nella grazia delle movenze. Le feste e le danze indiane anche se stranissime, sono pi chiare per noi. Le medesime orgie falliche del Kama-Sutra rispondono ad un modo speciale di concepire la vita e l'amore. Questa danza del kris ci lascia invece perplessi. Non riusciamo a comprenderla. Un po' ci annoia, un po' ci ripugna; per dai tipi, dai suoni e dalle figure, si sprigiona un fascino perfido e sottile che non si sa che cosa sia, ma che rassomiglia a quello che emana dalla jungla incantatrice nelle notti di torpore e di profumo quando la foresta australe avvince i bianchi nella sua carezza tiepida ed avvelenata.
 forse il male dell'Equatore?
La festa principesca si prolunga nel giardino fino ai chiarori dell'alba senza un programma.
Nella penombra delle lampade cinesi di seta dipinta, le "bedaye" e le "rome" cercano i loro amanti. La notte del kris  grande notte d'amore per l'isola equatoriale.
Dal "kampong" indigeno giungono le urla delle genti ubbriache che ballano il kris nelle strade e nelle aie. Domattina la polizia olandese raccoglier i morti, uccisi dal sugo di palma e dalle punte avvelenate.




Vita di piantatori

KADIRI, 3 marzo.

Il diretto Batavia-Surabaya si ferma alla stazione di Kadiri dopo una lunga corsa attraverso le risaie ed i boschi di tek. Un uomo vestito di tela bianca con un grande sombrero spagnuolo di feltro grigio si precipita al nostro sportello gridando a squarciagola:
- Van der Selder! Van der Selder!
I Van der Selder siamo noi, cio... per essere pi precisi, Van der Selder  il ricco piantatore che ci ha invitati per una settimana nella sua tenuta di Kadiri. Fra me, per esempio, ed il signor Van der Selder c' tra le altre differenze la bazzecola di parecchi milioni di fiorini, ma pel bravo meticcio, il quale si fida alle apparenze, anch'io sono Van der Selder!
Tre vetture equatoriali aspettano fuori dalla stazione gli ospiti ed i bagagli. L'uomo del sombrero apre il corteo in sella ad un poney indiavolato dell'arcipelago e via a trotto serrato attraverso canne di zucchero e palme-cocco.
Ogni tanto una villa bianca sporge in avanti una veranda di colonnine sulla cima d'un poggio. Sulle case degli europei  innalzata la grande asta della bandiera e nei giorni di festa ogni proprietario spiega ai venti dell'Equatore il vessillo nazionale. I villaggetti malesi, nascosti nelle foglie, sembrano alveari d'api. Il sole fiammeggia sui canali. Le ali d'un mulino fanno pensare all'Olanda.
Dopo due ore di trotto cambiamo i cavalli. Il meticcio ci informa che entriamo nella tenuta Van der Selder, ma ci vogliono altre due ore prima d'arrivare in vista della villa.
Il grande feudatario coloniale ci riceve all'ingresso della sua abitazione in stivaloni ed in maniche di camicia.  il tipo classico dell'olandese, alto, tarchiato, un po' altero. Da trentacinque anni abita la colonia, da dieci non  pi ritornato in Europa, da quando la sua unica figlia sedicenne mor stritolata da un albero della jungla.
Gli indigeni attribuiscono la disgrazia agli spiriti della foresta vergine che s'erano vendicati sull'innocente fanciulla di tutta la dinastia dei Van der Selder, colpevoli d'aver spianato la jungla fino alle falde dei vulcani, disturbando le "forze" millenarie che abitano nei tronchi e nel cavo delle foglie. Il meticcio ci racconta che dopo la morte della padroncina nessun boscaiolo malese voleva avvicinarsi alla foresta. I lavori furono sospesi per tre mesi. Van der Selder in persona dovette accendere le mine dinanzi alla popolazione riunita dei villaggi secondo l'antico rito della jungla per sfatare la leggenda che metteva in pericolo le sorti della piantagione. Alla prima detonazione tutti gli indigeni fuggirono terrorizzati aspettando un cataclisma. Solo quando constatarono che i tronchi non si erano trasformati n in draghi, n in vampiri, tornarono pian piano alle loro occupazioni.
V' indiscutibilmente un grande soffio di poesia in questa superstizione giavanese che spiritualizza la secolare battaglia dei bianchi contro la foresta equatoriale. La bionda fanciulla olandese uccisa da un gigante d'alto fusto nel misterioso silenzio della foresta dopo cento anni di duello fra i suoi antenati e la boscaglia, offrirebbe ad un grande maestro della sinfonia un soggetto di wagneriana potenza per celebrare la lotta ciclopica dell'uomo contro la Natura. L'Equatore offrirebbe all'artista le languide canzoni delle capanne, i dialoghi ancestrali del vento con la jungla, la tragica orchestrazione delle collere tropicali e vulcaniche, tutto il fscino musicale dell'Asia ardente, della Sonda perennemente cullata dal respiro dell'oceano e dal soffio dei monsoni!
I Van der Selder posseggono da oltre un secolo la tenuta di Kadiri e, di padre in figlio, durante quattro generazioni hanno battagliato con indomabile tenacia contro la foresta vergine perseguitandola fino nelle viscere profonde della terra.
L'ultimo discendente che avrebbe dovuto ereditare, secondo la legge degli uomini, l'immensa fortuna, dorme il suo sonno eterno sul campo di battaglia. Quattro dadap ombreggiano il tumulo bianco. Dieci anni fa il piccolo sepolcro si trovava sui margini stessi della jungla omicida che ritmava col suo murmure oceanico l'estremo riposo della vergine bionda.
Quando il bisnonno Van der Selder comper dal governo di Batavia per novemila fiorini la tenuta di Kadiri, questa estensione di terra era foresta vergine abitata solamente dalle serpi e dai gatti selvatici. Ora le canne da zucchero sciolgono al vento dell'Equatore le lunghe capigliature, gli alti fusti dei dadap proteggono coi loro ombrelli lucenti cinquecento mila arbusti di caff arabico, rosseggiano a centinaia di migliaia i caff pi vigorosi della Liberia, le guttaperche innalzano a perdita d'occhio, i loro tronchi gagliardi.
Le sirene della raffineria, della distilleria e delle segherie annunziano la fine del lavoro. I bufali tornano a mandrie folte dai pascoli. Qualche macchina agricola cigola sugli stradoni e sembra fuori posto in mezzo alle palme. Rombano in lontananza le ultime mine che schiantano al di l delle lave i trinceramenti della jungla.
Cinquemila persone vivono e prolificano dove s'amavano solo i pitoni e s'azzuffavano rabbiosamente i felini. Sul volto maschio dell'ultimo Van der Selder trentacinque anni di Equatore hanno stampato la loro impronta. Le rughe s'irradiano dagli angoli degli occhi verso la fronte ed il mento. Il portamento  altero, quale si conviene ad un uomo nato pel comando che deve spesso far indietreggiare anche la morte. Ma negli occhi v' una grande dolcezza. Questo ras d'oltre mare deve essere certamente un buono ed un leale uomo.

La vita d'un grande piantatore della Sonda incomincia la mattina col primo sole, quando i coltivatori indigeni escono coi bufali dai villaggetti nascosti sotto le palme-cocco e si sparpagliano pel possedimento. Lunghe teorie di donne s'avviano pei canali coi cenci del bucato e la minutaglia dei figli. Le sirene delle fabbriche chiamano a raccolta gli uomini delle capanne. Le scimmie della foresta vergine scappano all'avvicinarsi dei boscaioli che adoperano il fuoco e la mitraglia per aprire nella jungla le strade della civilt.
Prima che la gente incominci il lavoro del giorno il padrone  gi a cavallo nei campi. V' sempre per lui qualche cosa di importante da controllare nelle piantagioni, negli opifici, nella foresta. Vi sono fattorie lontane da visitare, nuovi canali da tracciare, irrigazioni, potature, semine, raccolti; nel pomeriggio l'amministrazione coi suoi formidabili amminicoli, poi le vendite e le transazioni commerciali. Il feudo  un piccolo mondo da governare e dirigere. Il sole ed il vento sono spesso nemici. Anche Maometto e gli Antenati si mettono sovente d'accordo per dar del filo da torcere al piantatore. I meticci sono buona gente, ma bisogna saperli prendere.
Alle dieci di sera il piantatore  sopraffatto dalla stanchezza. Il giorno dopo ricomincia. Cos per mesi, per anni! Chiss se Lenine si  mai posto il caso di coscienza delle ricchezze d'un piantatore!
Quando ogni tanto il colono ritorna in Europa, attratto dal fscino della Civilt che rivendica il suo figlio stregato dall'Equatore, s'accorge che gli altri uomini sono diversi, che la loro vita  tutta ingombra di piccole cose che non hanno senso per lui. La nostalgia della jungla lo avvinghia infallibilmente nei dancing e nel Palace: le canne da zucchero lo richiamano in mezzo alle loro carezze: i lontani dadap lo invitano, con misteriose lusinghe, a riposarsi all'ombra dei loro baldacchini. Il colono torna senza rimpianto alla sua solitudine riempita d'immensit. Abituato ai grandi orizzonti ed alle grandi battaglie dell'umanit originaria, intisichisce nelle serre delle metropoli. Il vero colono  un soldato che muore al suo posto.
Mentre questa sera m'attardo sulla veranda di Kadiri a contemplare i giuochi della luna coi canali, dinanzi al vasto silenzio dell'Equatore addormentato, sotto i velluti dell'Equinozio fiammeggianti di solitarii, la mia anima vagabonda sente la poesia dell'esistenza di questo milionario, il quale potrebbe chiudere i suoi giorni fastosamente nel tripudio d'una qualsiasi Parigi, soddisfacendo tutti quei capricci che a noi sembrano tanto importanti; che resta invece qui, senza famiglia, senza figli, a lavorare pel governo di Batavia che sar il suo erede; che ogni mattina alla cinque  a cavallo in mezzo alle canne da zucchero ed alle piante di caffo; che da sette lustri, ogni anno, caccia indietro la jungla di cinquanta ettari verso le lave del vulcano Lavoe!

4 marzo. - La piantagione di caff di Kadiri conta circa un milione e mezzo di piante, met della specie arabica, che  un arbusto, met della specie africana, che  un albero. Il risultato  sempre lo stesso: sacchi di caff.
L'ardore equatoriale favorisce lo sviluppo della preziosa bacca, ma i raggi del sole l'anemizzano, per cui ogni tante unit  piantato un grosso albero di dadap il quale ha l'incarico di setacciare l'oro del sole pei suoi protetti. In capo a pochi anni i dadap finiscono col congiungere i loro grandi ombrelli formando una unica tenda verde-lucente, sotto la quale sono allineate come soldati, a gruppi di cinquemila, le piante del caff.
Non potete immaginarvi quanto sia suggestivo il bighellonare fra le bacche rosse sotto la tettoia dei dadap, mentre il vento porta l'eco dei canti dei malesi dispersi per le lontananze. I canali fiammeggiano come lastroni di diamante. L'Equatore vi sbuffa in faccia il suo alito tiepido e profumato e vi parla misteriosamente col fruscio delle grandi foglie, col lento ondeggiare delle palme, col fermento della terra umida e grassa, col fischio strano d'un uccello, col guizzo furtivo d'una biscia. Rsine ed essenze imbalsamano l'aria. Le bacche rosse del caff tintinnano dolcemente ai brividi dell'atmosfera, come se una mano frugasse in mezzo a grani di corallo.
I coltivatori indigeni abitano agli estremi della piantagione due villaggetti: capanne di bamb, col tetto di tegola rossa. Ogni villaggio ha una piccola moschea con un mozzicone di minareto ed un baraccone che il giorno serve da mercato e la sera si trasforma in bettola o teatro.
Al calar del sole Don Alonzo, che  precisamente addetto al caff, ci fa assistere ad una paga. Quando il disco d'oro si rimpiatta dietro il cono del Lavoe, gli indigeni abbandonano i campi e s'ammassano coi capoccia dinanzi al baraccone per riscuotere il salano della giornata. Accanto a Don Alonzo  il gerente del mercato - un cinese - coi debiti d'ogni operaio, che debbono essere liquidati giorno per giorno. Il pagamento settimanale sarebbe certo pi spicciativo, ma  impossibile nella Sonda perch gli isolani non si presenterebbero al lavoro che dopo aver consumato la paga fino all'ultimo centesimo. Manca completamente agli indigeni il senso del risparmio. La parola domani  per loro quasi un controsenso. Il mercato interno  organizzato in tutte le piantagioni appunto per anticipare agli operai ed alle loro famiglie gli alimenti della giornata, altrimenti i disgraziati lavorerebbero tutta la giornata collo stomaco vuoto e, riscossa la paga, la consumerebbero in alcool e in oppio.
Nel pomeriggio abbiamo visitato le piantagioni di guttaperca ed abbiamo assistito al raccolto della resina che  fatto barbaramente abbattendo il grande albero.
Un albero di trent'anni fornisce mezzo chilo di gutta pura che  mescolata sul posto con resine inferiori fino a formare un pane di tre chili.  venduto cos a Surabaya ai primi intermediari i quali s'incaricano di aumentarne il peso aggiungendo altre resine. A quanto ho potuto capire il traffico della guttaperca  pieno d'imbrogli, per cui le grandi fabbriche europee ed americane, compresa la nostra Pirelli, hanno finito per comperare le piantagioni e pasticciano le resine per conto loro!

5 marzo. - Stamane con Van der Selder siamo partiti a cavallo per la jungla, cio per quella zona del possedimento che  ancora allo stato di foresta vergine e che  conquistato all'agricoltura in ragione di cinquanta ettari all'anno.
Quando giungiamo sul luogo, dopo tre ore di cavalcata fra le canne da zucchero, il sole  gi alto e bombarda furiosamente la vallata di Lavoe. I bamb che crescono abbondantemente fra le canne zuccherine ci hanno riempito la biancheria dei loro peletti neri che pizzicano terribilmente. Sembra d'essere il campo di manovra d'un corpo d'armata di... pulci, ma guai a grattarsi! I peli di bamb giavanese hanno la specialit di conficcarsi nella epidermide e di trasformarsi in spine di fichi d'India. Van der Selder ci raccomanda di cambiarci completamente prima di far colazione perch i minuscoli aghi di bamb mescolati agli alimenti ed introdotti nel tubo digestivo possono forare impercettibilmente gli intestini. La morte  allora lenta, ma sicura. Per conto mio rinunzio alla colazione fino al ritorno in villa.
I boscaioli hanno scavato a colpi d'ascia nell'ammasso vegetale un largo corridoio a forma di ferro di cavallo che isola dal resto della jungla mille metri di foresta.  la superficie condannata. Quando i nostri cavalli entrano nella galleria verde abbiamo realmente l'impressione di che cosa sia la ciclopica potenza d'una foresta equatoriale.
Vista in condizioni normali la jungla  dominata per l'occhio dal fattore verde, cio dall'immensit del fogliame, per cui nonostante il formidabile numero dei tronchi s'ha sempre l'impressione d'uno sbarramento formato, pi che d'altro, di foglie. Non si riesce quasi a concepire perch si debba ricorrere alla dinamite. Vista invece di sezione, nella scavatura d'un traforo, le foglie diventano un accessorio. Si vede la mastodontica ossatura d'una roccaforte di pali e di travate, rinforzata con miliardi di traversine ferroviarie ed altri miliardi di graticciate, il tutto riempito di zavorra e solidamente legato con chilometri e chilometri di funi che vanno dallo spessore delle gomene di transatlantico alle cordicelle dei pasticcieri, ma cos fitte, cos aggrovigliate, cos zeppe di nodi e di cavicchi che si comprende come una scarica di melinite vi debba fare meno danni che dentro una roccia.
Mentre i boscaioli meticci dispongono le mine, in numero d'oltre duecento, gli indigeni appiccano fuoco tutt'intorno ad un centinaio d'alberi. Quando i braceri ardono bene e le fiamme favorite dalle resine incominciano a salire dai tronchi verso l'intreccio dei rami, un tamburo ordina a tutti d'allontanarsi a considerevole distanza.
Aspettiamo. Il rullo fa pensare ad un attacco imminente ed  infatti una battaglia. Il vento soffia sulle fiamme, ma l'umidit e la compattezza della foresta si oppongono alla sua avanzata. Il fumo nero e denso incappuccia sinistramente la colossale catasta. Le mine sono appunto destinate ad aprire le strade al fuoco e brilleranno quando le torcie periferiche avranno avviluppato intorno al blocco vegetale una cortina di vampe.
Il cratere fumante del Lavoe pare irridere la debolezza degli uomini che con cento bracieri non riescono a distruggere mille metri di jungla.
Le lave balenano al sole. Nell'ardore del riverbero equatoriale le fiamme sembrano bianche. L'occhio stenta a seguirne il cammino. Il sepolcro dell'ultima Van der Selder domina l'orizzonte col suo memento.
Una detonazione secca, seguita da un tiro rapido di mitragliatrice, annunzia l'accendersi dei primi tubi di gelatina, poi l'alto silenzio  squassato da una scarica violenta ed un po' sorda, come lo schianto d'una caldaia di dreadnought nelle profondit marine.
Per un istante nulla  cambiato nella foresta. Vediamo un uccello partire freneticamente verso l'azzurro, un correre di scimmie in alto alle ultime foglie... poi  un crollo di scenarii. Folti ammassi di fogliame si inclinano tutti d'un verso, restano un momento in bilico, sostenuti dalle impalcature interne, s'abbassano a strattoni, franano, rovinano. Certi tronchi s'innalzano verticalmente come cocche di vascelli silurati. La foresta fa pensare all'oceano. Il fumo assume la tragica maest d'una nuvola che sia scesa fino al livello della terra. Il fuoco s'intrufola negli spazi vuoti ad attaccare i cordami. Le resine diffondono uno strano odore d'incenso.
L'incendio durer trenta giorni, forse sessanta, poi ci vorranno ancora tre mesi per incenerire sistematicamente tutti i residui. Altre mine scalzeranno in profondit le radici. I temporali s'incaricheranno d'impastare le ceneri col terriccio. Duecento uomini lavoreranno ogni giorno di zappa e di vomere per preparare il suolo ad una prima semina di parassiti.
Van der Selder dirige personalmente l'operazione che il suo bisavolo incominci centoventi anni fa e che non  ancora finita. Alle nostre spalle ondeggiano le canne da zucchero che erano foresta, tremolano le piantagioni di caff e di cassia che erano foresta, i giganti della guttaperca fanno corona ai comignoli delle tre fabbriche che erano foresta...
Una fanciulla dorme coi suoi capelli biondi sotto una lastra bianca. Il rombo delle mine dev'essere dolce al cuore del padre come un canto di vendetta...
Gli scoppi hanno messo a nudo un gigantesco ficus indica. Intorno al tronco centrale, di dieci metri di diametro, cento altri tronchi secondarli, generati dalla medesima radice, intrecciano le loro travate, quasi per dire: di qui non si passa. Il vecchio ordina di far saltare la cattedrale. Rughe cattive oscurano la sua fronte di lottatore.
Un colono colloca nello spacco d'un tronco un grosso tubo di fulmicotone che agisce a comando elettrico, ma quando la saetta scocca con un fragore d'inferno facendo strage dei piloni, la colonna centrale resta al suo posto. Solo le foglie hanno subito lo scempio sfrondandosi come pel sopraggiungere d'un istantaneo inverno. Le radici non hanno mollato la stretta secolare ed il tronco, abituato forse alle pi terribili saette del cielo, resta al suo posto. Bisogna ricominciare.
Nello splendore del meriggio equatoriale la piccola scena evoca le battaglie dell'uomo delle epoche primitive.
Il fumo avviluppa l'alta statura dei coloni in nembi di pece. Il vento sfiocca le foglie bruciate. Le orchidee selvaggie scompaiono nei bracieri come farfalle.
Un sorriso caparbio illumina il volto maschio del Van der Selder. Veggo il medesimo sorriso sulle labbra dei coloni bianchi. Meticci ed indigeni seguono invece con gli occhi imbambolati la resistenza della foresta. Hanno paura. Le due espressioni classificano le due razze.
Forse i poveri malesi pensano agli spiriti cattivi ed alle potenze invincibili della jungla, alle canzoni della foresta, ai racconti delle capanne. La loro anima semplice aspetta che i genii della terra rispondano al fulmicotone di Van der Selder con le lave del Lavoe.
Sulla foresta in fiamme le sirene della distilleria lanciano il consueto segnale di mezzogiorno.  l'ora del riso. Il vento porta per le lontananze dell'Equatore l'urlo gioioso della civilt conquistatrice.
Chiss se arriva fin dentro al bianco sepolcreto dell'ultima Van der Selder?




Montanari Teng

TOSARI, 15 marzo.

Arrivati ieri sera a Poespo, villaggio incassato fra due montagne, abbiamo avuto la sgradita sorpresa di trovare il piccolo albergo olandese zeppo fino ai classici bigliardi, sui quali due disgraziati col mal di fegato, univano fraternamente i gemiti ed i moccoli di una colica epatica.
O dormire alla bella stella od accettare l'offerta di un indigeno addetto all'albergo che ci offriva la sua capanna. In mancanza di meglio, abbiamo accettato di passare la notte su una stuoia di cocco, dentro una casa di bamb.
La stuoia non era a contatto diretto della terra, ma stesa all'uso giavanese sopra una specie di telaio di canne, che per gli indigeni supera in mollezza tutti i nostri materassi. Noi, svegliati stamane dai galli, con le ossa peste e le membra ammaccate, non siamo del medesimo parere, ma deve essere evidentemente questione di abitudine.
La prima colazione e servita fuori dalla capanna dalle tre mogli dell'anfitrione, il quale, per essere da dieci anni cameriere del primo ed unico albergo di Poespo, ha tenuto a trattarci con tutte le regole del perfetto albergatore. Sopra un'altra stuoia di cocco che funge da sala da pranzo, sono i vassoi carichi d'ogni ben dell'Equatore. Ci sono perfino delle frittelle fumanti, ma rinunzdamo ad esplorarne il mistero contentandoci di latte, banane, manghi e focaccie di riso.
Le tre donne ci guardano mangiare sorridendo coi denti neri: tre et, venti, trenta e quarant'anni, tre tappe della vita coniugale del comune signore. I loro "sarrong" ricamati sono nuovi e graziosi, abiti di festa tirati fuori per l'occasione dal baule a placche di rame made in Germania che  la immancabile dote d'ogni ragazza malese. Sotto la mussola bianca i rilievi del seno indicano la data dei tre matrimoni senza bisogno d'interrogare i visi. I fiori di Giava avvizziscono presto ma nella primavera le corolle erette hanno tutta la grazia e la potenza dell'Equatore.
Invece di vasellame abbiamo piattini di palma e foglie d'albero, invece di cucchiai e coltelli, un pacco di ferretti, di quelli che adoperavano le nostre nonne per scalzettare.
Diversi bufali ed un cane si riuniscono ad ammirare l'insolita riunione. Il sole si alza lentamente dietro i contrafforti del Paserpan ad indorare i monti e le valli. Il quadro non  privo di georgica bellezza e senza l'inconvenienza del telaio di canne indurrebbe a tener compagnia all'harem tutta la giornata, rinviando a domani la partenza per Tosari.
Invece partiamo. Le tre donne sorridono nel lasciarci. Un bufalo tiene ad accompagnarci un pezzo di strada, fin quasi in vista dell'albergo.
Stiamo per montare in automobile, quando il proprietario della locanda, un belga di razza fiamminga, si precipita dinnanzi alle ruote con una misteriosa bottiglia.
- Un bicchiere del mio liquore, fatto con le erbe della jungla.
- Vada pel cicchetto!
 di buon umore il signor Tawaer, pardon, Van Tawaer. Fra parentesi tutti gli olandesi che ho conosciuto a Giava sono Van. Deve essere una malattia coloniale. Gli affari prosperano all'albergo di Poespo che  tappa obbligatoria per tutti i disgraziati che si recano al sanatorio di Tosari, clientela di tisici, di anemici, di epatici, di diarroici, di malarici, di mezz'ammazzati, che si fermano una notte soltanto senza far troppo caso al conto.
- Ho clienti che tornano ogni stagione da dieci anni.
Accorre un cameriere ad informare che il numero nove si sente molto male e non pu proseguire il viaggio.
- Un bicchierino del mio liquore lo rimetter in piedi, assicura il sor Tawaer, il quale deve essere abituato ad avere morti in albergo.
Sono le sette quando la nostra piccola auto, che par costruita apposta per gli stradini delle montagne di Giava, lascia Poespo. Attraversato il paesotto indigeno, la foresta equatoriale ci accoglie nella sua grande ombra.

I "sanatorii" in Asia sono dei luoghi in alta montagna nei quali un bianco, ridotto mal in arnese dal clima della pianura e della costa, trova la temperatura d'Europa che o l'ammazza subito, o con quattro scudisciate, lo rimette in gamba.
Pi s' vicini alla linea infernale dell'Equatore, pi bisogna salire in alto. Il sanatorio di Tosari, per esempio,  a duemila metri, ma ve ne sono fino ai tremila. A tale altezza clima e vegetazione corrispondono agli ottocento dell'Appennino. A zero gradi sull'Equatore tutto  in proporzione. La neve avrebbe bisogno di seimila metri per consolidarsi, quindi le incipriate che di tanto in tanto aggraziano le alte vette del Tenger non resistono pi d'una settimana al bombardamento del sole. A mille e cinquecento i banani smettono d'arrampicarsi pei costoni della montagna e fanno apparizione le abetine d'Italia. Solo le felci conservano a qualunque altezza le fantastiche dimensioni della zona equatoriale.
Alle stazioni climatiche dell'Asia torrida tocca la stessa sorte delle consorelle d'Europa. Vi sono luoghi i quali per la simpatia di un lord o per la protezione di una banca acquistano rapidamente una celebrit mondana che aumenta il costo dei terreni ed il prezzo al metro cubo d'aria fornito dagli albergatori; altri invece i quali conservano modeste le tariffe e le dimensioni delle case. Ai primi appartengono, per esempio, Simla e Dajerling, dove per tre mesi all'anno stabiliscono le loro tende tutti i flirt rispettabili delle Indie britanniche; ai secondi la giavanese Tosari, la quale non ha che tre alberghi di second'ordine, bench, a mezza giornata appena da Batavia e Surabaya, offra, in piena canicola equatoriale, la temperatura del Kreuzberg e di Val d'Agordo. Si aggiunga che il panorama di Simla sta a quello di Tosari come una cartolina illustrata ad un paesaggio vero; ma Simla  Simla!
- Siete stata in Europa, quest'anno? Ad Ostenda? A Scheveningen?
- No, ma sono andata a Simla,
Una signora di Batavia che dicesse alle sue amiche del Nederlandia Golf Club d'aver passato l'estate a Tosari, si sentirebbe degradata al livello d'un coolye cinese.
Io che non sono socio del Nederlandia Golf Club, sono entusiasta di Tosari. Immaginate che dalla fornace di Jokakarta si giunge comodamente con poche ore d'automobile in un nitido albergo d'alta montagna dove si rivedono, fra le altre vecchie conoscenze, le coperte di lana sul letto, dove soffia una brezza montanina che vi mette a nuovo i polmoni, vi sferza il sangue, vi risveglia la giovinezza, vi fa istantaneamente desiderare un piatto di pasta asciutta ed una bistecca sanguinolente.
Solo chi da lungo tempo si stempera nella perenne umidit giavanese, coi panni addosso sempre sudati ed appiccicosi, con un peso sul petto che non si sa che cosa sia, ma che comprime, con un cerchio alle tempie che continua a stringere nonostante il piramidone, con una voglia quasi rabbiosa di sentire una ventata diaccia sulla pelle accaldata, col desiderio ossessionante d'un suicidio per congelamento, solo uno di questi disgraziati pu comprendere la nostra felicit quando, giunti a Tosari ed entrati nell'atrio del primo albergo, vediamo nel camino un allegro fuoco di legna che ci saluta col cigolo solenne d'un ceppo e collo scoppietto birichino d'un pugno di sarmenti.
Dedichiamo la giornata a Tosari che ci compensa con infinite cortesie. La Provvidenza, nella sua immensa bont, ha condotto fin quass un grossetano che esercita la nobile professione del cuoco proprio nel nostro albergo.
- Avete spaghetti?
- No, ma vi condisco una polenta da leccarsi le dita.
C' dunque ancora della polenta al mondo?
Tosari  in vena di follie. Dopo la polenta ci offre fragole, lamponi ed uva spina, una. pineta selvaggia, un fiore d'edelweiss, pascoli d'Alpe con mandrie di vacche, una sfarinata di neve sulla vetta pi alta del Tenger (3800 metri), macchie di mirtilli, ciuffi di valeriane, certi sfondi di boschi sotto un costone di roccia rossa che fanno pensare alla strada delle Dolomiti.
A quest'altezza le piante riprendono le proporzioni della flora europea; i tronchi si raccorciano, le foglie rimpiccioliscono, il verde perde la lucentezza oleosa dei verdi equatoriali, tutta la vegetazione assume un aspetto pi modesto che per noi  pieno di grazia famigliare. Riconosciamo le nostre piante, le nostre foglie, e ci fa piacere come se in una fantasia cinematografica riconoscessimo la strada che di tutte  la pi cara perch l'abbiamo guardata da bambini col naso appoggiato ai vetri quando la vita incominciava...
A sera, mentre pian piano il sole spegne le sue fiaccole sulle coste dei monti per concentrare tutto l'oro nelle valli, ed il mare sfuma in lontananza la sua azzurra immensit, le montagne di Giava organizzano per noi un meraviglioso concerto. Le vacche e le pecore tornano dai pascoli alti alle stalle di Tosari. Certo i mandriani hanno sul volto il marchio dell'Asia ardente, ma noi non li vediamo. Ascoltiamo solo la musica dei campanacci, i fischi dei pastori, i latrati dei cani, il belato tremulo degli armenti, il mugghio di qualche toro ribelle. A chiudere gli occhi ci si crederebbe sui mammelloni della Valle d'Aosta, quando il sole d'Italia si rimpiatta tra due fiancate del Monte Bianco e le bestie scendono dai maggesi guidate dai cani sapienti che sono nati per fare i capi-popolo.
La nostalgia delle Alpi invade inavvertitamente lo spirito con singolare potenza, avvinghia l'anima e la stringe fino a farle male.
Se i rintocchi d'una pieve trasvolassero per le lontananze, la sinfonia delle montagne sarebbe troppo dolorosa pel vagabondo che non ha dimenticata la patria, ma il cristianesimo  rappresentato a Tosali solo da una chiesetta presbiteriana senza campana.
Lente le ombre scendono dai picchi alle valli. Di mano in mano che la porpora si ritira, il cerchio dei monti diventa cupo, nordico, alpestre. L'Equatore  lontano assai. La musica delle campanelle digrada, si smorza, si esaurisce. Pare che le mandrie siano partite lontano, verso i luoghi cari evocati dalla nostalgia. Il crepuscolo  pieno di fascino alpino. Il vento porta un odore di pini e d'abeti al quale non siamo pi abituati. L'anima sdrucciola verso i ricordi. Una acquata si avvicina. La tristezza affiora alla superficie....
Fortunatamente ci avvertono... che la polenta  pronta.

La moderna Tosari  formata di tre alberghi europei, d'una ventina di case e di un centinaio di casupole, tutte abitate da gente bianca, meticcia o nera che, in un senso o nell'altro, ha da fare col Sanatorio.
La vecchia Tosari  sdegnosamente appartata in cima ad un greppo. Si tratta di una cinquantina di capanne di legno. Uno steccato di bamb, che da lontano assume l'importanza d'un muro di cinta, protegge il villaggio dalle bestie della montagna e dalla curiosit dei viaggiatori. Il paese  abitato dai Teng, interessantissima trib della montagna giavanese, disseminata nell'altipiano. Secondo le statistiche olandesi i Teng sarebbero diecimila, ma i rapporti fra i montanari e i funzionari della Regina Guglielmina sono cos superficiali che non so su quali dati si basino le statistiche.
I Teng non sono n giavanesi, n dacota, n cinesi, n indiani. Assai probabilmente sono gli ultimi discendenti d'una razza aborigena della Sonda, distrutta dalle invasioni storiche di Giava. i quali si sono salvati ritirandosi nell'alta jungla al di sopra dei duemila metri. Di carnagione scura, molto pi scura dei giavanesi, ricordano, anche pel vigore delle membra e per l'alta statura, i montanari del Tibet. Non conoscono per n Buddha, n Maometto. La loro religione  un misto di brahmanesimo e di feticismo con una accentuata adorazione del fuoco che fa pensare a Zoroastro. Il loro Dio principale  il Siva delle Indie, ma ignorano gli altri due personaggi della Trimurti. Invece di Brahma e di Visn, venerano una serie di divinit femminili, le dewas, la cui professione  di tener compagnia a Siva nei crateri dei vulcani ed un certo numero di "eroi" non meglio identificati che sarebbero gli antenati dei Teng.
Ogni villaggio  amministrato patriarcalmente da un Capo che  anche il prete ed il medico della comunit. All'inizio di ogni stagione tutti i Capi, accompagnati da una rappresentanza del villaggio, si riuniscono in una specie di grande assemblea - lo Slamatam - nel cratere del Dasar.
Il dialetto teng non  capito n dai giavanesi, n dai dacota. Un professore olandese che  quass a curarsi una enterocolite buscata in quel di Borneo, m'assicura che la lingua dei Teng rassomiglia ai dialetti delle trib interne delle Molucche. Non ho difficolt a credergli, per, per conto mio, stamane ho sentito un teng litigare e m'ha fatto l'impressione che miagolasse, anzi ogni tanto, nel colmo dell'indignazione, ho visto che soffiava tre o quattro volte di seguito contro l'avversario, proprio come fanno i micioni quando sono fuori dei gangheri.
I Teng hanno fama di gente onesta, mite, coraggiosa. Il furto  per loro un delitto e l'adulterio sarebbe a quanto mi dicono, sconosciuto! Naturalmente lascio la responsabilit di quest'ultima gravissima affermazione al mio autorevole informatore, professor Van den Mulder.
Il nostro albergatore, il quale per essere un forte consumatore di latte e d'altri prodotti dei Teng,  in eccellenti rapporti con la trib, ha organizzato per stanotte una gita in massa della clientela nel cratere del Dasar per assistere ad uno Slamatam.

Non star a descrivervi n il viaggetto notturno fino al cratere, n le precauzioni prese per raggiungere un poggetto senza destare i sospetti dei bravi Teng, i quali, quando sono in Slamatam, non vogliono spettatori. Fra parentesi credo che i Teng e l'albergatore siano d'accordo su questa messa in scena che giustifica il prezzo di quaranta fiorini, altrimenti solo le pietre che abbiamo fatto rotolare a valle avrebbero dato l'allarme a una popolazione di sordomuti!
Lo Slamatam dei Teng  certo una delle cose pi strane che abbia visto nella mia vita di vagabondo, ma nella quasi totale mia ignoranza sui Teng e sulle loro abitudini, non saprei come illustrarvi questo antichissimo rito equatoriale. L'emerito professore olandese sul quale avevo fatto assegnamento per fare bella figura ha l'aria di... saperne quanto me. Dell'albergatore non c' da fidarsi perch tira a sparare.
In fondo ci che m'ha colpito  il quadro. Eccovelo:
Il Dasar  il pi grande cratere del mondo. Qualsiasi trattato di vulcanologia ve ne dar quindi i caratteri scientifici. Al chiar di luna io lo vedo sotto l'aspetto d'una gigantesca vallata di carbon fossile nella quale sorgono diversi alti castelli di pece, in cima ad uno dei quali  acceso un faro. L'emerito professore m'insegna che quel faro  il Bromo, cratere attivo. I castelli sono le bocche spente del Dasar.
Secondo i Teng invece quel fuoco  lo spirito di Siva, il quale abita nel cratere in compagnia delle famose dewa, perci essi chiamano la montagna "Dio" parola che, nella loro lingua, si pronunzia "Bromo".
Nel cielo sono accesi tutti i globi e le luci dell'Equatore, ed  notte di gala. Forse lass  ancora carnevale, a giudicare almeno dalle stelle filanti e dalle serpentine che sgaiano nello spazio. La luna che sale dal mare, fra il vulcano Ardino ed il vulcano Kwi,  velata da una sfilacciatura di nuvolaglie, ma quando, fra uno strappo e l'altro, appare per intero la sua livida maschera di pagliaccia, tutta la valle di carbon fossile ha un magico brivido d'argento.
Allora in fondo si mostra quale essa  realmente, mare di sabbia formato dalla millenaria agglomerazione delle ceneri vulcaniche.
A duemila duecento metri d'altezza sul livello dell'oceano, questo fondo di mare spaventa per la sua paradossale esistenza.
Il nostro poggio  la garitta avanzata di una ciclopica terrazza la quale circonda tutto il cratere e termina bruscamente a strapiombo, senza parapetto, con un salto di trecento metri.
Pare d'essere in un teatro, in un teatro della luna!
Sulle pareti verticali i vulcani si sono divertiti a disegnare con pece e mercurio una farragine d'epigrafi cabalistiche.
L'orizzonte  chiuso all'intorno da alte montagne che fanno cerchio. Il cono del Semiroe (3700 metri) domina l'emiciclo col suo cratere che ogni tanto s'arrossa...
Nel chiarore lunare il "Bromo" sembra di cristallo nero, il Semiroe di ferro arrugginito.
Si sente il respiro asmatico d'una zolfatara, ogni tanto uno sbadiglio. Qualcuno, che non  animale e non  uomo, brontola. L'alto silenzio  turbato solo dai soffi misteriosi della terra.
Poi una processione di spettri bianchi si snoda sul ciglione della terrazza titanica. Ogni fantasma ha una torcia accesa. Vengono alla mente certe lontane istorie dell'infanzia...
Sono i Teng che dopo la grande Assemblea fanno il giro dell'anfiteatro fin dove il bastione dirupa verso il Bromo. V' l una strada pei caprai che conduce fino ai piedi dell'idolo e le fiaccole vi si spiegano a zig-zag. I fantasmi sono molti, certo pi di mille. Quando la testa della processione  gi alle falde del Bromo ancora l'alta terrazza  tutta punteggiata di torcie camminanti.
Pian piano l'esercito degli spettri si raccoglie intorno al mostro dal sorriso di fuoco. Siamo troppo lontani per seguire le vicende della cerimonia: vediamo le fiaccole alzarsi, abbassarsi, roteare, saltellare ad un passo che deve essere certamente di danza. Siva risponde ai suoi adoratori con un muggito cupo che l'eco sperde di gola in gola nelle viscere dei monti. Si sente la respirazione faticosa dell'idolo, ogni tanto un tonfo di sassi, uno sciacquio d'acqua sbattuta, il rotolar d'una botte, lo stridio d'una chiave dentro una toppa...
Un lume s'inerpica su per le falde del cratere verso la cima. "Bromo" coi suoi mugghi ha indicato la vittima che preferisce ed il Grande Sacerdote dei Teng sale fino alla bocca dell'imbuto ad esaudire la sua volont. Una volta la vittima era un Teng, oggi l'uomo designato dallo spirito di Siva d invece la sua capra. Cos assicura il professore olandese che tiene a garantire dinanzi agli stranieri che il suo governo  in regola con la Civilt!
La cappa meravigliosa del firmamento equatoriale brulicante d'atomi d'oro e la desolata valle vulcanica folgorante d'arene magnetiche formano un quadro che non ha nulla della nostra terra.  una visione del cosmo. Cos la fantasia immagina gli orizzonti dei lontani pianeti camminanti per l'infinito senza sole...
Quasi non meraviglia la religione dei Teng. Fra sabbie e stelle, Dio parla agli uomini della montagna col rombo dei crateri e col rigurgito delle lave. La coreografia del Sinai  inutile. "Bromo" scrive col mercurio sui lastroni di carbon fossile il suo decalogo.
Adesso capisco perch i Teng non conoscono il furto e l'adulterio. Con un Dio cos terribile e cos vicino non vien voglia di scherzare. Facilis descensus Averni!




Fantasmi d'una notte equatoriale

SURABAYA, 22 marzo.

Un viaggio non  rappresentato solamente dalle citt che si visitano, dai tipi che s'incontrano, dalle genti che si studiano, dai personaggi che s'intervistano, dai monumenti che si ammirano o si finge d'ammirare, dalle cattive colazioni che si pagano salate, dalle buone cene che non si digeriscono, dalle chiacchiere che si dimenticano, dalle altre chiacchiere che si ricordano, dai panorama che stupiscono, dalle mancie che non contentano mai il cameriere, dai bauli che si fanno e si disfano, dalle valigie che passano la dogana...
Un viaggio  anche pieno di tante cose indefinibili le quali nascono e muoiono in fondo all'anima... fantasmi, nonnulla, povere mammole che lasciano un po' di profumo.
E col tempo, quando gli anni passano, inesorabilmente, la spugna sulle visioni e sui ricordi, sono forse unicamente le povere mammole quelle che restano!
Ieri dopo un pomeriggio dell'Equatore, afoso, pesante, ardente, carico di luce e di calore, nel quale pareva che tutte le cose abbrustolissero e che tutti gli esseri viventi fossero condannati a liquefarsi in sudore, s'era alzato verso le cinque il solito vento del mare a soffiar tiepido sulle case di Surabaya.
Allora dalle abitazioni, dagli uffici, dagli alberghi, dai fondaci, dagli innumerevoli nascondigli della citt, la gente s'era riversata nelle strade lungo il lido. I caff s'erano riempiti d'umanit vestita di chiaro, uomini, donne, bianchi, meticci, gialli, indigeni, tutti avidi di una boccata d'aria dopo dieci ore di fornace.
Surabaya, per chi non lo sapesse,  la citt pi torrida di Giava, una delle pi terribili dell'Asia ardente. L'isola di Maura posta di fronte alla baia, intercetta tutti i venti del largo meno uno, quello che s'alza regolarmente alle cinque e muore alle sette. Le notti sono torbide e calde. Durante tutto il giorno il sole formidabile della Sonda pompa violentemente dal "fiume d'oro", dai mille canali, dalle immense risaie, i fermenti della terra equatoriale che s'addensano, sotto forma di vapori, sui tetti di Surabaya. Sono cos fitti che al tramonto la citt sembra avvolta in una zanzariera. Poi, quando il vento del crepuscolo abbandona il litorale, i vapori s'abbassano, penetrano nelle case e nelle ossa, macerano i colletti e le esistenze, accendono nelle vene accaldate tutti gli ardori. Perci Surabaya  citt d'amore!
Siccome per il caro-vita ha aumentato in tutte le latitudini il costo dell'amore, tanto di quello domestico riconosciuto dalla legge, quanto di quello avventizio disciplinato dalla polizia dei costumi, Surabaya  anche citt di lavoro e di fatica. I giavanesi ed i dacota, che nell'interno si lasciano cullare dal dondolo della jungla, paghi di condire l'amore con un pugno di riso cotto e due banane profumate dal respiro dell'isola, quando emigrano in citt s'ammazzano a sfacchinare nel porto e nelle fabbriche per soddisfare i capricci delle loro belle, le quali hanno appreso dalla Civilt a desiderare il braccialetto di corallo e lo straccetto di seta.
Moli e dogane brulicano di movimento. La periferia  irta di comignoli. Anche nelle ore tremende del sole i vinchs dei piroscafi continuano a stridere sulle calate e sui boccaporti. E vi sono disgraziati che montano e scendono dai pontili delle navi con sacchi di zucchero e cassette di t sui dorsi nudi e sgocciolanti. Durante l'orgia solare il rombo dei doks ed il martellamento dei bacini fanno pensare al canto d'Israele nei deserti d'Egitto.
Il sudore delle genti ed il marciume degli specchi d'acqua ammorbano l'aria senza vento. L'oppio, la cannella, la vaniglia, i manghi, le banane stemperano nel gran fetore di Surabaya gli effluvi delle loro essenze. La citt ha l'odore d'un cadavere imperiale mal imbalsamato. Il colera e la diarrea amebica nicchiano nei polveroni. Molto pi si morrebbe se alla lunga il sangue non s'immunizzasse da solo contro i lieviti della morte.
Surabaya sta a Batavia come Milano sta a Roma. Batavia  la capitale politica e burocratica, Surabaya il centro dei traffici, dei commerci d'oltre mare, delle banche, delle industrie, del lusso, della speculazione. Ci sono molti ricchi a Surabaya e molti poveri che sperano di diventarlo. Chi non riesce a Batavia tenta la fortuna a Surabaya che  di manica pi larga. Greci, armeni e levantini ne hanno fatto una stazione di partenza!
Trecentomila abitanti, fra i quali sono rappresentate quasi tutte le razze e le nazionalit del globo, si ripartiscono lo spazio abitabile nella vecchia citt olandese che sembra un angolo di Rotterdam, nel quartiere cinese che pare un pezzo trapiantato di Canton, nella contrada araba che  ricalcata sui vicoli di Bagdad, nel grande "campong" indigeno che ha l'aria d'un concentramento di villaggi della jungla, nel quartiere aristocratico di Simpang che rivaleggia per splendore di palme e di ville con Colombo e Buitenzorg.

Ieri il pomeriggio era stato caldo, caldo assai anche per la gente del paese che trova discreti i trentasei gradi!
Alle cinque tutti coloro che non erano incatenati ad una mola avevano preso posto nei caff dinanzi ad una bibita diaccia per non perdere quel po' di carezza che vagolava nell'aria. Ed erano uscite le carrozze per la passeggiata.
Voi non conoscete la "passeggiata" di Surabaya!
Carrozze antiche, carrozze moderne, faitongs, cabriolets, vittorie, panieri, birocci colle tendine a righe rosse, automobili da sport, da passeggio, da citt, tutti i veicoli della creazione passavano e ripassavano dinanzi alla mia aranciata...
E colle carrozze passavano donne d'Europa coll'ultimo figurino di Parigi, donne di Cina con l'ultimo modello di Canton, donne del Sole Levante col "kimono" di Nagasaki, donne dell'Oriente mussulmano con la veletta di Mohammed, donne di Manila con grandi paglie vaporose, donne del Laoi con la maschera di porcellana, donne di Bangock coi denti neri ed i capelli a pagoda: faccie scure, visi pallidi, ovali di vecchio avorio, occhi di tempesta, occhi di mattino, fiori del Nord, frutti del Sud, bambole del Levante, baccanti dell'Equatore, piccole Butterfly di oltre mare: grande svolazzar di nastri, sfarfallio di veli, giostra di ventagli, vecchiezze dipinte che non vogliono morire, giovinezze precoci maturate dal sole troppo ardente, braccia nude, scollature tropicali, trasparenze assassine, gonnelle corte, gambe accavallate, qualche sigaretta... molti sguardi soprattutto e molte carezze d'occhi che mi facevano dimenticare l'aranciata...
Sul ponte Rosso, gettato a cavaliere del "fiume d'oro" a congiungere il quartiere europeo con quello cinese, i pedoni alimentavano un flutto incessante d'umanit in cammino: mandarini, samuraij, emiri, principi ed arlecchini, gente troppo vestita, gente quasi nuda, le grandi razze dei cinque continenti, le piccole mescolanze dell'alcova equatoriale, indigeni di Giava e della Sonda, cosette saltellanti dell'Arcipelago, daiki del Borneo, baiala di Sumatra, figurine incerte del Lombok e di Celebes, uomini di maiolica delle Molucche, prodotti indefinibili della bassa Malacca, cinematografia di rasi, di cenci e di parasoli, tutti gli aborti, e gli enigmi della specie...
Il sole s'abbassava sull'orizzonte in un'orgia di porpora, di lacche e di fiamme.
La zanzariera di Surabaya era un tessuto di garze d'oro e di argenti diafani.
Ed essa pass in una vettura di piazza che aveva il cocchiere vestito di bianco ed i cavalli col cappuccio di paglia. I suoi occhi neri, carichi d'ogni fscino e d'ogni mala dell'Equatore s'incontrarono con quelli dello straniero e forse ebbero piet della sua solitudine perch vi si fermarono.
La carrozza pass e ripass parecchie volte. La "passeggiata"  lunga a Surabaya e dura fino al calar del sole. Ed il sole tardava ieri sera. Pareva avesse pena d'abbandonare il quadro di bellezza che aveva creato con le sue magnificenze. Pareva che le guglie accese dei campanili cristiani, che le mezzelune ardenti delle moschee mussulmane, che le cuspidi fiammeggianti delle pagode buddiste, che i pinnacoli luminosi dei templi brahamini, pregassero il sole di prolungare la maga del tramonto e l'incanto della "passeggiata".
Cos sembrava allo straniero!
Poi il sole s'immerse pian piano nell'infinito, fu un atomo di fuoco, una sca di rubino, nulla... E le vetture diventarono pi rade. I caff si vuotarono. Si spopolarono le strade ed il ponte Rosso. Anche la sua carrozza non torn pi. Surabaya aveva inghiottito la maga dagli occhi di promessa nel mistero delle sue case e dei suoi giardini.
Allora lo straniero si sent solo nella citt, nella sera e nella vita...

Rimanevo l senza scopo, senza la forza fisica d'andar via, intorpidito dal tepore dell'aria, inchiodato dalla pesantezza del sangue. Guardavo la citt ed il mare affondarsi gradatamente nell'acquosit del crepuscolo, i lumi accendersi lungo la costa, il faro aprire e chiudere la sua palpebra verde, le giunche dalle ali di farfalla entrare in porto, le navi andarsene verso il loro destino.
Non avevo voglia di rientrare all'albergo per prendere il mio posto di collegiale alla table d'hte fra la vecchia britannica che mi domanda invariabilmente ad ogni pasto notizie del barometro ed il grosso alsaziano che quando ride fa glu-glu come i tacchini del suo paese.
No, proprio non ne avevo voglia, ieri sera!
La canicola del giorno, il torpore del crepuscolo, un po' di febbre che incominciava, le troppe donne che erano passate, le troppe banane che imputridivano nell'aria, le sirene stesse delle navi che svegliavano gli echi delle lontananze, una campana che si accaniva a far don don, tante cose concorrevano a creare quello stato indefinibile di melanconia, anzi di miseria, che di quando in quando sorprende coloro i quali, perch viaggiano molto e parlano con molta gente, finiscono coll'essere anche molto soli nel mondo e nella vita.
 uno stato d'animo difficile ad analizzare, pi difficile ancora a far capire; come un senso d'isolamento, con un pizzico di sconforto, con una sfumatura di tristezza, con mille desideri del sangue e dello spirito. Sotto la sua pressione potente il cuore s'apre come una corolla avida di sboccio che cerchi un bacio di sole.
Ma la gente passa, non sa, non s'accorge. Se le donne intuissero, lascerebbero forse cadere un sorriso per piet di mamma, per affetto di sorella, per consapevolezza d'amante. In genere il malato ha l'aria stupida e gli occhi melensi, due cose che non sono fatte per attirare l'attenzione delle donne che passano.
Coloro che hanno un'amante vicina, una sposa, una madre, una sorella, magari un'amica, anche solo una conoscente, con cui scambiare due parole innocenti, un tantino affettuose, una donna, insomma, la donna a portata di mano con l'attrazione magnetica della sua multiforme e insostituibile femminilit, non possono rendersi conto della somma infelicit nella quale certe volte annegano i camminanti pel mondo, quelli che vanno sempre per paesi nuovi, fra gente estranea, in un'atmosfera senza risonanze, e non possono quindi comprendere come in certi momenti una qualsiasi donna, turca, magari giapponese, annamita, non importa, possa impersonare pel malato, nella sua grazia fragile e nella sua venale gentilezza, tutto l'amore e tutto il rispetto dell'uomo per l'Eva del paradiso terrestre!
In genere quando un poveretto sente, come sentivo io ieri, incombere pian piano la cattiva nebbia, cerca una distrazione nel giornale, ma la politica batte a vuoto nel cavo dell'anima; tenta allora di buttar gi una lettera all'amico, ma la penna s'impunta sulla carta. La sigaretta  amara. Tutto irrita e non riesce. S' troppo stracchi per camminare ed a rimaner seduti par d'essere in gabbia.
L'occhio segue le donne che passano, le fruga, le spoglia, le carezza. E vengono alla mente tanti ricordi!
Lo spirito rammenta tutte quelle che hanno occupato un anno od un giorno della vita, quel po' di sole che ognuno ha avuto nella sua esistenza dal bacio inimitabile della mamma all'inimitabile bacio della vera amante. Quelle che non si sono sapute amare si vendicano accendendo il desiderio ed il rimpianto, le altre che si sono troppo amate stuzzicano le ferite chiuse dai balsami del tempo...
Si vorrebbe gridare il proprio tormento, far qualche cosa per rompere il cerchio e vincere il male. In genere il cameriere vi guarda di sottecchi con l'aria di domandarvi: Che ha costui? Se per caso in quel momento la sirena d'un vapore sveglia i silenzi del mare, il cuore ha una stretta brutale che gela la fronte.
Quando la crisi  giunta al diapason, vi sono diverse risorse che caratterizzano le razze: gli anglosassoni vanno in genere al bar ad annegare lo spleen nel wisky fino all'ubriachezza, i latini si lasciano tentare dalla prima avventura, gli slavi - non so che cosa facciano gli slavi di Lenine, ma quelli dello Zar attaccavano lite col primo venuto e finivano al posto di guardia.

Una vecchia gialla, sdentata, scheletrica, infagottata in un cencio senza colore, s'era fermata contro un lampione a fissarmi con gli occhietti di smalto che era l'unica cosa terribilmente viva in quel corpo terribilmente morto.
Poi s'avvicin e mi sorrise.
Le posi mezzo fiorino della regina Guglielmina, per amore del mio e del suo Dio che confondono le fisionomie delle razze quando la vecchiaia incalza, ma non allung la mano di cartapecora.
Le sue labbra dissero invece: - Ma-rasi! (vieni).
Io che avevo imparato a Batavia il dialoghetto, risposi:
- Gia-s? (dove?).
- Ma-rasi!
La bisavola lasci il mare, prese pel ponte Rosso gettato sul "fiume d'oro", entr nel quartiere cinese, infil una strada con le botteghe accese, tutte piene di specchi, di dorature e di mandarini che si facevano vento, poi un'altra strada pi scura, una terza quasi nera, su per scale e scalette, dentro vicoli, lungo muri di giardini, fin che le case finirono e cominciarono le palme del quartiere di Simpang.
Io la seguiva, senza pensare alla stranezza della passeggiata ed agli incerti dell'avventura, gi mezzo guarito del mio male dal fascino dell'ignoto, occupato a guardare negli spazi chiari, fra palma e palma, le nostre due ombre che s'inseguivano.
S'era alzata la luna, la grande luna d'argento dell'Equatore, che ingentiliva la notte di Giava. Le palme sussurravano le loro confidenze.
La vecchia si ferm dinanzi ad un cancello che s'apr con una lieve spinta, travers un giardino folto, entr in una casa, sal per una scaletta di legno che scricchiolava, poi mi lasci in una stanza dopo avermi salutato con una di quelle riverenze profonde che si fanno agli altari.
Sentii i suoi passi furtivi che rifacevano piangere la scaletta.
Il fruscio d'una portiera mi fece volgere gli occhi.

- Come ti chiami?
- Maia-d.
- Cosa vuol dire Maia-d?
- Vuol dire "fiore d'acqua".
- Di dove sei?
- Del Pangerman, ma sono figlia di bianco. Mamma era di Sumatra.
Era bella Maia-d, come si  belle nell'Equatore quando l'incrocio di due razze, invece di mettere alla luce un aborto, crea un capolavoro. Aveva la snellezza della donna d'Occidente e la grazia della donna d'Oriente. Non chiara la carnagione n scura, un po' ambrata, con l'opaco caldo della pelle meticcia, con un non so che nella carne che faceva pensare al velluto della pesca matura quando manca poco che si stacchi dall'albero per troppo sugo.
Era bella Maia-d!
Molta gente aveva certo fatto la medesima constatazione prima di me, ma che mi importava se nell'infinita miseria del mio isolamento essa mi offriva l'eterna carezza d'una voce di donna! Che m'importavano il suo povero passato ed il suo avvenire se nel grande giardino di Surabaya, dove era proibito toccare tutti i fiori, essa m'offriva la sua olezzante corolla di primavera, colorita e profumata dalla maga dell'Equatore?
Nei suoi occhi neri, appena obliqui, smisuratamente allungati dall'henne e fantasticamente sfumati di lilla, erano raccolte tutte le seduzioni dell'oltre mare che fascinano i naviganti ed i vagabondi, occhi di Estremo Oriente, occhi del lontano maliardo, dolci, smaltati, profondi.
Forse non v'era niente dietro quegli occhi, altro che una piccola anima di mezzo selvaggia, ma davano l'illusione di contenere tutte le dolcezze e di possedere tutte le profondit.
Essa mi parlava come fossimo amici di molti anni, cos come io volevo. Nei capelli neri - in mezzo alle forcine d'oro che richiamavano alla memoria le divinit delle pagode - era puntato un fiore scarlatto, pi scarlatto della sua bocca dipinta. Ed aveva intorno al collo un vezzo di pietruzze lucenti che facevano pensare al riflesso delle ghiaie marine nelle notti di luna.
Era una bimba, ma una di quelle terribili bimbe che le razze dell'Equatore addestrano all'amore come per un sacerdozio, senza che conoscano altro della vita perch destinate ad essere solo le Clarisse della Volutt e della Concupiscenza.
Mentre le sue mani manipolavano le foglie dell'aree e del betel, le pipe dell'oppio, le misteriose bevande che danno l'oblo nelle notti equatoriali d'abbandono, mi pareva di veder balenare nei suoi grandi occhi tante fiamme, quelle che lucevano nelle pupille ardenti della sconosciuta della passeggiata di Surabaya, altre fiamme ancora che in paesi ed epoche diverse avevano arso in occhi indimenticabili, tutte, tutte, fino alla prima luce che m'abbagli accanto ad un pozzo della Bergamasca quando la vita appena sbocciava...
Ball per me come danzano le donne di Sumatra sulla soglia delle capanne nella foresta millenaria.
Cant per me con una vocetta dolce e melodiosa certe canzoni d'amore della jungla che paiono ninne-nanne di mamme accanto ad una culla.
La lampada rosa dell'oppio stemperava nella stanza una luce strana, strana come Maia-d, un misto d'aurora e di crepuscolo che dava un valore prezioso alle stoffe banali ed alle cose insignificanti. E nella penombra gli occhi sembravano grandi, smisuratamente grandi, troppo grandi per me.
Per la finestra aperta entrava l'alito caldo della notte. La luna, alta nel cielo, guardava dentro la stanza.
La sapienza infame degli allevatori aveva certo rotto il suo corpo di adolescente a tutte le ignominie, ma l'anima inconsapevole era rimasta candida e puerile. Maia-d aveva la convinzione di compiere un dovere imposto dagli Antenati, d'essere nel suo destino. I nostri scrupoli non avevano presa sulla sua incoscienza.
Nella piccola stanza illuminata dalla lampada rosa, fra i tappeti d'Oriente ed i tendaggi della Cina, fra un placido Buddha sorridente che indulgeva a tutte le pazzie ed una poupe-chiffon di Parigi che rappresentava Montmartre, "Fiore d'acqua" impersonava per me in quel momento tutta la femminilit dell'universo. Era un idolo, un piccolo idolo equatoriale della religione universale degli uomini che, dopo Dio, adorano nella donna la suprema quintessenza del creato.
Allora per quella stupida sensitivit che hanno a volte i marinai, i vagabondi ed i solitari, coloro cio che, vivendo tanto diversamente dagli altri, finiscono col concepire in modo diverso la vita e le sue cose, col conservare, anche coi capelli bianchi, certe "ingenuit" dell'adolescenza, io non chiesi alla femmina equatoriale che il suo canto e le sue danze.
E siccome l'anima di ogni donna anche primitiva ha un intuito che cento psicologi maschi presi insieme non riusciranno mai ad eguagliare, "Fiore d'acqua" cap.
- Sahib, tu sei uomo di mare.
- Perch, "Fiore d'acqua", questa domanda?
- Io so, sahib, quelli che come te vogliono solamente canzoni, sono quelli che abitano sul grande azzurro dove dorme la luna.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Per la finestra aperta entrava l'alito caldo dell'Equatore profumato dai manghi acerbi e dalle banane putrefatte.
La donna sent il bisogno di velare la sua nudit inutile con un cencio di seta. Il suo istinto le faceva comprendere che gli uomini i quali abitano "il grande azzurro dove dorme la luna" chiedono a lei ed alle sue piccole sorelle di peccato un po' d'illusione, un soffio di profumo, uno di quei tenui fantasmi d'oltre mare che li sedussero fanciulli quando la vita incominciava, che per tutta l'esistenza continueranno ad affascinare la loro anima vagabonda.




Un tifone fra Borneo e Celebes

PONTIANAK (Borneo olandese), 28 marzo.

L'Alting, grosso vapore di cabotaggio della Koninklike-Paketvart-Matchappy, giunto ieri mattina a Pontianak con un carico di duecento malesi e ottocento maiali, dopo aver caricato non so quante centinaia di sacchi di noci-cocco ed una turba di nativi di Celebes che tornano in patria, ha lasciato stamane lo scenario d'operetta nippo-fiamminga di Pontianak per riprendere il mare.
Il frate cappuccino italiano che amministra la chiesetta cattolica di Pontianak m'ha urlato dal molo all'ultimo momento un "mi saluti la patria" nel quale era tutta la nostalgia della sua fiera anima lombarda provata da otto anni d'esilio. Solo ogni dieci anni le superiori gerarchie consentono sei mesi di riposo in patria agli apostoli moderni del cattolicesimo, i quali insegnano ai daiki di Borneo ad adorare un Dio che non permette si taglino le teste del prossimo. Le divinit locali sono invece di manica larga in materia, tanto che gli abitanti sono indicati col grazioso nomignolo di "koppen snellers", che in olandese vuol dire tagliatori di teste. Non  raro il caso di trovare ancora nell'interno della jungla capanne di bamb decorate da una fila di zucche affumicate che, ad osservarle bene, sono semplicemente teschi collezionati dagli avi.
Il governo olandese, che a Giava protegge le missioni presbiteriane ed evangeliche, favorisce invece a Borneo, a Celebes, nelle Molucche e nel resto dell'Arcipelago, i missionari cattolici, l'esperienza avendo dimostrato che soltanto essi riescono, senza tanti fronzoli e senza tanti capitali, a cattivarsi la fiducia degli indigeni. Vivono in mezzo a loro, adottano le stesse forme esteriori della loro povera vita, vanno a trovarli nella foresta fin dentro i "kampong" isolati ed i villaggetti di fango, col bagaglio della loro fede e una cassetta di medicinali, senza altre armi che un piccolo crocefisso ed un grande sorriso, pattuglie avanzate della civilt che alla lunga addomesticherebbero totalmente le barbarie dell'Equatore, se la loro opera di persuasione non fosse in seguito fatalmente compromessa dai funzionari del fisco, dai piazzisti dell'alcool e dalle necessit politico-economiche del potere civile.
Povero padre Vito! Ieri gli ho sacrificato Pontianak, le sue palme-cocco ed i suoi quartieri d'operetta, tanto era visibile e commovente la sua gioia di poter parlare italiano con uno della sua terra. Ogni tanto l'eccellente uomo non s'accorgeva d'intercalare nella bella lingua d'Italia un termine sensa senso che doveva certo essere una parola daik!  nel Borneo da ventiquattro anni, interrotti solo da tre brevissimi soggiorni in Europa.
Buon frate e buon italiano, due qualit che in genere si trovano riunite nei nostri missionari del Levante e d'oltre mare. Sotto la umile tonaca di San Francesco il cuore batte per Dio e per la Patria. Nella solitudine della jungla, a contatto della natura primordiale, rivivono i santi del primo cristianesimo ed i patriotti dell'epopea. Le superbe virt della stirpe che fanno dell'emigrante italiano il primo colonizzatore del mondo, fanno anche del frate italiano il miglior missionario del Cattolicesimo.
Un belga di fede valdese che col medesimo piroscafo lascia Pontianak dopo aver venduto ad un cinese le sue tenute di caucci m'ha detto sul ponte: "Celui-l, voyez, c'est un brave!". E l'omaggio era pieno di significato sulle labbra d'uno, non italiano e non cattolico.
La macchia avana di padre Vito sullo spiazzo chiaro della banchina assolata  l'ultima cosa di Pontianak che si vede all'orizzonte. Poi la jungla che bordeggia dalle due parti il fiume ci chiude nel suo scrigno verde.

Pontianak, capoluogo del Borneo olandese,  adagiata sul fiume Kapuas che si getta nel piccolo Koboe, il quale a sua volta s'immette nel grande Koboe che finalmente sfocia in mare. I piroscafi debbono scendere successivamente i tre corsi d'acqua per raggiungere l'oceano.
Il piccolo Koboe  tutto seminato d'isolotti a fior d'acqua dai quali alte palme-nibonghe ergono nell'incandescenza equatoriale i loro tronchi smilzi ed i grandi ventagli delle foglie. Da una parte e dall'altra della riva trabocca la vegetazione strapotente della jungla. Dove batte il sole, l'acqua  tutta una luce, dove arriva l'ombra della foresta, il fiume ha l'austerit dei laghi d'alta montagna. I cocuzzoli dei monti Ambavanghi dominano l'orizzonte.
Sugli isolotti pi vicini alla rotta delle navi montano la guardia malesi seminudi con un casco di foglie ed un corno da caccia, i quali guidano a suon di tromba le manovre di bordo nei passaggi difficili. E fa un effetto strano di sentire la grossa nave moderna guidata dai tritoni equatoriali col cimiero di foglie. V' una sproporzione quasi inconcepibile fra i motori a turbina dell'Alting ed i piloti nudi degli isolotti!
A Koboe il fiume s'allarga e la navigazione diventa pi spedita, sempre per in mezzo ad un fantastico paesaggio di palme che stendono, a perdita d'occhio, l'ondeggiamento dei loro ventagli. Il profumo meraviglioso della jungla imbalsama l'aria ardente. Giganteschi lilla dei tropici, agglomerati qua e l a cespi folti, fanno pensare a civettuole pagode di lacca cinese disseminate in un grande tempio.
La jungla, con la sua solennit ed il suo silenzio, d soprattutto la sensazione di un tempio, immenso tempio innalzato dalla Natura equatoriale alla maest di Dio.
Quando la nave s'accosta ad una delle sponde, l'ancestrale basilica mostra la magnificenza delle sue decorazioni di fronte alle quali sono povere le pareti di San Pietro. A volte il meraviglioso soffitto verde  sostenuto da blocchi di colonne levigate e cupe che ricordano la nudit diaccia delle cattedrali gotiche: a volte invece morbidi velluti fasciano i piloni e le travate, orchidee di porcellana e corolle di smalto decorano pomposamente l'edifizio vegetale, bughenviglie roventi e rampicanti carnicini sfoggiano i loro sfarzosi broccati, fiori, muschi e muffe in tutto il lussureggiante rigoglio dell'Equatore, richiamano allo spirito la calda opulenza del cattolicesimo romano. In certi punti fioccose fluorescenze color dell'aurora creano mistici scenari di sogno, in altre migliaia e migliaia di piante terminate a pennacchio evocano fantastiche visioni di Babilonia e di fasto faraonico. Le gigantesche antenne dei varinga improvvisano Pantheon e cupole: le liane intrecciano festoni e reggono lampadarii; accanto agli organi monumentali dei bamb, lunghi steli bianchicci, che finiscono con un paradossale fiore rosso, rappresentano i candelabri ed i ceri accesi della spettacolosa funzione.
Navighiamo cos tutta la giornata in uno scenario pontificale. Incrociamo navi inglesi che salgono verso Pontianak, barconi indigeni carichi di legname che scendono a mare, una grossa giunca dorata con la testa di drago e le vele dipinte che par costruita apposta per questa navigazione irreale.
Rari i villaggi e miserabili, molte scimmie riunite in assemblea lungo la sponda che continuano i comizi senza scomporsi pel nostro passaggio.
Quando verso sera il sole formidabile della zona torrida s'abbassa sulla jungla, un grande incendio di fiamme d'oro investe la foresta ed il fiume.
Sulla linea dell'Equatore asiatico il cielo assume riflessi e decorazioni che fanno impallidire i pi sgargianti scenari dell'Africa e delle Indie. I tramonti del Borneo e dello stretto di Macassar sono semplicemente sbalorditivi. Stasera il grande mago della Sonda s' divertito ad improvvisare coi vapori e le nebbie dell'Arcipelago una pazza cavalcata di chimere che fuggono verso le lontananze dell'Australia, inseguite da una muta di cani roventi che incessantemente scaturiscono dalle profondit dell'oceano indiano.
 inutile provare a descrivere! Solo uno straordinario pittore riuscirebbe a riprodurre questa magnificenza, non sull'opacit di una tela, perch sarebbe impossibile, ma sulla trasparenza di un vetro, dietro il quale perennemente avvampasse il bagliore di un incendio.
A me pare di vedere su uno sfondo di soli una di quelle miracolose vetrate nelle quali i grandi maestri dell'arte vetraria sapevano imprigionare particole di fuoco acceso. Azzurri ardenti, rossi di brace, verdi di cannello ossidrico, smeraldi d'acqua, baleni di rocca, argenti spumosi di cascata, porpore rutilanti, tutti i tesori dei cieli, dei fiumi e dei mari sono profusi nell'iridescenza dell'infinito sul quale le fantastiche chimere fuggono e fuggono inseguite dalla muta dei cani roventi....
Il bisogno istintivo di cercare un pallido raffronto nei capolavori degli uomini per far meglio sentire a chi legge ci che io vedo, mi fa pensare alle opere degli antichi vetrai, semi Prometei che sapevano rubare al fuoco il suo ardore e chiuderlo in una teca di materia trasparente. Ricordo d'aver avuto a Lucca in piccolo una impressione quasi simile dinanzi ad una vetrata magnifica, una sera che il sole riverberandovi le sue ultime porpore aveva elettrizzato i guizzi magnetici del fuoco vetrificato. V'era in basso un Cristo bianchissimo fra la Madre e Giovanni: in alto in una frenesia di astri e di stelle l'ascensione del Verbo in tutta la gloria pasquale verso un empireo d'evanescenze. Colori ed atmosfere avevano la luminosa potenza di questo miraggio tropicale.
Cielo, fiume e foresta sono cos suggestivi nell'orgia del tramonto, che quando le prime tenebre smorzano le fiamme d'oro si ha l'impressione di precipitare da sterminate altezze in un ambiente pi vicino ai consueti orizzonti della terra!
Siamo entrati in mare a mezzanotte. A bordo tutti dormivano, sui ponti e nelle cabine. I maiali sognavano chiss che truogoli! Solo il personale di quarto ha fatto caso alle strizzatine d'occhio del minuscolo faro.
Passeggeri ed animali sono stati svegliati invece verso le quattro del mattino dal rumore caratteristico d'un vento grosso contro l'intelaiatura d'una nave. Le furie dell'Equatore sono subitanee e violente. Solo certi vecchi lupi dell'Arcipelago sanno intravedere, nel troppo oro dei tramonti, il sintomo d'una collera vicina. Subito la nave ha incominciato a dar segni di irrequietezza con un rullo scomposto, inframmezzato da colpi bruschi e spasmodici di beccheggio.
Lo stretto di Macassar  mal famato presso la gente di mare. Le burrasche ostacolate nella loro esplosione dai baluardi di Giava, di Borneo, di Celebes e delle innumerevoli isole minori, infilano a tromba lo stretto di Macassar per aprirsi un varco verso il Pacifico. Alle volte un'altra tempesta proveniente dalle Filippine percorre in senso inverso il medesimo itinerario. Allora il cozzo delle due forze nell'imbuto di Macassar determina uno schianto degli elementi.
I passeggeri dell'Alting si adattano alla cattiva fortuna. Il ponte s'organizza per la danza del mare. I malesi che s'erano installati a prua e sui boccaporti con tutti i loro comodi, s'affrettano a riporre nei bauletti cianfrusaglie e trabiccoli. In un battibaleno le stuoie di cocco sono arrotolate, scompaiono paraventi e ventagli, tutte le improvvisate cabine che davano alla quarta classe l'aspetto di un bazar siamese, cedono il posto ad una folla miserabile e muta. I marinai ammainano le tende che il vento minaccia di portar via ed i disgraziati restano sotto l'acqua coi loro fagotti. Ogni tanto un'ondata grifagna scudiscia i dorsi appoggiati alle murate.
Gli ottocento maiali meno filosofi urlano alla disperata, dando alla situazione un carattere tragicomico. Vien da ridere a sentire i futuri salami sgolarsi come dannati, ma alla lunga il loro urlo di terrore finisce coll'esasperare i nervi della gente. Sono esseri viventi che hanno paura, paura dell'ignoto che incombe e minaccia. E non v' nulla di pi comunicativo! Non avrei mai immaginato che dei grugniti potessero assumere un'intonazione cos drammatica.
Il capitano assicura che l'Alting  solidissimo, vecchia nave costruita in Olanda senza economie, che quando la tempesta incalza si sbanda d'un lato e tien duro, ma i profani sono male influenzati dal continuo scricchiolo degli assi e delle lamiere. Quando l'elica fuori acqua rulla a vuoto, sembra che tutto il vapore si scardini, che i pezzi debbano da un momento all'altro separarsi divelti da una forza pi potente dei bulloni e delle chiavarde.
L'alba  livida, solforosa; il mare grosso, carico di spuma. Cavalloni neri incalzano d'ogni lato. Il vento urla, fischia, scuote ferramenta e cordami.
Ieri l'aria era cos piatta, pesante, piena di sole! Tale era il torpore delle genti e delle cose che pareva dovessimo sempre andare verso un eterno sole, sopra un'acqua d'olio, in un'atmosfera d'oppio...
Un colpo di mare azzanna sopra coperta un fascio di bamb. Pochi secondi bastano perch l'enorme involto diventi un piccolo punto lontano.
Qualche cosa s'ammassa laggi nel cielo, come una montagna di bitume, come un accavallamento di muraglie. Nel piombo dell'aria  soffusa una sinistra lucentezza verde che fa pensare alla bile degli abissi.
Ogni tanto il vento si queta. Sembra che tutto sia terminato, poi una forza improvvisa acciuffa la nave pel sartiame e tira, tira, quasi voglia rapirla in alto, nei vortici della bufera. Le mani s'aggrappano istintivamente ad un sostegno, tanto  brutale la sensazione d'essere avvinghiati. Il vento aspetta che la nave precipiti fra due onde per cambiare fulmineamente direzione e spingere rabbiosamente verso la voragine.
L'urlo terribile dei maiali impazziti aumenta l'orrore della battaglia.
Un tifone si forma laggi dove s'accatastano le muraglie di pece. Sul mare scomposto la nave fugge perdutamente, in senso opposto, impennacchiata dal rigurgito delle caldaie, sgocciolante d'acqua, scapigliata dal vento...
Il giorno ha la morta luce d'un eclisse solare.

Fra la calma piatta di ieri ed il sonnacchioso torpore di domani, questo sabba dello stretto di Macassar mi fa capire tante cose delle terre equatoriali e delle loro genti.
S, comprendo la frenetica sarabanda dei draghi che terrorizzano le notti e le infanzie cinesi, le divinit digrignanti della Sonda, i riti terribili dei Teng, l'eccitazione morbosa degli uomini del Borneo, il fatalismo supino dei Dacota, gli occhi sempre sgomenti dei poveri Daik, le credenze degli Antenati e delle "forze" che snaturano la stessa fede mussulmana di Giava e di Sumatra, le leggi inesorabili della jungla, le vendette ereditarie per placare la collera degli avi, le follie del kris, tutto ci che v' di eccessivo, di smisurato, d'incerto, di ondeggiante, d'implacabile nella vita e nelle religioni di queste povere razze dell'Asia ardente.
Non v' proporzione fra l'immobilit morta di ieri e la furia satanica d'oggi. Mancano le leggi della gradazione e dell'armonia. L'anima delle folle subisce l'influenza astratta d'un clima paradossale e d'una natura scomposta: troppo oro nei tramonti, troppa pece nelle tempeste, un sole che abbrustolisce, tifoni che spazzano mari e campagne, vulcani che vomitano fuoco, montagne che sussultano, fiumi che per un niente straripano e per un niente si prosciugano, perpetua mancanza di sicurezza, squilibrio di rapporti, tutte le magnificenze e tutti i cataclismi, tutti i profumi e tutti i veleni. Le genti vivono in un mondo senza ordine apparente, in una perpetua assenza di simmetria, sotto l'incubo d'un ignoto immanente, si sentono spettatori impotenti di collere ancestrali, giuocattoli in bala di potenze occulte ed indefinibili.
Non vogliono lavorare. Hanno ragione! Cercano nella carne delle loro femmine e nei fumi dell'oppio l'attimo di felicit senza preoccuparsi del domani. Hanno ragione! In cinquanta milioni non pensano a ribellarsi a poche migliaia di olandesi e di britannici perch la parola "futuro" non ha senso per loro. Il loro cervello non concepisce l'avvenire. Solo il passato  una realt innegabile e verso di esso  orientato il loro senso primitivo. La civilt deve educarli pian piano ad una esistenza meno soprannaturale, con paziente opera di persuasione, creando in loro la coscienza dell'equilibrio che, nonostante tutto, esiste fra le forze cieche della Natura e la ragionata imperturbabilit dell'uomo. Ma la civilt d'occidente coi suoi assiomi scientifici  troppo brutale per questa umanit infantile; la vecchia civilt cinese, che durante millennii ha misteriosamente forgiato le moltitudini asiatiche in pochi quadri invariabili,  indiscutibilmente pi adatta per queste razze e per questi climi.
Mentre nell'India metafisica e sognatrice un grande soffio di libert sommuove la coscienza profonda delle turbe, nell'isola olandese e negli Straits Settlements nessun movimento spirituale minaccia il tranquillo possesso europeo. Per la mentalit indigena la fortuna dei bianchi  "provvisoria" quanto la servit dei nativi. Tutto  provvisorio nell'arcipelago dei vulcani, dei tifoni, dei terremoti, dei diluvii e dei cataclismi.
La minaccia per gli interessi coloniali dell'Olanda e dell'Inghilterra  d'altra natura: nelle folle che l'immensa Cina continuamente ammassa sulle terre e le isole dell'Equatore nonostante le leggi limitative ed i divieti d'immigrazione. Ed il Giappone  materialmente e spiritualmente quasi pronto per fornire insieme ai quadri ed ai comandi una bandiera ideale!

Il vento sibila, rugge, sghignazza. Le saette serpeggiano con contorcimenti violenti. Le nubi s'abbassano e s'abbattono sul mare. In fondo all'orizzonte s'innalza qualche cosa che non si sa cosa sia, se una fantastica colonna d'acqua od il pino d'un vulcano oceanico emerso improvvisamente alla superficie. Forse domani cielo e mare saranno una sola liquescenza d'oro! Frattanto il tuono rimbomba con schianti di finimondo. Uno scroscio, una vampa; una saetta  caduta in mare. Poi i lampi riprendono a barbagliare...
L'uragano non ha nulla di comune con le tempeste del Mediterraneo e dell'Atlantico. Non vi sono pi n mare n cielo, n giorno n notte: v' un caos di abissi e di fragori.
L'urlo dei maiali interroriti  l'unica voce non ancestrale della battaglia. Ed  spaventosamente umana!
Agglomerati sui boccaporti, pigiati gli uni agli altri, i poveri malesi formano una massa miserabile di carne livida e sballottata. Non piangono, non gridano. Aspettano! Il malese aspetta sempre, anche faccia a faccia con la morte.
Perch urlare, perch raccomandarsi, perch pensare ad una tavola o ad un salvagente? Gli Antenati sorvegliano l'immutabile compiersi del destino.
"Non scegliere fra destra e sinistra; qualcuno guider il tuo cammino!"
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
E la nave fugge in mezzo al convulso cozzo degli elementi, fugge... coi suoi maiali imploranti, con la sua plebe rassegnata...




In un villaggio "Daiak"

BANGERMASSIM, 5 aprile.

Ruai, piccolo villaggio "daiak" del Borneo olandese, situato cinquanta chilometri a monte di Bangermassim, sul fiume Barito, si desta alle prime carezze del mattino.
Ruai  un vecchio villaggio della jungla costruito con tutte le regole dell'architettura "daiak". Dentro un grande steccato di canne di bamb sono raccolte circa un centinaio di capanne su palafitte, alte due metri dal suolo: la porta che vorrebbe essere monumentale,  sormontata da un architrave cinese anch'esso di canne. In mezzo  l'abitazione del capo, fiancheggiata da due bicocche un tantino pi basse, che ospitano rispettivamente il medico e lo stregone.
La sera l'inquilino della casa pi vicina all'ingresso, spranga la porta e il paese s'isola dal resto del mondo. Solo le serpi della jungla, il tadang, il cobra nero o la terribile raia, osano alle volte violare il domicilio degli uomini nonostante il ceffo del grande drago che monta la guardia all'entrata del villaggio.
Dire che Ruai abbia bell'aspetto sarebbe esagerato! Visto di lontano, pi che ad un luogo abitato da gente umana fa pensare ad una costruzione di carte da giuoco fatta con un mazzo molto lercio, di quelli che dopo tre anni di servizio in bettola passano ai ragazzi dell'oste perch manca uno dei mazzerelli al quattro di bastoni. Per bisogna fare i conti col sole dell'Equatore, con gli smeraldi del fiume e con la vicinanza della foresta. Quando, come stamane, i raggi dell'astro nascente trasformano i poveri graticci di bamb in telai di velluto scanellato con tutti i riflessi e le tonalit del nocciuolo, tra la foresta che agita con voluttuosa pigrizia i suoi smaglianti flabelli ed il fiume che accende fantasticamente i suoi cristalli, Ruai cessa d'essere una miserabile accozzaglia di stamberghe per diventare un quadretto magico dell'Equatore.
Galli canterini montano sui tetti di bamb a dare la sveglia al villaggio. Il vento ci porta l'eco di voci di donne e di pianti di bambini. Vediamo le porte delle capanne aprirsi una dopo l'altra, figure umane affacciarsi sulle palafitte e scendere le scalette. Qualche comignolo fuma. Si sente il rombo dei primi piloni che tritano il riso. Un cane battuto guaisce. La porta del villaggio apre il suo battente di canne annunziando ufficialmente il principio del giorno.
Gli uomini escono alla spicciolata con l'ascia dacota sulle spalle, dirigendosi verso la jungla pel taglio delle legna o l'incisione delle resine. Sono malesi della specie "daiak", bruni, alti, snodati, qualche cosa di mezzo fra il nero dell'Africa ed il giallo, appena coperti da un metro di cotonina che lascia scoperte le lunghe braccia e le pi lunghe gambe, le quali danno al loro incedere dinoccolato un non so che di scimmiesco. Coscie e garretti sono curiosamente rigati di scuro come le zampe delle zebre, a causa d'uno strano tatuaggio che ottengono fasciandosi strettamente da ragazzi con un vimine colorante che incide l'epidermide e la tinge indelebilmente.
Poi  la volta delle donne che vanno a bagnarsi nel fiume. Pare che il pudore non sia una delle caratteristiche della razza, perch, nonostante l'immediata vicinanza del nostro accampamento, lasciano scivolare "sarrong" e carnicini. Dopo il bagno donne e ragazzi si asciugano lungamente al sole come Dio li ha fatti.
Belle le giovani, falcate, tornite, con seni turgidi e linee statuarie; gi difformi quelle d'et appena matura con i seni flosci ed i ventri gonfi; orribili le vecchie, angolose, incartapecorite, magre da far spavento, stranamente pelose sul filo della schiena. L'Equatore, le malattie ereditarie e la terribile pilatura del riso, avvizziscono a venticinque anni le superbe femmine della jungla. Dai tredici ai venticinque per i corpi hanno tutta la grazia e la potenza della vegetazione equatoriale.
Nell'orgia solare, sullo sfondo della foresta millenaria, il gruppo delle naiadi del Borneo, che mescola la sua nudit al verde della jungla, fa pensare un po' al Paradiso terrestre. S'aspetta di veder sbucare tra le foglie un Adamo peloso od un pitecantropo con le braccia cariche di frutta selvagge pel pasto delle femmine e delle creature. Vediamo invece un vecchio con la barbetta a pizzo e la figura d'un notaio in mutande, che si dirige verso il nostro accampamento. Non tardiamo a sapere che  il medico del paese, il quale viene a chiederci un po' di tintura di iodio.
Per essere medici "daiak" non  necessaria la laurea, tanto meno l'esame di Stato della riforma Gentile. Basta essere... vedovo tre volte. Curiosa, ma autentica!
I "daiak" riconoscono, a chi ha perso tre mogli, abbastanza esperienza per curare le mogli degli altri.
La terapeutica "daiak" si riduce a pochi decotti ed a qualche cataplasma coi quali curano i mali, lasciando il resto al buon Dio. Nei luoghi d'una certa importanza la popolazione ricorre in ultima analisi al medico militare olandese, ma nei villaggetti tipo Ruai, sperduti nel mezzo della jungla, fuori delle grandi vie di comunicazione, il medico locale non ha concorrenti. Le febbri della jungla sono, per esempio, curate con certi frutti selvaggi mescolati con sangue tiepido di cane. Il sangue canino, al quale i "daiak" attribuiscono straordinarie qualit curative,  anche uno degli ingredienti abituali dei cataplasmi e delle pozioni.
Altro personaggio importante  lo stregone - il manang - che funziona da prete, da becchino e da notaio del villaggio. Il governo olandese naturalmente non riconosce questa autorit, ma il favore popolare fa a meno dell'exequatur governativo. Fino ad una ventina d'anni fa la principale occupazione del manang era d'affumicare a puntino i cranii delle "teste tagliate". Oggi che una testa tagliata pu costare al villaggio la distruzione dei "kampong" e lo sfratto degli abitanti, il manang si contenta di presagire l'avvenire sul fegato di maiale, di annunziare cambiamenti di luna e di tener lontano dal paese lo spirito del male. Il distintivo del grado  una larga cintura di cuoio con una frangia di conchiglie e di denti di fiere.
Altra prerogativa dello stregone  di fissare la dote delle ragazze, la quale  pagata dal marito e di pronunziare sentenza inappellabile di divorzio nei casi gravi di discordia coniugale. Le donne "daiak" sono, sotto tutti i rapporti, le miserabili schiave degli uomini, ma  loro riconosciuto con larghezza una specie di diritto di "prova" prima del matrimonio. Scelto invece il marito, la legge "daiak" non consente strappi alla fedelt coniugale ed i casi d'adulterio sono puniti con estrema barbarie. L'omert del villaggio rende materialmente impossibile l'intervento delle autorit olandesi. Tanto questi delitti, quanto quelli provocati dalla legge inesorabile della vendetta ereditaria, rimangono costantemente impuniti.
L'ospitalit  sacra per i "daiak", ma poich l'esperienza consiglia una certa prudenza, ogni villaggio ha l'abitudine di costruire fuori dello steccato di cinta una piccola capanna, la quale  riservata agli ospiti di passaggio, in genere malesi degli altipiani che vanno a cercar lavoro nelle citt, o mercanti cinesi che traversano la jungla per vendere agli indigeni stoviglie e cotonate, incettando i prodotti dell'interno.
Noi che siamo venuti a Ruai per studiare da vicino alcune piante resinose della jungla, della famiglia delle palme-dagmar, avremmo dovuto occupare la "capanna degli ospiti", ma v'abbiamo gi trovato installato un bravo mercante cinese con una piccola carovana di portatori.. Il "celeste" con l'ossequiosa cortesia della sua razza offr subito di sgomberare l'appartamento. Noi abbiamo preferito rizzare le nostre piccole tende sul fiume, all'ombra degli ebani giganti.
Il mercante cinese ed i suoi accoliti sono tre rappresentanti tipici d'una specie gialla che  definita nell'Asia equatoriale "i ping in cammino", qualche cosa che vorrebbe dire "nuovi ricchi in formazione".
Il cinese riserva la pancetta e la faccia tonda a quando ha fatto fortuna: allora bastano due anni al ricco bottegaio per metter su un faccione di luna piena ed un bel ventre di Buddha, per acquistare cio quella silhouette di bonzo che hanno sui paraventi di lacca tutti i rispettabili figli della Repubblica Celeste. Quando  invece il momento di far quattrini il cinese  in genere magro, segaligno, tutto pelle ed ossa. Non dareste un soldo per la sua salute, invece il ping resiste come pochi alla fatica.
Intelligenti, sobri, scaltri, pazienti, filosofi, tenaci, diplomatici, i cinesi sono i veri ebrei dell'Asia equatoriale. Tutto il commercio minuto e tutti gli scambi fra produttori indigeni e negozianti europei  in mano dei cinesi. Fino a pochi anni fa i "daiak" e i "dakota" davano spietatamente la caccia ai ping nella foresta per depredarli delle loro mercanzie e fare collezione di cranii affumicati contro il malocchio, ma ormai il controllo olandese nella zona meridionale dell'isola e quello britannico nelle regioni settentrionali, garantiscono ai celesti una relativa sicurezza.
Il nostro mercante, il quale ha subdorato, nella presenza dei bianchi, la possibilit di concludere qualche affare,  venuto all'alba al campo a domandarci con mille riverenze se avevamo nulla in contrario a che egli restasse tutto il giorno, dovendo curare, dice lui, la gamba d'uno dei suoi portatori. Un'ora dopo lo vediamo ricomparire con una scatola di t che ci prega di gradire come omaggio, trattandosi di una foglia verde del Fu-tceu introvabile in commercio. Fra una chiacchera e l'altra riesce ad accollarci diversi oggetti, Ci racconta che  originario del Macao e che dopo aver perso tutta la sua fortuna a Pontianak, s'arrabatta ora a fare il merciaiolo ambulante di villaggio in villaggio fra Pontianak e Bangermassim, vendendo agli indigeni petrolio, zucchero, sale, stoffe e soprattutto arak che  una acquavite di riso, contro prodotti dell'interno, cio polvere d'oro, guttaperca, resine, legno d'ebano, corteccie tintoriali e scimmie vive.
La storiella della rovina commerciale  una specie di leit-motif di tutti i suoi colleghi. L'amico deve essere invece arrivato nel Borneo con pochi soldi, probabilmente senza un "sapeko", appoggiato da un compatriota gi ricco o da una potente Corporazione di Shanghai, la quale gli ha fornito, secondo l'abitudine cinese, le prime merci. Quasi certamente egli possiede gi a quest'ora un discreto capitale depositato in qualche Banca cinese di Canton o di Singapore. Quando la somma sar abbastanza rotonda per dire basta, il ping far una riverenza alla jungla, comprer in quel di Giava o di Singapore un terreno, si far costruire una bella villetta col tetto di porcellana, sostituir la tela con abiti di seta, le ciabatte di cuoio con pantofole di raso, tirer fuori il ventaglio ed il parasole, si iscriver ad una setta politica, far stampare il suo bravo nome e cognome su un biglietto da visita largo come un lenzuolo e diventer di punto in bianco un qualsiasi Cin-Fun-Pin, confucista, uomo di lettere e membro milionario d'una Corporazione.
Un vecchio colono di Bangermassim, il quale ci accompagna a Ruai, ci spiega che la fonte principale del rapido arricchimento dei cinesi  la bilancia. Il governo olandese impone l'uso di stadere controllate ed ogni cinese si fa un dovere di comperarne parecchie a disposizione delle autorit, ma tiene a portata di mano per i viaggi nella jungla la sua bilancia addomesticata che  quella permanentemente in funzione.
Dopo la guerra diversi ebrei polacchi hanno tentato di fare la concorrenza ai cinesi nel piccolo commercio del Borneo e delle Molucche, ma hanno dovuto battere in ritirata di fronte all'impossibilt dell'impresa, anche per l'ostilit del governo olandese, il quale vede di mal occhio stranieri di qualsiasi nazionalit europea od americana battere regolarmente l'interno della colonia. Un italiano che cinque anni fa aveva avuto il fegato di stabilirsi sul Pinoh in piena foresta per accumulare le resine dei villaggi, fu avvertito dal Residente generale di Singatang che il governo declinava qualsiasi responsabilit sulla sua sicurezza, monito significativo in un territorio nel quale i "daiak" sono tenuti in rispetto solo dalla paura della rappresaglia olandese.
Anche per i cinesi il governo ha promulgato un decreto che vieta lo sbarco dei coolye cio degli emigranti senza mezzi di fortuna nel territorio delle Indie Olandesi, ma oramai i cinesi della colonia sono gi diversi milioni. Inoltre a Cantori, ad Hongkong, a Singapore esistono formidabili Societ d'emigrazione curiosamente organizzate come cooperative, le quali trovano sempre modo d'eseguire alla chetichella sbarchi di ventura con vecchie giunche che attraccano nei punti solitari della costa.
A parte gli hokien, che esercitano i loro talenti nell'usura e nel grosso commercio, l'emigrazione cinese canalizza verso l'Asia equatoriale, quattro categorie di lavoratori: gli ylam, che sono domestici, stiratori e cuochi, i kek, che sono operai per le industrie, i te-chew, che sono operai agricoli ed i macao o piccoli artigiani. V' anche una discreta emigrazione femminile molto sui generis, la quale pare rappresenti, per gli esportatori ed i banchieri di Canton, un affare finanziario di primissimo ordine.
Parchi, lavoratori, resistentissimi alla fatica, i cinesi non indietreggiano dinanzi a nessun genere di lavoro pur di guadagnare; assimilano con straordinaria rapidit i pi disparati mestieri, avidi di denaro, falsificatori emeriti, imbroglioni in tutto, meno che nei rapporti ufficiali con le Banche e la clientela, accoppiano in un unico esemplare giallo tutte le qualit dei giapponesi, degli ebrei, dei levantini, degli armeni e dei greci!
Nelle Indie olandesi, negli Straits Settlements britannici, nella Cocincina, a Taiti, nella nuova Caledonia, vi sono cinesi arcimilionari alla testa di fortune fantastiche. La base della loro ricchezza  sempre un miserabile coolye, il quale, partito senza un soldo da una provincia del sud, ha prima raggranellato, a forza di stenti, di rischi e di sacrifizi una piccola somma, poi s' lanciato senza scrupoli negli affari, arricchendo la corporazione dei capitalisti cinesi di un bandito di pi.

Verso mezzogiorno il caso ci permette di assistere ad un funerale "daiak". Il Capo del villaggio, al quale siamo raccomandati dal Residente Generale, acconsente, in via eccezionale, di farci assistere alla cerimonia, la quale  singolarmente importante, trattandosi non d'un semplice mortale ma del figlio stesso del povero Capo.
Quando penetriamo nel paese uomini e donne sono raccolti nella piazzetta delle tre capanne. Il Capo ci presenta le autorit, cio il medico e lo stregone.
Vediamo arrivare un robusto giovanotto che porta sulle spalle un lungo fagotto di scorza d'albero.  il morto, completamente impacchettato nella corteccia d'un grosso tronco con solide legature di liana.
Il sole dell'Equatore avviluppa il villaggio miserabile e la pi miserabile plebe nel suo ardore. Si sente lo scricchiolo dei bamb secchi che crepitano sui tetti sotto la vampa solare. Sulla carne nuda il sudore scorre nei solchi dei tatuaggi, un sudore acre e forte che fa pensare agli amori dei becchi selvatici nelle notti di calura.
Lo stregone incide con un coltellaccio sul macabro involucro di scorza una specie di mascheretta che fa poi saltare destramente con un colpo di punta. Appare il viso del morto, d'un giallo terra, col naso piatto e gli occhi sbarrati.
Il manang volgendosi al padre gli chiede:
-  lui?
-  lui - risponde il padre, - ma era pi bello!
Il manang ripete la medesima domanda verso la folla che risponde in coro: -  lui, ma la sua faccia  inaridita dal vento delle grandi montagne!
 il riconoscimento del cadavere. Terminata questa prima operazione si avvicina la madre che s'accoccola accanto al povero morto e gli canta l'ultima ninnananna, dondolandolo come fosse nella culla. V' una infinita poesia di sapore primitivo in questo estremo canto materno che allaccia la morte ai primi vagiti della vita. L'istinto della carne d ai gesti della madre una delicatezza piena di fascino.
Quindi si forma il corteo: prima il morto seguito dal padre, dal medico e dallo stregone, poi gli uomini, le donne ed i ragazzi, ultimi i cani, circa una trentina, magri, rossicci, spelati.
Usciti una cinquantina di metri fuori del paese il corteo fa dietro front per ritornare al villaggio ma sulla porta s' piantato il manang, il quale vieta l'ingresso al defunto. La madre scongiura lo stregone di far ritornare suo figlio nella "casa del latte e del sorriso". Il manang tiene duro. Allora il padre finge di adirarsi e di voler forzare la porta. Parenti ed amici prendono le parti del trapassato. I cani, che non sanno, latrano alla morte. Lo stregone urla come un ossesso. Le donne hanno un grido lungo, lacerante, indescrivibile. Pare che tutti siano colti da un accesso improvviso di pazzia furiosa. Finalmente lo stregone ottiene un attimo di silenzio e pronuncia la frase sacramentale:
- S, egli era del villaggio, ma ormai il suo posto  nelle alte montagne dove abitano i grandi spiriti!
Il corteo si riforma e riprende il cammino verso la foresta. Nessuna espressione di dolore, nemmeno di tristezza sul volto degli astanti, i quali da questo momento parlano tranquillamente dei loro affari, mangiano, fumano, ridono, come se andassero nella jungla a raccogliere legna. I daiak sono completamente indifferenti dinanzi alla morte. Poche ore bastano a consolare una madre od una vedova. Per essi la morte non  la fine, ma una semplice evoluzione dell'esistenza verso il meglio, il passaggio dallo stato miserabile di essere vivente a quello superiore di "antenato".
Il cimitero  uno spazio vuoto nella foresta fra quattro giganteschi fichi equatoriali che ergono a cupola il loro immenso fogliame, assicurando "l'ombra perenne" che  indispensabile ai trapassati. Nessun rialzo, nessun tumulo, nessun segno indicano il luogo dove dormono i morti, anzi il terreno deve essere perfettamente livellato. Quando il luogo  pieno di cadaveri lo si abbandona e la jungla s'incarica in poco tempo di riseppellirlo nel suo verde sterminato.
Quattro zappatori scavano una buca lunga e stretta nella quale  collocato il fagotto di scorza d'albero insieme ad una ciotola piena d'acqua, ad una scodella di riso, ad una pipa di betel con un pugno di tabacco e tutti gli accessori per suonare. Lo stregone vi aggiunge una pentola di coccio, rotta in quattro pezzi, che deve servire al morto per far cucinare il suo riso nell'altro mondo. Riempita la fossa di terra, il manang distribuisce a tutti i presenti un pezzetto di ferro arrugginito, il quale per cinque giorni e cinque notti preserver dallo "spirito del male" che  attratto nelle vicinanze del villaggio dall'odore del cadavere fresco.

Verso sera il capo viene all'accampamento per invitarci al banchetto che, secondo l'usanza "daiak", segue immancabilmente ogni trapasso.
Dinanzi alla sua capanna  acceso un grande fuoco sul quale rosolano diversi porcelli selvatici. Ognuno prende posto per il pranzo funerario, ma... ecco che il morto il quale s'immagina d'essere ancora vivo ritorna in spirito al villaggio ed aspetta la sua parte. Le donne cercano di metterlo in fuga battendo con forza i piloni nei mortai, ma pare che il morto non voglia decidersi.
Allora il padre con un sorriso pieno d'indulgenza per la testardaggine del figlio, colloca, al posto abitualmente occupato dal morto, una rete di pesca la quale  per i "daiak" il simbolo del luogo dove continuano a vivere i defunti. La vista della rete conferma al povero morto che la sua carriera terrestre  irrevocabilmente terminata ed il suo spirito se ne va verso le alte montagne dove dimorano gli Antenati.
Fino a notte tarda giungono all'accampamento i canti del villaggio che celebra il rito della morte con una festa della vita. E mentre le donne danzano con gli uomini giovani sulle soglie delle capanne al chiaro di luna, le vecchie e le maritate lavorano sui mortai a pestare il riso. I piloni battono e ribattono.
Sotto i quattro fichi della foresta i morti dormono alla cadenza miserabile che li ha cullati tutta la vita.
Che cosa  l'esistenza d'un povero "daiak" se non un pugno di riso cotto? Gli uomini lo seminano negli acquitrini del Barito, le donne lo tritano nei mortai d'ebano col ritmo millenario.




Caccia all'Orang-Utang

FIUME BAR ITO, 12 aprile.

- Col pepe?
- Gi, proprio col pepe! - risponde "Batanga Luigi".
- E come fanno?
- Domani vedrete. Adesso andate a dormire che gli orang-utang sono mattinieri. Bisogna essere in foresta prima del sole.
"Batanga Luigi" come lo chiamano i "daiak" del Barito, al secolo Luigi Dicarlo, appartiene ad una famiglia ligure stabilita da due generazioni nella provincia di Singtang. Il padre, capitano di lungo corso della marina a vela genovese, nato in quel di Pegli da una discendenza di "padroni di barca", arruolato mozzo a dieci anni su un brigantino, dopo aver scorazzato sei lustri su e gi pel mondo sulle rotte delle tempeste, fin per stabilirsi nel Borneo e col mettere su una azienda mezzo marittima e mezzo commerciale. Alla sua morte i figli hanno continuato il lavoro paterno.
Buon genovese "Batanga Luigi", nato nel Borneo ma genovese fino all'osso, pazzo pel "pesto" e per l'"acciugata", calcolatore, tenace, economo, pieno d'iniziativa negli affari, un vero figlio della Superba, vecchio stampo con nel sangue tutte le linfe della razza. Un po' ruvido, uno di quei liguri che hanno nella pelle il sale del mare e nel carattere l'asprezza degli scogli, poche parole, molti fatti, uomo per di cuore e di fegato nel quale la lunga lontananza dalla patria non ha intiepidito l'affetto per la Riviera e per la pi grande madre Italia.
"Batanga Luigi" commercia in resine fra i due Borneo; ma da bravo genovese fa anche altro quando capita l'occasione di guadagnare. Due anni fa quando la moda imponeva ad ogni signora di possedere almeno un collo di scimmia, "Batanga Luigi" sguinzagli nella jungla del Borneo tutti i "daiak" che aveva sotto mano ad ammazzare scimmie col pelo: regalava la carne agli indigeni e si riservava le pelliccie che, seccate e spazzolate, a puntino, partivano per Genova. Chiss quante belle signore che mi leggono hanno incorniciato i loro visetti nel pelo delle scimmie di "Batanga Luigi".
Poi alla Moda pass il capriccio delle scimmie per quello delle tigri e delle pantere, ed il lucroso commercio del Batanga sarebbe finito con grande dispiacere dei poveri "daiak", che hanno un debole pel rognone di cercopiteco in padella, se... non fosse comparso il dottor Voronoff a tirare d'imbarazzo la compagnia. Senonch la moda si contentava di scimmie morte mentre Voronoff ed i suoi discepoli le vogliono vive. "Batanga Luigi" per far fronte alla situazione ha dovuto organizzare un piccolo esercito di "daiak" specializzati nella cattura degli orang-utang, studiare gli animali e le loro abitudini, gli uomini e le loro disposizioni, infine aprire nei dintorni di Bangermassim uno stabilimento per scimmie, unico nel genere, con reparti di monta e d'allevamento, befotrofio, allattamento artificiale, profilassi di Wassermann, infermeria pei malati, sezione gabbie pei viaggi d'oltre mare, prigioni pei ribelli, celle d'isolamento per gli ipocondriaci e per gli orang-utang di cattivo carattere, infine tutto il necessario per mantenere sano il corpo e gaio lo spirito dei proprietarii della preziosissima glandola.
Quando si tocca l'argomento delle scimmie, "Batanga Luigi" dimentica la colazione e l'ora di andare a letto. Le sue lunghe osservazioni gli hanno fatto per esempio scoprire che gli orang-utang capiscono perfettamente due lingue europee, l'inglese ed il dialetto di Pegli, mentre non hanno attitudine n per l'olandese n per il "daiak".
Ma stasera il sor Luigi non si lascia commuovere neppure dall'argomento preferito. Ha detto: "a letto", e si ritira dopo averci accompagnati fino alle nostre stanze. Siamo, infatti, da ieri suoi ospiti in una villetta che allunga la veranda di porcellana bianca fino a lambire l'acqua di smeraldo del Barito e nasconde il tetto di porcellana azzurra fra i monumentali ventagli d'un palmeto. Non le palme smilze d'Egitto n quelle tozze e nane di Giava, ma una variet equatoriale, alte e massiccie come querele, coi tronchi lisci, rigate ad anelli scuri che paiono cerchi di metallo, con in cima un grande parasole di fronde perennemente in moto.
E v' uno strano contrasto fra la potente immobilit dei tronchi e la nervosa irrequietezza delle foglie.
13 aprile. - Si parte di notte per la jungla. Si traversa il Barito su una canoa indigena, lunga e sottile, che disturba i riflessi delle stelle nell'acqua cupa. Giunti all'altra sponda, ci incamminiamo in fila indiana per un viottolo misterioso in mezzo agli ebani ed agli eucaliptus dietro la guida "daiak" che conosce il villaggio delle scimmie.
Gli orang-utang del Borneo sono, dopo i gorilla del centro Africa, le pi grandi scimmie che si conoscano, Gli indigeni li chiamano precisamente "orang-utane" che in lingua "daiak" significa "uomini dei boschi". Rossicci, abbondantemente forniti di pelo sul petto e sul dorso, nude invece le natiche, le guancie d'un colore acceso che chiamerei rosso-schiaffo, il naso appena tratteggiato, fortemente accentuata la mascella inferiore, gli occhi marrone e mobilissimi, gli orang-utang vivono di solito nella jungla in gruppi di dieci e talvolta fino di cinquanta famiglie. I maschi partono al mattino per la caccia e tornano verso il tramonto col cibo per le femmine ed i piccoli. Fino ad una certa et i figli obbediscono docilmente al genitore che  in genere generoso di scappellotti.
Questa  la buona stagione per catturare gli orang-utang perch  il momento dei "durian", grosso frutto equatoriale con un forte odore di formaggio gorgonzola, di cui gli scimmioni sono ghiottissimi. Pare che scendano appositamente dalle montagne nella jungla inferiore per il raccolto dei "durian". Dove si sente odore di gorgonzola si  sicuri di trovare nelle vicinanze un villaggetto d'orang-utang.
Le scimmie del Borneo amano infatti i comodi e non si contentano, come le specie inferiori, della semplice ospitalit degli alberi. Scelto il posto ogni capofamiglia si costruisce la propria abitazione la quale  in genere formata d'un pavimento, d'un tetto e di tre pareti, il tutto fatto per benino con stoppie e canne di bamb. In fondo non v' grande differenza fra un nido d'orang-utang e certe capanne "daiak". Gli indigeni hanno in pi qualche cencio attaccato ad un chiodo, un paio di pentole ed una collezione di pipe, ma architettura e materiali sono pressappoco i medesimi.
A questa abitudine degli orang-utang di costruire i loro villaggetti si deve probabilmente la leggenda diffusissima nel Borneo dell'esistenza nella jungla d'una variet di uomini con la coda. Naturalmente nessun europeo ne ha mai visti, ma i malesi ed i "daiak" assicurano che abitano nelle montagne del Kapoas dentro le caverne e che in mancanza di donne si sposano con le femmine degli orang-utang.
L'alba equatoriale deve gi imbiancare gli orizzonti dell'isola ma nella jungla  ancora buio pesto. "Batanga Luigi", brontola che siamo in ritardo e che arriveremo al paese quando gi i maschi saranno partiti pel lavoro. Sono circa le quattro e mezzo quando la colonna si ferma. I "daiak" si dividono in quattro pattuglie per circondare il villaggio e tagliare la ritirata al nemico.
- Ma non si difendono? - chiediamo al genovese.
- Altro che! Ogni volta mi massacrano un paio di "daiak".
Pian piano la luce del giorno filtra attraverso il setaccio degli alberi. Si sente un rumore sordo e continuo come i fabbri che battano un'incudine.
-  tutta notte che gli uomini lavorano, spiega Batanga Luigi, per isolare il paese, altrimenti al primo allarme le scimmie pigliano la fuga sugli alberi e chi le acchiappa pi? Schizzano come fringuelli e nascono acrobati. Altro che salti mortali! A terra invece sono meno svelti.....
Un lungo fischio interrompe la conversazione.  il segnale che ormai tutto  pronto.

La parola "caccia" d sempre l'idea d'un combattimento fra un uomo ed un animale, fra un fucile ed un artiglio, fra un'arma bianca ed un paio di canini. Perci il termine non si presta affatto per definire un corpo a corpo fra uomini ed orang-utang. Sono cos umane le scimmie del Borneo e sono cos scimmie i cacciatori "daiak", che vien quasi voglia d'adoperare la parola "assassinio".
Dopo aver percorso un duecento metri dietro "Batanga Luigi" che ha le ali ai piedi, siamo investiti in pieno da un turbine di sole. I daiak hanno lavorato tre giorni a segare alberi tutt'intorno al villaggio delle scimmie spianando un bel tratto circolare di jungla. In mezzo allo spazio vuoto sono rimasti in piedi una diecina di grossi tronchi con le capanne degli orang-utang sospese fra i rami. Ora le bestie sono gi in allarme. Appollaiate sui rami sporgenti guardano gi con inquietudine il tramesto degli uomini.
Uno dopo l'altro gli alberi sono attaccati dalle accette dei "daiak". Quando un tronco scricchiola gli orang-utang lo abbandonano con grida di terrore e si raccolgono su quello accanto. I giganti della jungla si abbattono al suolo con fragore travolgendo le miserabili capanne di stoppia. Finalmente ne resta in piedi uno solo carico d'una ventina di animali. Vediamo le madri stringersi al petto le creature con gesti tragicamente umani, i maschi digrignare i denti e spezzare grossi rami per farsene un'arma contro gli assalitori. "Batanga Luigi" d gli ultimi ordini. I "daiak" formano un cordone circolare intorno all'albero. Tengono fra i denti il pugnale malese, nella sinistra una corda a cappio scorsoio. Il capo degli indigeni passa con un sacchetto e distribuisce ad ognuno un pugno di pepe in polvere.
- Pronti?
- Pronti!
- Buttate gi.
Le accette attaccano l'ultimo tronco. Ad ogni colpo le scimmie, che hanno capito il giochetto, rispondono con urla di rabbia e di paura. A cavaliere d'un ramo un grosso maschio dall'aspetto poco mansueto fa roteare un manganello. Diversi "daiak" sono armati di lunghe forche, altri di rete da pesca.
L'albero incomincia a scricchiolare, oscilla, si sbanda d'un lato. Subitamente il grosso maschio e tutti gli altri si buttano a terra per aprirsi un passaggio.  impossibile abbracciare tutti gli episodi del combattimento tanto sono fulminei. Seguo con gli occhi il maschio del manganello, lo vedo slanciarsi a quattro gambe verso i "daiak", poi rizzarsi sui garetti ed allungare le braccia pelose per afferrare uno degli avversarii, ma il "daiak" pi vicino gli getta il pepe negli occhi. Accecato dalla polvere la bestia brancola nel buio, ma dieci braccia lo avvinghiano alle spalle e lo impacchettano come un salame.
Terribile nella sua collera l'orang-utang si dibatte disperatamente tentando di svincolarsi, di mordere, di calciare, salta, si rotola per terra, lavora di denti e di unghie, ma venti funi lo riducono all'impotenza.
Sette animali sono riusciti a fuggire, undici sono catturati. Una femmina male acciecata dal pepe s' slanciata contro uno dei "daiak" armato di forca, gli ha strappato l'arma di mano es' aperto un passaggio. Un'altra colpita alla mammella da una pugnalata s' abbattuta al suolo. Mentre con una mano stringe il suo piccolo che urla disperatamente con l'altra strappa intorno un po' d'erba e cerca di tappare l'enorme ferita. Ogni tanto s'odora le dita bagnate di sangue. Il genovese la finisce con una pistolettata.
Mai una battuta di caccia m' parsa cos bestiale, selvaggia, quasi assassina. I gesti delle scimmie morenti sono terribilmente umani. Si ha l'impressione d'una battaglia rusticana fra uomini pelosi ed uomini senza peli. Fortunatamente questo metodo  riservato esclusivamente agli orang-utang. Per le altre qualit di scimmie "Batanga Luigi" ha adottato sistemi meno feroci. I cacciatori si appostano, al tempo delle noci-cocco, nelle vicinanze degli alberi. Le scimmie sono ghiottissime delle noci, ma non sanno aprirle come gli orang-utang che le schiacciano ingegnosamente fra due pietre. Allora i cacciatori praticano un buco nella corteccia del frutto. La scimmia dopo averlo lungamente annusato si decide a ficcare la mano nel buco per prendere la polpa, ma in quel momento i cacciatori sbucano fuori urlando e sparando revolverate in aria. La scimmia vuol fuggire, ma siccome ha la polpa in mano e non vuole lasciarla, non riesce ad estrarre la mano dalla noce ed  cos catturata con una rete di pesca, vittima della sua ingordigia.
Dopo due mesi di permanenza nello stabilimento "Batanga Luigi" taglia ad ogni bestia la coda. La bestia senza coda anche se scappa ritorna dopo pochi giorni allo stabilimento perch le altre scimmie della jungla rifiutano la compagnia del mutilato.
Verso sera assistiamo ad un'altra cattura. Si tratta di una specie caratteristica del Borneo che i "daiak" chiamano "oran-bin-batan", cio "uomini pelosi dal naso lungo". Hanno infatti il viso affilato con un lungo naso ebraico. A guardarle fisse non si pu fare a meno dal ridere tanto sono buffe. Alte un metro e venti, con il ventre e la coda bianca, la schiena rossiccia, il naso in avanti e rosso sulla punta, hanno intorno agli occhi uno strano cerchietto di pelo grigio come se portassero gli occhiali.
Gli "oran-bin-batan" si acchiappiano accendendo ai piedi dell'albero sul quale sono appollaiati un grosso fuoco. Quando le fiamme sono ben vive i "daiak" vi versano una mistura speciale, il "trasy", composto di grasso rancido, pesce secco e gamberi putrefatti. Al contatto del fuoco l'intruglio sprigiona un tanfo nauseabondo che fa perdere i sensi ai poveri "oran-bin-batan": quando si svegliano si trovano legati.
Gli "oran-bin-batan" non sono apprezzati dai discepoli del dottor Voronoff, ma sono assai utili a "Batanga Luigi" perch disimpegnano nello stabilimento l'ufficio di pulcinella. Quando le altre scimmie sono di cattivo umore o tentano lo sciopero della fame l'"orang-utang-batan" le mette in allegria: il suo bel naso di Aronne con la punta color pomodoro ha la propriet di render gaio il pi ammusonito orang-utang. Il sor Luigi ci racconta che quando due "oran-bin-batan" sono messi in una stessa gabbia, prima si guardano in cagnesco, ma appena riconoscono dal naso di essere membri della stessa famiglia, immediatamente si abbracciano e diventano amiconi. Date ad un "oran-bin-batan" un arancio od un melone: infallibilmente lo divider in tanti pezzi quanti sono i compagni presenti e riserver per s il pi piccolo.

Accampiamo nella foresta per la notte. Anche domani  giornata di caccia e siamo abbastanza distanti dal Barito. La orang-utang ammazzata al mattino fornisce l'arrosto ai "daiak". Piedi e mani nelle padelle fanno passare l'appetito. "Batanga Luigi" assicura che il filetto di scimmia saltato a puntino con due o tre erbette ed un po' d'aceto, ha il sapore della pernice ma ha il buon gusto di non offrircene.
Pian piano scende il crepuscolo. Tutti i rumori si attutiscono. La jungla s'addormenta nel silenzio per la lunga notte dell'Equatore. Solo l'enorme bruso di milioni di zanzare e d'insetti alati empie il vasto silenzio d'un impercettibile rombo che fa pensare alla risacca d'un lontanissimo oceano. E nel cielo s'accendono tutte le stelle.
Non un alito di vento agita l'immensit del fogliame. Ogni cosa  immobile, come morta. Per l'aria vagolano i fermenti delle febbri e delle malattie. La sterminata putredine calda ha il sentore d'un fiato cattivo.
Alle otto i "daiak" gi dormono, molti con la faccia contro terra, altri ravvoltolati a ciambella come cani. Le pose degli orang-utang catturati sono quasi le medesime.
La jungla del Borneo si macera nel torpore della notte equatoriale. Piccole nubi velano il cammino faticoso della luna. Una scimmia si lamenta nel sonno.
Si sente un fischio, lungo, flebile, dolce, che par d'usignuolo.  la terribile raia in cerca di carne fresca.




Dal Borneo a Saigon

BORDO DEL TIMOR, 16 aprile.

Partiti ieri l'altro dall'isola di Borneo, navighiamo verso nord, risalendo dall'Equatore al Tropico, in direzione della Cocincina. La nostra rotta  poco battuta dalle navi ed in tre giorni non abbiamo incontrato che qualche giunca cinese col drago d'oro e le vele dipinte. Dal mar di Celebes siamo passati al mar di Jolo, attraverso l'arcipelago di Solu che  gi una dipendenza delle Filippine.
- Dove siamo? - chiedo al comandante stamane.
- A nove gradi dall'Equatore, quasi all'altezza di isola Porto Principe, ma passiamo al largo ed abbiamo messo la prua in direzione della Cocincina.
Ieri il mare era tutto tempestato di scogli e di isole verdi. Ce n'erano tante che pareva impossibile si potesse navigare senza rischi. Invece i fondali sono profondi in quei paraggi e le punte a fior d'acqua sono vette di grandi monti oceanici che un tempo univano da Sumatra alla Nuova Guinea le mille isole ed isolette della Sonda.
Pi che in un mare sembrava d'essere in un immenso lago frastagliato di promontori e di seni. Quando di notte la grande luna dell'Equatore inargentava l'acqua ed i suoi fantasmi, certe isolette che comparivano improvvisamente sui fianchi della nave, avevano l'aria di strani icebergs di platino in cammino verso orizzonti di mistero e di leggenda.
Oggi le isole sono sparite e ci si sente pi soli nell'immensit. Siamo fra mare e cielo, ma fra un mare d'ocra ed un cielo di zafferano che sconvolgono la nozione delle cose. In fondo si ha solamente una impressione di sole. Il sole palpita, l'acqua trema, ed ardono i diamanti! Cielo e mare sono un unico bagliore giallo che accieca ed intontisce. La vampa solare si riflette sopra due lastre di vetro luminoso. L'orizzonte non ha limiti n contorni:  un infinito di luce.
Sotto le tende dei ponti i passeggeri allungati nelle poltrone non hanno voglia di niente: se qualcuno tenta di reagire al torpore con una spiritosaggine, od una osservazione, gli altri appena rispondono con una smorfia insignificante delle labbra.
Sui boccaporti i viaggiatori indigeni - malesi e cinesi - sdraiati alla rinfusa, dormono come morti, con le gambe aperte, le faccie protette da una pezzuola di seta o da un ventaglio, in mezzo alle cianfrusaglie colorate dei loro bagagli esotici. L'odore acre dell'oppio sale dalla coperta alle passeggiate di classe. Nell'aria senza soffi la droga tesse torbidi velari di sogno. La Cina parla alle fantase ed alle subcoscienze con miraggi di fumeria e di suburbii gialli.
Sole e sole, ed ancora sole. Non una vela all'orizzonte, non un pennacchio di vapore, non un'ala d'uccello, nulla. Un'immensa pesantezza grava sugli elementi statici e sulle cose immobili,
E la nave va, come scivolando su di una distesa d'olio, verso Saigon che ci aspetta fra i banani del suo grande fiume.

Saigon! Sedici anni fa vi arrivai per la prima vetta con anima tutta tremante di dolce ebbrezza. Era il primo incontro col mistero delle lontananze. Ero allora mozzo di coperta - bel mestiere quando si ha sedici anni - ed ero di lavaggio a prua mentre la nave imboccava il Mekong. Avevo in mano il "frettazzo" ed i piedi nudi nell'acqua tiepida di mare. Il nostromo in stivaloni raccomandava di far presto e bene. Le mie braccia fregavano macchinalmente i planciti lucidi dell'Haiphong, ma gli occhi incantati non sapevano staccarsi da quelle due rive basse e verdi, sulle quali miliardi di banani agitavano le loro foglie oleose in segno di saluto, rive d'Asia lungamente sognate sulle spiagge e durante... le lezioni di latino, prima di spiccare il volo verso il lontano.
Ricordo che mio padre, il quale m'aveva accompagnato a Napoli all'imbarcatoio, aveva - poveretto - le lagrime agli occhi. Non poteva concepire, lui matematico ed uomo d'ordine, come si potesse preferire una maglia di mozzo ad una uniforme di collegiale, quasi che non ci fosse differenza fra le quattro mura di un convitto e gli sterminati aperti d'oltre mare. Il golfo incantevole aveva tirato fuori per l'occasione le sue pi splendide porpore e le aveva stese fra il Vesuvio e Capri come fanno le donne del paese tra finestra e finestra nei vicoli di Porta Capuana. Il cielo era tutta una dolcezza, e la terra, dalla punta di Posillipo all'arco di Castellammare, un unico grande sorriso... E vagavano per l'aria tante canzoni....
Chiss se stavolta Saigon parler ancora alla mia anima colla medesima musica di sogno? Dicono che il primo amore non si scorda mai, ed io ho amato Saigon come un ragazzo inesperto pu amare una bella donna attempata, corrotta e dipinta. Avevo sedici anni allora, e venti franchi in tasca!
La nave avanza nell'orgia di luce. Il legname  caldo e le ferramenta bruciano. L'ombra dei fumaioli s'allunga sulla coperta, scavalca le murate, finisce in mare, ma non abbandona la nave e la segue, la segue sull'acqua piatta.
Il respiro asmatico delle caldaie empie il silenzio d'una invisibile fatica.
Nessun bianco sul ponte di terza, tutta gente gialla dell'Arcipelago e della Cina. Paiono membri d'una medesima famiglia, tanto si somigliano, coi nasi piatti, gli zigomi sporgenti, le labbra fini, gli occhi di smalto. Solo il colore della pelle differenzia i sudditi del Mikado dai figli della Repubblica Celeste, le genti dell'Annam da quelle del Tonkino e del Camboge. Alla lunga si scoprono anche nel volto certe sfumature che permettono d'individuare le varie specie della grande famiglia gialla. Ma gli occhi sono tutti eguali, biglie di smalto nero messe di sghembo in uno scrigno di porcellana.
L'occhio indiano  grande e bello. Nella sua luce si riflettono i miraggi della razza sognatrice che ha l'anima inarcata verso un infinito irraggiungibile: l'occhio dei gialli  invece piccolo, vitreo, cattivo, occhio fatto per contare piastre e controllare bilancie, che anche quando non vuol dire niente, pare che ammicchi per una scaltrezza. Sembra diverso nel volto incartapecorito d'un vecchio mercante e nel viso di maiolica di una bambola d'Estremo Oriente, ma se si riesce a guardarlo indipendentemente dal resto,  sempre la medesima pallottola di smalto carica di fissit.
Anche in seconda ed in prima classe abbiamo dei gialli, quasi tutti cinesi; faccioni rotondi, ventri opulenti, espressioni gravi, gesti effeminati e naturalmente eleganti, piccole mani, piccoli piedi, passetti corti, bei ventagli, belle stoffe di seta con fodere di raso, che fanno fru-fru nel passare. I giapponesi, gi brutti e meno dignitosi, diventano ancora pi brutti per la smania di vestire all'europea appena mettono il naso fuori di Nagasaki. Ed hanno tutti gli occhiali. A bordo ce ne sono sedici e manco a farlo apposta non ce n' neppur uno, non dico senza occhiali, ma che non abbia gli occhiali d'oro a stanghetta.
Come in tutti i piroscafi di questi mari l'Occidente  rappresentato in prima classe dalle razze che viaggiano molto perch hanno molto denaro: inglesi, americani ed olandesi; in seconda dalle razze che egualmente viaggiano molto perch hanno troppo poco denaro e debbono trovarne: italiani, russi, polacchi e balcanici.
La "Grande Proletaria" che ha ovunque figli suoi in cammino,  rappresentata da un gruppo d'intraprenditori - gli immancabili - provenienti dalla nuova Caledonia e diretti all'Annam per un appalto ferroviario, da un bel tipo di napoletano che suona d'estate il jazz-band in Australia e d'inverno  secondo violinista dell'Opera di Saigon, infine da un vecchio colono residente nel Tonkino.
Il vecchio  di poche parole, un bergamasco di Citt Alta che dirige una filanda di seta ad Hu, uno di quei lombardi calmi e tenaci che danno dei punti agli inglesi per costanza ed ai tedeschi per spirito commerciale.
Gli intraprenditori, che sono di Ravenna, stanno tutto il giorno insieme, con mezzo toscano fra i denti, un vecchio "Popolo d'Italia" fuori delle tasche ed un interminabile "scopone" sempre in esercizio. Le loro mani callose, un po' rozze, deformate dalla fatica, dicono senza bisogno di confidenze che se  gente che possiede qualche soldo l'ha guadagnato con aspro sudore.
Il napoletano  un vero figlio del Vesuvio, simpatico, allegrone, servizievole, disperazione delle misses di bordo perch aspetta proprio il momento che s'appisolano per tirar fuori dal mandolino "quanno 'o vapore s'alluntana...". Sia che parli italiano, inglese o francese, l'accento  sempre quello, perfino quando confabula in annamita coi boys di bordo par d'essere sul marciapiedi del rione Amedeo!
L'unica cabina di lusso  occupata da un alto funzionario francese, gros monsieur che deve avere in Cocincina una certa importanza, ma a bordo se ne d anche troppa. Occupa a tavola il posto a destra del comandante ed ha la mana dei colletti duri, bench sudi, poveretto, come una caldaia. La sua grande simpatia  l'amico napoletano, forse perch  l'unico a bordo che lo chiami excellence con cinque elle! Quando si dimentica sul ponte fino ad addormentarsi, russa come un cattivo motore. Se non fosse nota la sua importante situazione ufficiale, meraviglierebbe che un naso cos piccolo, fra due guancie cos paffute, possa fare tanto chiasso.
Tutte le razze e tutte le classi sociali sono riunite su questi cento metri di legname galleggiante: gli inglesi in pantaloni di flanella, che ogni tanto percorrono a passo di carica i ponti e le passeggiate, sono uomini di affari dell'onnipotente capitalismo britannico, il quale monopolizza i migliori commerci dell'Indocina francese; gli olandesi installati di buon mattino al bar a dar fondo alle provviste di birra della cambusa, hanno tutta l'aria di coloniali made in Germany, col passaporto della compiacente Regina Guglielmina; i francesi che trovano modo d'intrufolare in ogni argomento la frase sacramentale: "chez nous,  Paris", sentono di funzionario lontano un miglio, di funzionario delle colonie che in giovent ha forse letto Loti, ma che ora si contenta dell'Officiel, con l'elenco delle promozioni; i nord-americani con le gambe sempre su un tavolo o sulla spalliera d'una sedia, ordinano solo e bevono wisky.
Due ebrei polacchi col naso della razza, tre levantini che si raccontano storie interminabili con gesti d'ammazzasette, un greco, con la barbetta alla Venizelos, ed un negro di Manilla, che fuma sigari grossi come cetrioli, completano l'arca di No.
Il sesso debole  rappresentato da tre vecchie inglesi insopportabili, le quali pare abbiano a bordo la missione di convertire tutti i passeggeri al celibato.
In seconda classe viaggiano anche sei giovani preti francesi accompagnati da due vecchi missionari con la barba bianca, piccolo manipolo del grande esercito col quale la Repubblica laica di Waldek-Rousseau e di Edouard Herriot ha messo i piedi in Siria ed in Cocincina e s' assicurata a Scianghai un bel trampolino sull'Estremo Oriente.
Se non fossimo su una nave francese, diretti ad una colonia francese, i francesi mancherebbero a bordo. La "sorella latina" non ha molti figli in cammino pel mondo.
Su questa, come su quasi tutte le navi in rotta sui mari del globo, le razze pi rappresentate sono sempre le medesime: anglo-sassoni in giro per diporto o per affari, italiani che si spostano per lavoro, balcanici in cerca di fortuna.
La nostra emigrazione, che incessantemente rigurgita dai confini della patria, , come tutti sanno, una necessit imposta al nostro popolo dalla ristrettezza del territorio e dalla deficenza delle materie prime. Il continuo sviluppo della forza e della potenza italiana sta lentamente trasformando questo fenomeno, che era fino a ieri un problema interno dell'Italia, in un problema generale dell'Europa. Verr un giorno in cui esso s'imporr forzatamente all'attenzione degli altri popoli e governi d'Europa come uno degli elementi predominanti della tranquillit e dell'equilibrio del continente. Quel giorno molte questioni italiane che oggi paiono insolubili a chi non sa guardare lontano troveranno nella stessa atmosfera internazionale la loro immancabile soluzione. Qualche cosa di simile sta accadendo in Estremo Oriente per l'esuberanza demografica del Giappone.
Trenta anni fa la nostra emigrazione era una debolezza, oggi  gi quasi una forza, domani sar infallibilmente un fattore di potenza. Due elementi fondamentali determinano questo processo d'evoluzione, da una parte la meravigliosa resistenza dell'emigrante italiano all'assorbimento straniero - una ragione delle restrizioni americane - dall'altra il continuo miglioramento qualitativo del materiale umano che emigra. Chi viaggia constata la differenza. Prima era una gleba che traboccava dai solchi troppo pieni della patria a concimare di sudore italiano le terre degli altri; oggi  una folla sempre pi consapevole del suo valore e sempre pi agguerrita che affitta agli altri la sua capacit di produzione ed allarga nello stesso tempo i commerci della patria; domani per virt di razza e sapienza di governanti potr essere il pacifico esercito di formidabili conquiste.
V' nell'emigrazione italiana un dinamismo che meraviglia tutti coloro i quali esaminano il fenomeno con profondit. L'inglese parte per il mondo sapendo di trovare ovunque gente pronta ad aiutarlo ed a favorirlo indipendentemente dai suoi meriti intrinsechi; lo slavo, l'ebreo ed il balcanico ramingano per trovare una nuova patria meno matrigna e stabilirvisi; l'italiano che non trova nella sua terra pane e lavoro, s'avventura coraggiosamente pel vasto mondo sapendo che lo aspettano pochi aiuti e molti ostacoli, ma che alla fine riuscir perch ha un bagaglio di qualit valorizzagli ereditato col sangue della stirpe.
Egli porta con s, insieme agli usi ed alle abitudini del campanile, l'amore della terra natale - mistico ed indefinibile amore - e sempre si propone di ritornarvi al pi presto, anche quando la vita con le sue inesorabili esigenze disporr altrimenti.
Dove molti italiani si trovano riuniti, strade e botteghe assumono immediatamente la fisionomia dell'Italia. Emigrano con le genti gli elementi e le consuetudini. La lingua natale afferma dispoticamente il suo primato. La solidariet agisce istintivamente nella servizievole dimestichezza dei compatriotti, una commovente fratellanza avvince uomini di natura diversa. La Patria non ha bisogno di molto per parlare al cuore dei suoi figli: bastano una data, una nave, un nuovo arrivato, un piccolo avvenimento, a volte anche meno, un giornale, una lettera... Quei pochi che posano ad internazionalisti si tradiscono quando un insulto straniero sferza l'immagine augusta della Patria, od una preghiera in lingua italiana tocca le corde sensibili del loro cuore. I veri rinnegati sono una quantit trascurabile.
L'umile contadino, il buon operaio, l'onesto lavoratore che non hanno mai abbandonato il paese e magari la montagna, partono per l'America, pel Sud-Africa o per l'Australia, come se si trattasse di cambiare circondario, senza mezzi e senza paura. L'Ignoto non li sgomenta, quasi li attira. Hanno la coscienza di possedere nelle loro braccia un capitale che non pu non fruttare. Di fronte alla loro sicurezza si ha quasi la impressione che eredit lontanissime predispongano queste meravigliose genti nostre a farsi largo nel mondo in tutti i paesi e in tutti gli ambienti.
 un esercito ancora senza comandi, ma un esercito che ha gi una bandiera tricolore sfumata nell'atmosfera dinanzi ai manipoli camminanti. Dove l'uomo tentenna, la donna - italianissima sempre - resiste.
Mancano per i quadri. Ufficiali e sottufficiali per quanto numerosi, sono troppo pochi in proporzione alla massa gigantesca dei gregarii. Molti giovani italiani della piccola borghesia e delle classi medie, i quali consumano in patria fior d'energia per mettersi mediocremente a posto in mezzo ad una spietata concorrenza, troverebbero con eguale o minor fatica una situazione ben superiore all'estero se avessero il medesimo spirito d'iniziativa ed il medesimo avventuroso coraggio del contadino siciliano e del muratore piemontese.
Tutta una educazione  ancora da fare in questo senso, educazione dei genitori, educazione dei ragazzi. Lo Stato, al quale necessariamente spetta una funzione regolatrice, dovrebbe da una parte sforzarsi di contenere l'emigrazione delle braccia, cercando di intensificare con ogni mezzo il loro collocamento in patria e nelle colonie dirette per attenuare, nei limiti del possibile, lo sciupo delle immancabili perdite; dall'altra favorire invece l'emigrazione dei tecnici, dei professionisti, degli impiegati, dei "buoni a tutto", nei quali di solito la fortuna sceglie i suoi favoriti. Il bisogno non obbliga questa gente a cercare il pane fuori dei confini. Cento legami e cento prevenzioni li trattengono al paese in attesa del concorso o della raccomandazione. Il mondo  vasto invece e le strade della fortuna sono tante per chi ha il coraggio di tentarla. La Patria, nonostante il suo continuo sviluppo, non pu appagare le legittime aspirazioni di tutti gli spostati e dei volonterosi. Dopo il primo immancabile tirocinio essi riuscirebbero indubbiamente a valorizzare le loro eccellenti qualit.
Il giorno in cui si troveranno sui piroscafi che battono tutti i mari meno viaggiatori italiani di terza e pi di seconda, il problema della nostra emigrazione potr essere considerato risolto.
Certo  pi facile esporre la questione che indicare i mezzi pratici per risolverla. Per nella stessa etica del fascismo  in germe tutta la soluzione, in quanto la religione fascista educando la nazione all'idea di potenza ed allargando quindi smisuratamente gli orizzonti spirituali della coscienza pubblica, sprona all'audacia ed alla bella avventura le giovani generazioni ed insensibilmente le canalizza verso le conquiste individuali che sommate insieme costituiranno la conquista collettiva della nuova Italia.
I giovani della borghesia inglese partono "sportivamente" pel mondo.  lo sport pi grande e pi bello, quello della vita! La letteratura inglese - imperiale per eccellenza -  per tre quarti un inno allo spirito d'avventura della giovent britannica.  vero che le condizioni mondiali dell'Italia non sono le stesse di quelle dell'Inghilterra, che  padrona di mezzo globo, ma  anche vero che l'italiano, considerato come unit-uomo,  infinitamente pi dotato del britannico. Non  falso orgoglio il dirlo e sarebbe stupida modestia il tacerlo. Ne  prova il fatto superbo che ogni anno quattrocentomila operai e contadini senza mezzi di fortuna e quasi senza appoggi, riescono a collocarsi convenientemente all'estero nonostante le restrizioni ed ostilit d'ogni genere, mentre gli operai britannici restano in Inghilterra a vivere di sussidi statali e si decidono a partire per i Dominii e le colonie solo quando lo Stato organizza minutamente i gruppi d'emigrazione, assicurando a coloro che partono viaggio, indennit e lavoro.
La scuola, la letteratura, il giornalismo, debbono avviare la giovent studiosa italiana verso gli orizzonti d'oltre mare nei quali il destino rinserra le nuove fortune della nazione.
Il Fascismo, inteso come scuola di disciplina, come religione della patria e come palestra di audacia,  veramente l'alta filosofia che ci vuole per la nuova Italia dalle molte glorie e dalle molte vite, la quale deve farsi strada nel mondo e trovar posto per tutti i suoi figli.
Certo  una filosofia adatta solo per grandi popoli! Ma tale  il popolo italiano sotto tutti i rapporti, per cuore e per ingegno, per capacit di lavoro e virt di adattamento, per sana costituzione fisica e morale, per gloriosi retaggi del passato e fulgide affermazioni recenti, per le prove che quotidianamente danno i cittadini in Italia ed all'Estero nella ciclopica battaglia dell'esistenza.
Grande popolo, con un passato che nessun altro eguaglia, con un avvenire che tutti gli altri invidiano.
Quegli italiani abbarbicati al formalismo consuetudinario, i quali hanno l'aria di meravigliarsi che il nostro paese, invece di seguire le dottrine degli altri, abbia oggi una sua etica originale - il Fascismo - dimenticano che, eccettuati rari periodi di stanchezza, Roma  stata sempre all'avanguardia del cammino umano!

In mezzo al mar della Cina, sulla nave straniera che attraversa silenziosamente le solitudini, gli italiani si sono istintivamente riuniti a parlare della Patria. Sentono di non essere estranei bench non si siano prima d'ora mai conosciuti.
Nessuno fra essi ha in tasca la tessera del Littorio, ma tutti ne hanno nell'anima il marchio mistico.
E quando il disprezzato mandolino di Marechiaro, consacrato alla gloria dalla mandolinata di Monte Nero, rompe la torbida pesantezza equatoriale col "quann 'o vapore s'alluntana" che sveglia di soprassalto le tre zitelle britanniche, la Patria parla dolcemente al cuore dei suoi figli con la voce soavissima di Mergellina.
E sembra che una carezza vagoli nell'aria senza soffio.




Una porta dell'Asia: Saigon

SAIGON, 26 aprile.

Saigon non  ancora la Cina, ma  gi l'Asia gialla.
Si penetra per una porta laterale nel grande mondo degli occhi obliqui: s'entra in contatto con una umanit completamente diversa da tutte le altre, che durante millenni ha seguito uno sviluppo proprio; ci si trova in mezzo ad uno scenario caratteristico, che non  tropicale e non  indiano e non  neppure selvaggio, nel quale l'aspetto stesso della Natura  e sembra diverso dal consueto.
L'India tragica e formidabile sgomenta, ma affascina, l'Asia equatoriale sconcerta, ma seduce. L'Asia gialla d invece all'occidentale un senso strano di ripugnanza, quasi direi d'ostilit, che permane anche quando, col tempo, l'anima subisce l'influenza della sua innegabile raffinatezza.
La prima volta io ebbi l'impressione di essere di fronte ad una umanit decrepita in processo d'auto-assorbimento, una umanit fatta di piccoli esseri saltellanti, pergamenacei o porcellanati, esemplari paradossalmente vivi di una specie gi mummificata.
A lungo andare gli occhi s'abituano ai paesaggi di smalto e di lacca, ai tetti contorti, ai draghi inverosimili, ai piccoli uomini che hanno mosse da marionette, alle loro piccole case che hanno l'aspetto di giocattoli, alla fissit impenetrabile dei loro occhi uniformemente neri che riflettono il vuoto dell'immensit, alla maschera gialla ed impassibile dei loro volti vetrificati. Ma basta che uno s'allontani pochi mesi dall'Estremo Oriente perch al ritorno il primo contatto con l'Asia gialla riproduca la medesima sensazione sgradevole d'un ambiente torbido e viscido, popolato di lombrichi e di vermi a forma umana.
Forse il viaggiatore che cammina col "Baedecker" trovando in ogni citt del mondo il medesimo Palace e gli stessi menus, non prova che una impressione di curiosit di fronte alla gialla famiglia umana dagli occhi obliqui, ma colui che va pel mondo con l'anima a fior di pelle, sensibile a tutti gli urti, si sente a disagio ogni qualvolta una nave lo trasporta improvvisamente da un altro qualsiasi degli ambienti della terra, in uno scenario d'Estremo Oriente.
Ogni cosa in questi paesi turba e disorienta lo spirito europeo.  veramente un altro mondo che non ha nessuna analogia col nostro! L'India, nonostante il suo esoticismo ed il suo grande mistero, ci  pi famigliare. Le forme della sua vita e l'essenza della sua civilt sono accessibili al nostro spirito. Il sogno dell'anima indiana si perde per noi nelle vertigini dell'infinito, ma noi possiamo intuire ed in parte seguire l'estasi portentosa. Dinanzi all'inaccessibile smalto d'un occhio cinese la nostra intelligenza rimbalza, invece, paralizzata nella sua capacit intuitiva da una diga ben pi potente della famosa Muraglia.
I gesti dei gialli sono l'opposto dei nostri. Il loro "s"  il nostro "no". I loro libri finiscono dove i nostri cominciano. Gli stessi movimenti istintivi sono inesorabilmente antitetici.
I templi, le case, i ponti, i giardini, ci stupiscono per le loro forme fantastiche ed i loro colori bizzarri. Di primo acchito li contempliamo con interesse, poi ci accorgiamo che una profonda e misteriosa armonia collega questa architettura eccentrica agli altri aspetti del paese e della razza. Allora proviamo un curioso malessere e ci sentiamo fuori posto. Chiss per quali effetti di luce o di suggestione, i monti stessi, le campagne, i fiumi, il panorama, assumono la paradossale parvenza che hanno nelle lacche e nelle porcellane, nei ventagli e nei "kimono".
Alcune particolarit caratteristiche danno l'impronta all'ambiente, facendone un insieme che  in contrasto con le abitudini del nostro occhio e del nostro pensiero: la linea obliqua, per esempio, l'uso della seta e della carta, il lucido, la gamma gialla, si trovano dappertutto, dove non dovrebbero essere, dove non sono negli altri luoghi, e sconvolgono le nostre abitudini, ci urtano e ci dispiacciono.
Perch quel facchino  in tunica di seta? Perch quella lampada  fatta di carta? Perch i tetti sono incurvati e gli archi sbilenchi? Perch le cime degli edifizi sono fatti come le carene delle navi e le cupole come le chiocciole delle lumache? Perch le foglie sono tutte lucide ed i tronchi tutti verniciati? Perch i vecchi decrepiti hanno un ventaglio da bimba? E gli uomini hanno mani e piedi di donna? E le donne sono fabbricate a serie, tutte col medesimo viso di terracotta o di maiolica? Perch tutto  storto, sghembo, sgangherato, messo di traverso e di sghimbescio?
Quando s'entra nell'Asia gialla per una delle sue grandi porte - Canton e Scianghai - si  tentati d'attribuire l'impressione di disagio fisico e spirituale al formicolo sgradevole della folla che brulica vischiosamente nelle strade troppo strette e troppo gialle.
Ma a Saigon non c' folla.
L'Asia gialla si presenta quasi senza personaggi, in un silenzio pesante ed in una solitudine immobile. Sono le cose che parlano ai sensi ed allo spirito: le cose degli uomini e della natura.
E respingono! Sulla terra rossa come impastata di sangue, gli alberi esageratamente verdi sembrano dipinti con misteriosi inchiostri. I tetti gobbi e cornuti delle case, le porcellane lucenti, le cocche rovesciate delle pagode, la forma inverosimile delle giunche, la colorazione del cielo, i riverberi dell'aria, tutto  strano e sconcertante.
E pare che i polmoni improvvisamente rammolliti, respirino insieme ad un'atmosfera oppiacea e pesante, torbidi fluidi d'indefinibile essenza....

Il piroscafo, dopo aver risalito per ventiquattr'ore il fiume Mekong, fra due rive d'un verde oleoso, che a volte s'avvicinavano fino a dare l'impressione d'un canale ed a volte s'allontanavano fino a perdersi nell'evanescenza, ha gettato l'ancora dinanzi ad una striscia di caseggiati: Saigon.
Saigon non  Singapore e neppure Hongkong. L'arrivo d'una nave  sempre un piccolo avvenimento per la colonia che  fuori delle rotte abituali dei traffici di Estremo Oriente. Europei vestiti di bianco, col casco coloniale, ed indigeni vestiti di nero, con un ombrello senza manico per copricapo, accolgono con un blando sorriso coloro che arrivano. Le banchine piene di sole sono discretamente animate.
Poi, quando i passeggeri sono sbarcati ed il furgone della posta se n' andato col suo carico di sacchi, i moli diventano rapidamente deserti. La nave ha l'aria di appisolarsi pigramente in mezzo alle giunche ed alle barche annamite. Anche l'attivit di bordo cede all'immenso torpore dell'Indocina. Il fogliame immobile e l'acqua morta, danno al paesaggio l'aspetto di uno scenario di cartapesta, dipinto di fresco ed ancora umido di vernice.
Sulle banchine gialle passa ogni tanto un indigeno con la sua ombra: un piccolo uomo, una grande ombra. E l'uno e l'altra non fanno rumore.
Io ho aspettato che la nave s'addormentasse, che i moli fossero deserti, che tutto s'adagiasse nel grande sonno della Cocincina, per scendere solo in citt e rivedere cos, dopo sedici anni, la mia prima amante di Estremo Oriente.
Il Palazzo del Governo in via Lagrandire e quello della Posta in piazza della Cattedrale non hanno cambiato posto. Sono sempre imponenti e ridicoli con le loro vasche copiate a Versailles ed i loro giardini squadrati alla francese. Le corolle di porcellana rossa degli spettacolosi ibischi d'Indocina sono fuori posto fra gli scherzi d'acqua ed i bossi rotondi, come vezzi di pagoda su una toeletta stile impero. Anche il Gambetta di bronzo ha conservato la sua pelliccia da esploratore del Polo Nord che fa sudare solo a guardarla.
Chi  abituato all'intensa animazione delle metropoli coloniali britanniche, resta sorpreso dalla tranquillit provinciale di Saigon, che pure  la capitale d'un vasto impero d'oltre mare. I francesi hanno cercato di dare alla citt un aspetto monumentale. Il Palazzo di Citt, il Palazzo di Giustizia, gli ospedali, le caserme, la Residenza del Governatore, le Dogane e gli edifizi delle Amministrazioni pubbliche, sono costruiti con pompa di materiali e di decorazoni. Il teatro dell'Opera  costato prima della guerra cinque milioni. Il Palazzo del Governo, con due ordini di loggiati ed il tetto d'ardesia alla francese, vuole ostentatamente imitare la maest del Louvre. Larghe le strade, regolari e spaziose, ben tenuti i giardini, linde e civettuole le abitazioni private. I fanali del gas ed i globi della luce elettrica indicano che il Municipio ha pretese di lusso e d'eleganza.
Saigon  bella, non si pu dire di no, ma Saigon  morta!
I seimila francesi scompaiono nelle strade troppo larghe. I diciassette mila annamiti sono troppo piccoli per occupare tanto posto. Il grosso della popolazione indigena (50.000 cinesi ed 80.000 annamiti) preferisce le topaie della vicina Cholon ai quartieri simmetrici della capitale.
Appena si lascia la rue Catinat, che  come il corso di Saigon, le strade diventano subito deserte. I grandi alberi allineati lungo i marciapiedi lasciano un corridoio di sole in mezzo a due gallerie d'ombra. Dietro i cancelli, i giardini sonnecchiano colle loro foglie di smalto ed i loro fiori di porcellana. Le case, tutte bianche, con le persiane verdi uniformemente chiuse, fanno pensare ad eleganti dormitori d'un popolo in letargo od a fumerie clandestine nelle quali si viva perennemente sdraiati a sognare...
Sono le due del pomeriggio.  l'ora terribile di Saigon, nella quale gli uffici sono chiusi, i caff deserti, le strade silenziose, l'ora della siesta tirannica d'Indocina che sfibra i corpi ed intorpidisce gli spiriti, che invita gli uomini d'Occidente a chiedere alle pipe d'oppio la beatitudine filosofica dell'Estremo Oriente, l'ora dei lunghi abbandoni, delle estasi artificiali, delle anemie inesorabili.... ma  anche l'ora in cui si sprigiona con maggiore potenza, dalla terra e dalle cose, la infinita mala di questa citt meticcia, mezzo parigina e mezzo cinese, mezzo annamita e mezzo indiana: citt orientale unica nel suo genere, che, accanto al fac-simile coloniale del Louvre, ad una riduzione dell'Opera di Parigi ed alle succursali dei caff dei "boulevards", v'offre la fumeria d'oppio di Cin-Yat-Sen, la casa di t della "conghai" Ti-bh, il teatro annamita colle danze di Nam-ki, i suburbi di Scianghai e le suburre di Nagasaki.
La melanconica esibizione dei piaceri d'Occidente s'unisce alla indulgente tolleranza delle delizie d'Oriente. Pare che le genti abbiano voluto creare nell'artificiale scenario dei palazzoni europei e dei giardini tropicali, un artificiale Paradiso terrestre con tutte le illusioni di Montmartre e di Pekino.
Accanto ad un negozio ultra moderno che espone, sotto la dicitura parigina "chez Marcelle", una vaporosa "robe de soir", un mercante "malabar" allinea tutti gli idoli dell'India, un rivendugliolo cinese affastella paraventi di carta e trabiccoli di lacca dipinta, un povero annamita mette in vendita terrecotte azzurre e pipe di bamb.
I "coloniali" sono furibondi contro Claude Farrre che ha dipinto con straordinario verismo la torbida atmosfera di Saigon; ma i "coloniali" che si estasiano di fronte alla brutta facciata dell'Htel de Ville, non si accorgono che Saigon, colla sua quiete provinciale e coi suoi belletti d'Estremo Oriente, d appunto al viaggiatore l'impressione d'una donna viziosa e malata, la quale nasconda sotto la cipria ed il carminio gli scempi d'una invincibile clorosi.
Il fascino di Saigon sta appunto in questo suo essere e non essere: tutto ci che  francese  nostalgia, tutto ci che  Estremo Oriente  malattia. Un angolo parla violentemente della Francia, un altro  Asia profonda. La vita stessa dei coloni non  n europea n orientale. Fra bianchi ed indigeni non v' la rigida separazione delle colonie britanniche, non v' neppure la fusione delle razze.  una mescolanza senza simpatie e senza rinunzie, fatta pi che altro di abbandoni. L'indigeno facoltoso  quasi parificato al francese, il povero boy  meno d'un animale domestico. Il primo ostenta uno "chauffeur" ed una "mantenuta" di Francia, il secondo non si perita di alzare gli occhi sulla sua padrona, I "menages" misti sono altrettanto numerosi dei regolari. Ogni colono celibe convive con una "conghai" annamita. I meticci non sono europei e non sono asiatici. Le due civilt se li palleggiano un po', poi l'asiatica, pi forte, se li riassorbe nel suo vortice millenario.
Mentre nelle colonie britanniche l'Occidente lotta brutalmente contro le resistenze millenarie dell'Asia contemplativa e beata, a Saigon pare che le due forze si neutralizzino in un punto morto. E l'impressione che predomina  quella dell'acqua stagnante.
Le strade piene di sole sono cariche di sonnolenza. Dormono le case e gli alberi. La vita cittadina  schiacciata sotto il peso dell'implacabile canicola indo-cinese. Nel cielo d'un azzurro immacolato il sole fiammeggia rabbiosamente. Dalla terra tropicale sale un profumo voluttuoso e malsano: odore di fiori, di acquitrini, di putredine millenaria, che viene dalla campagna circostante, dalle risaie, dalle acque morte del Mekong, dalle topaie del Cholon, dalle vaghe profondit del vecchio Annam...
L'Oriente adopera contro i conquistatori le sue droghe misteriose ed i suoi veleni sottili. Pare che gli indigeni lo sappiano ed aspettino il lento lavorio dei secoli.

Conosco un angolo del porto di Saigon dove sedici anni fa s'allineavano i "sampan" e le giunche. Avevo allora l'abitudine, sul tramonto, di chiedere ospitalit ad un piccolo caff annamita.
Dopo sedici anni ho ritrovato il medesimo angolo quasi immutato: una linea di alberi verde-lucido verniciato di fresco, la stamberga annamita col tetto di porcellana gialla, le giunche cinesi, una accanto all'altra, coi draghi terribili sulle prue dorate, i "sampan" indigeni colle vele floscie e le tettoie di paglia; in distanza un mozzicone di pagoda su uno sfondo di cielo color zafferano.
Pare che nulla si sia mosso durante questi sedici anni, che le giunche ed i "sampan" non abbiano mai abbandonato la sponda tranquilla del fiume, che solo ieri io abbia vuotato l'ultima tazza di "scium-scium"!
Il tramonto incipria di terra di Siena e di polvere di zolfo l'azzurro delicato degli orizzonti di Cocincina. I "gong" delle pagode chiamano i piccoli uomini gialli dinanzi ai Buddha sorridenti. Sulla soglia della stamberga una donna dell'Annam intreccia una stuoia di paglia.
Lenta lenta, s'avanza sull'acqua immobile, una fila di giunche.
Giunche di Cholon, cariche di riso e di bamb, che hanno viaggiato settimane e settimane sul corso del Mekong in mezzo al verde lucente dei banani. E non hanno fretta di giungere a riva. Sembrano enormi cicale esitanti.
Giunche dell'Annam, col drago d'oro sulla grande prua ricurva e gli occhi di pavone dipinti a fior d'acqua.
Per festeggiare l'arrivo hanno pavesato il sartiame di orifiammi gialli, verdi, rossi, di palloncini di carta colorata, di bandiere e labari simbolici che per noi non hanno significato, ma che parlano alle genti dell'Annam un linguaggio secolare di tradizioni e di leggende. Sulle vele indescrivibili, rattoppate fino all'inverosimile, listate di bamb, sono scritte in caratteri "mandarini" frasi misteriose, germogliate nei millennii, che hanno la propriet di rendere propizi i venti e le cateratte. Le giunche avanzano placidamente, dolcemente, insetti obesi che non hanno fretta. Bench la riva sia tutta ingombra di imbarcazioni troveranno anch'esse il loro posticino, senza urla, senza urti, senza litigi.
Intanto sui "sampan" s'accendono i fuocherelli della cena. Intere famiglie vivono per due o tre generazioni sul guscio decrepito e rabberciato che  la loro casa ed il loro patrimonio. Per le genti del fiume Saigon ed il mondo non esistono. Il "sampan"  tutto. Uomini, donne e ragazzi, si raccolgono intorno ai vassoi fumanti del riso. Sono gli stessi quadretti, i medesimi gesti e colori di sedici anni fa.
La Saigon burocratica costruisce nuovi palazzi e nuove ferrovie. A Cholon gli intraprendenti cinesi decuplicano i loro figli e le loro fortune preparando l'avvenire. Il piccolo Annamita del Mekong si disinteressa di tutto ci che lo circonda, resta fedele alla sua barca centenaria, agli usi ed agli alimenti degli Antenati. L'oppio gli permette di dominare le vicende dall'alto d'una filosofia paradossale. I suoi bisogni ed i suoi desiderii si limitano ad un pugno di riso e ad una pezzuola di seta. A tutto il resto pensa l'oppio che quotidianamente distribuisce ai suoi sudditi, con inesauribile magnificenza, tutte le ricchezze del creato e lutti i capricci della fantasia.
Fra il tormento dei padri indiani che continuamente sondano l'infinito, e la febbrile attivit dei padri cinesi che perennemente inseguono il barbaglio dell'oro, la piccola anima indo-cinese ha trovato un atomo di felicit nella rinunzia alle angoscie degli uni ed alle avidit degli altri.

Vi parler un'altra volta dell'Indocina francese, del programma Sarraut, dell'operosit cinese, degli appetiti nipponici, degli intrighi russi, del partito giovane-annamita, dei comignoli che fumano a Cholon, dei Consigli Municipali misti che educano gli indigeni al suffragio universale, degli "immortali principii" dell'89 applicati alle leggi dell'Annam....
Lasciate che stasera io riviva dinanzi alle giunche d'oro ed ai "sampan" centenarii il mio primo amore con l'Estremo Oriente.
Qui ho imparato tante cose, anche a voler bene ai francesi, i quali sono abbastanza simpatici e molto latini quando si convincono che Parigi non  il principio e la fine del mondo. Nella "brousse" dell'alto Camboge ho visto i soldati della Marne e di Verdun morire alla garibaldina per la patria lontana, come morivano quelli di Vittorio Veneto in Abissinia e in Libia. Avevano il medesimo coraggio e la stessa gentilezza. Ed ho sentito come la fratellanza latina non sia una semplice finzione rettorica, ma una bella realt che gli uomini si sforzano di sepellire nel "bled" tunisino e nei vicoletti di Tangeri!
La sera mi sorprende sotto gli alberi verde-lucido in mezzo ai ricordi.
Come allora, anche ora i "sampan" accendono a prua il fanale rosso imposto dal regolamento. I "barbari" hanno voluto che fosse rosso e gli annamiti li hanno accontentati, bench da mille e mille anni tutte le luci dei fiumi, dei laghi e degli stagni siano sempre state gialle secondo le prescrizioni del Saggio dei Saggi, l'imperatore Hoang-ti.
I lampioni di carta dondolanti in cima ad un'asta illuminano gli innocenti segreti delle alcove asiatiche che non hanno soggezione della luce.
Sulle stuoie patriarcali l'amore degli uomini di pergamena con le donne di porcellana non ha altri testimoni che le stelle ed i miei occhi indiscreti d'occidentale. Il giallo non s'occupa mai delle gioie e dei dolori del suo vicino.
L'oppio - balsamo insostituibile di tutte le miserie asiatiche - empie le giunche rabberciate ed i "sampan" decrepiti di fantasmi imperiali e di divinit compiacenti. Il Mekong trattiene i brividi dell'acqua per non disturbare i sognatori.
Sulla terza giunca un vecchio d'avorio lucido, fuma con solennit sacerdotale. La luce del lampione rosso lo investe in pieno e lo inquadra nella penombra, emblema vivente della sua razza raffinatissima, frolla e bastarda, nella quale agonizzano simultaneamente l'India e la Cina.
In lui e nei suoi fratelli di Cocincina si estingue, per povert di sangue, il grande tentativo fatto dall'umanit nell'oscuro travaglio dei secoli di fondere l'Asia indiana e l'Asia gialla, gettando un ponte su uno dei massimi abissi dell'avvenire.




Il "Pericolo giallo"

SAIGON, 4 maggio.

Due strade allacciano Saigon a Cholon. Mezz'ora di carrozza e tre quarti d'ora di "pus-pus" sono sufficienti per essere trasportati in piena Cina. Il nostro veicolo tirato dall'uomo-cavallo ha scelto la Via Bassa che corre parallela al "canale cinese".
Rasentiamo l'acqua. Centinaia d'imbarcazioni scivolano nei due sensi sul canale giallastro, fiammeggiante di sole. Sono giunche, "maone", zattere, gondole d'Estremo Oriente, "sampan" dell'Annam, barconi fantastici colle prue a testa di drago, coi tetti a pagoda, cogli altarini degli antenati sui ponti di comando, le vele istoriate, le carene dipinte a soggetti mitologici, lampioni di carta e di seta dondolanti un po' dappertutto, bandiere ed oriflammi multicolori in cima agli alberi ed i pennoni, labari giallo-oro di Compagnie e di "Congregazioni" issati a bompresso, come pavesi di battaglia, strani tabernacoli incassati nelle murate di babordo con piccoli Buddha dagli occhi di cristallo, casseri argentati, parasoli, baldacchini, tende, stracci, flabelli, una frenesa di fregi, di maschere, di pupazzi e di colori.
Sembra d'assistere ad una fantasia mezzo giapponese, mezzo veneziana, per la ricostruzione cinematografica d'una ambasceria di Marco Polo agli imperatori del Sol Levante!  invece una giornata di lavoro, una delle solite giornate di navigazione del canale di Cho-lon che si susseguono sempre eguali da cento e cento anni.
Certe giunche arrivano dalle profondit dell'Armarli, fino dall'alto Camboge. Hanno viaggiato settimane e settimane nei canali mllenarii, in mezzo alla verde immensit delle campagne di Cocincina punteggiate di pagode...
Certi convogli di "sampan" carichi di bamb sono partiti dalle foreste acquitrinose del Laos, hanno seguito per pi di mille chilometri i gironzolamenti del Mekong, attraverso le savane del Peu-hong abitate da gente quasi selvaggia, hanno navigato senza fretta secondo il capriccio del vento ed i ghiribizzi dei canali, facendo il cabotaggio di fattoria in fattoria, incettando il miele di papavero, fermandosi ogni sera in piena campagna per la sosta notturna fino all'alba. Si sono aiutati un po' col vento un po' con le correnti, qualche volta sono andati avanti puntando i remi contro i cespugli. Lumaconi di terra e d'acqua dolce, non temono la concorrenza dei vapori e della ferrova, perch i "cavalli di fuoco" dei "barbari d'Occidente" non possono seguire le loro rotte pazienti e secolari...
Altri barconi vengono dalla parte opposta, dal Grande Lago, lungo il To-l tappezzato di fiori di loto, nelle cui acque incantate si specchiano i ruderi imperiali delle antiche magnificenze "kmer". Provenienti da angoli diversi si sono incontrati a Pnom-Pen dinanzi alle "grandi pagode", hanno fatto sosta un giorno ed una notte secondo l'uso che si tramanda da tempo immemorabile per dar tempo ai marinai di fumare il miele nero e di parlare con le donne, poi hanno ripreso il loro vagabondaggio pei canali verso Cholon.
E vi sono anche grosse giunche che vengono di pi lontano ancora, da Canton, da Scianghai, da Fu-ceu, perfino da Giava e da Formosa, che hanno sfidato, col loro fragile legname dorato, le collere dei mari di Cina protette dal pavone sacro che erge il suo ciuffo in cima alle prue e spiega le ali magnifiche lungo le cocche multicolori.
Ogni tanto un rimorchio a vapore turba coi suoi rigurgiti di tubercoloso ed i suoi vomiti brutali di pece nera, la navigazione millenaria dei draghi d'oro e delle farfalle gialle. Pu sbuffare e rombare quanto vuole l'impaziente rimorchio! I draghi non hanno fretta e non si scostano d'un centimetro per lasciarlo passare.
Zattere e barche cariche di mercanzie fino all'inconcepibile. Le casse sporgono fuori dei bordi e s'innalzano a piramide con un miracolo permanente di equilibrio. I sacchi vengono su dalle sentine accatastati a parallelepipedo come le fiancate d'una fortezza, poi incomincia il regno senza limite dei bamb leggerissimi che sono ammonticchiati a covoni uno sull'altro a formare torri e castelli.
In cima alle mercanzie sono istallati i piccoli equipaggi coi parasoli, le pipe ed i ventagli, fantastici quadretti d'Estremo Oriente che paiono staccati da una vecchia lacca o da una antica porcellana.
La strada lungo il canale  gialla di polvere, picchiettata di sangue dalle innumerevoli espettorazioni dei masticatori betel fiancheggiata di palme pompose e di bamb giganti che riflettono la loro ombra sulle giunche ed i "sampan" in cammino.
Dal canale maggiore si staccano con frequenza altri corsi d'acqua che zig-zagano coi loro nastri d'oro attraverso i campi verde-lucido degli arachidi e delle banane. Pi indietro fiammeggiano a perdita d'occhio i cristalli sterminati delle risaie. Qua e l una casetta sparge in mezzo agli alberi un tetto di porcellana rossa a corna di daino od una veranda di porcellana gialla a testa di lumaca.
Un brutto tram a vapore, quattro vetture cariche di marionette dietro una motrice preistorica, ricorda a chi lo dimenticasse, che non siamo nel cuore della Cina ma a pochi minuti dalla capitale d'un impero coloniale europeo.
Quando l'uomo cavallo  all'altezza del tram accelera la corsa per sorpassare il traballante scatolone di ferro dipinto. E se i "pus-pus" sono diversi si aizzano l'un l'altro urlando "ih! ih!". Il casotto del dazio  la staffetta di Cholon.
Saigon  la residenza della burocrazia coloniale francese, Cholon, il centro della vita economica della Cocincina.
A Saigon vi sono grandi strade, bei caff, cinematografi, teatri d'opera e di variet, alberghi, case di t e di altre esibizioni esotiche. Francesi ed annamiti si suddividono il pacfico possesso della capitale. A Cholon vi sono grandi Banche, giganteschi emporii, depositi, magazzini generali, fabbriche, opifici, mercati, cantieri, distillerie, e tutto  cinese dal capitale alla mano d'opera, dai direttori ai facchini.
Duecentomila "celesti" sono a Cholon. Tutto il commercio interno e tre quarti del commercio estero dell'Indocina sono nelle loro mani. Mentre gli annamiti passano la vita a sorridere ed a fumare l'oppio, mentre i coloni francesi hanno gli occhi rivolti verso il mare aspettando col desiderio il piroscafo che li ricondurr in patria a fortuna fatta od a carriera finita, i cinesi pensano a consolidare sempre pi il loro predominio. Sono i cinesi che prestano denaro agli agricoltori annamiti e comprano i loro raccolti; sono i cinesi che incettano il riso, lo mondano, lo brillano, lo vendono sul mercato interno e lo esportano in Europa. Ogni settimana diecimila giunche, tutte di propriet cinese, scaricano sulle banchine di Choton le ricchezze della Cocincina e dell'Annam.
Per ora i francesi non sono stati capaci ne di sostituirsi ai cinesi n di svegliare gli annamiti. In realt i veri padroni della Cocincina sono i cinesi, che gi monopolizzano la vita economica e finanziaria del paese e crescono continuamente di numero, ipotecando anche l'avvenire politico.
Un francese mi ha riassunto la situazione con una frase espressiva: "L'Indochine est une colonie chinoise avec une administration francaise!".  perfettamente esatto.
Del resto i cinesi considerano la Cocincina, il Tonkino, il Camboge e l'Annam alla stessa stregua del Laos, e dello Yu-nam, come appendici naturali della Repubblica Celeste. La loro infiltrazione  antichissima. Al tempo della conquista i francesi trovarono nella bassa Cocincina porti, moli, canali, strade, tutto gi costruito dai cinesi. La via commerciale che allaccia il Camboge a Saigon passando per Mintho, fu costruita dai mercanti di Cholon nel 1800. I cinesi come non si interessavano durante il regno dei monarchi annamiti, del regime politico del paese, occupandosi esclusivamente dei loro traffici, cos dopo l'occupazione francese hanno continuato a vendere e comperare senza immischiarsi nei rapporti fra conquistatori ed indigeni. Hanno semplicemente approfittato della maggiore tranquillit per intensificare i loro commerci.
Dalla bassa Cocincina sono risaliti per via d'acqua nel Tonkino, dove sono gi pi di 50.000, con una colonia di diecimila anime nella sola Haifong. Secondo le statistiche del governo coloniale i cinesi sarebbero 300.000 in Cocincina e 100.000 i "mihn-huong" o cinesi meticci, ma i funzionari stessi riconoscono che si tratta di cifre molto inferiori alla realt, perch i cinesi si sottraggono con mille raggiri al censimento per eludere il fisco e le leggi proibitive d'immigrazione.
Per avere una idea della loro importanza economica, basti dire che la base dell'alimentazione indigena  il riso. L'annamita non coltiva che riso e non mangia che riso. Ebbene, i nove decimi del commercio del riso sono in mano dei cinesi. Tutti gli altri prodotti della colonia: il grano, la coprha, la colla di pesce, il legno di tek, sono per otto decimi sotto il controllo cinese. Le industrie locali sono per quattro quinti cinesi. Il credito agricolo  esercitato quasi esclusivamente da Banche cinesi contro le quali gli Istituti francesi non possono lottare, perch le Banche cinesi hanno in ogni villaggio il loro bravo rappresentante che lavora senza bisogno di grandi n di piccoli uffici. Gli bastano un buchetto, una placca di legno dorato col nome della Banca ed un modesto "sampan" col quale, all'epoca delle semine e dei raccolti, batte le campagne sgusciando entro i pi piccoli canali ed arrivando dappertutto.
I contratti sono preparati a Cholon da causidici cinesi, i quali sono maestri nell'abbindolare il coltivatore annamita a filo di rasoio del Codice francese. Alla fine i tribunali francesi sono obbligati, per applicare la legge, a spodestare i poveri annamiti a benefizio dei cinesi che pian piano diventano padroni della terra.
Oltre alle loro doti caratteristiche d'operosit, tenacia, parsimonia, finezza, spirito d'iniziativa, i cinesi sono favoriti, in questa lenta conquista della Cocincina dalla formidabile organizzazione delle loro "congregazioni" che fanno capo alle "congregazioni maggiori" della madre patria, specialmente di Canton, di Fu-kien, di Trie-han, di Hu, di Has-kas.
Tutti i tentativi fatti, per esempio, dal governo coloniale francese per estendere ai cinesi l'obbligo del servizio militare come per gli annamiti, sono sistematicamente falliti di fronte alla resistenza passiva dell'intera massa cinese, la quale obbedisce militarmente agli ordini dei Capi delle "congregazioni". Il governo della colonia ha finito col venire a patti con le onnipotenti "congregazioni". Esse garantiscono l'ordine pubblico nei centri abitati dai cinesi e pagano anticipatamente tutte le tasse della collettivit.
Ogni congregazione ha la sua gerarchia elettiva. La disobbedienza ai Capi  punita implacabilmente secondo leggi millenarie e la Polizia francese  impotente ad impedire il corso inesorabile della giustizia interna cinese. I "celesti" liquidano le loro faccende senza fare mai appello alla polizia francese, la quale si limita a mantenere, pro forma, qualche agente nei crocicchi pi importanti di Cholon.
Il cosidetto "pericolo giallo" che gi colpisce il viaggiatore a Giava, a Singapore, negli "Straits Settlements" e nelle colonie europee dell'arcipelago, si presenta sotto forma ancor pi minacciosa nei possedimenti francesi d'Estremo Oriente. I cinesi aumentano continuamente di numero in colonia, grazie ad una prolificit che non ha confronti neppure in quella siciliana o giapponese, ed a continue infiltrazioni che eludono qualsiasi divieto. In teoria l'immigrazione  proibita, in pratica com' possibile sorvegliare le incerte e sterminate frontiere del Siam, dell'alto Laos, dello Yu-nam, del Tonkino, i mille e mille canali, le foreste acquitrinose senza vie regolari di comunicazione, le innumerevoli diramazioni del Fiume Rosso, del Fiume Giallo, del Fiume Nero, i viottoli trimillenari delle montagne, non indicati in nessuna carta topografica, ma battuti da una immigrazione che ha le sue radici nei secoli?
I cinesi vivono appartati, formando una massa compatta ed omogenea che si mantiene fedele agli usi ed allo spirito della madre patria, che non si lascia assorbire n dai conquistatori occidentali n dagli indigeni, che anzi assorbe con facilit questi ultimi nella grande famiglia meticcia dei "mihn-huong", la quale  fatalmente destinata a diventare cinese dopo due o tre generazioni. Per ora le cose corrono liscie perch la Cina  in letargo, ma il giorno in cui l'immensa Repubblica seguisse l'esempio del Giappone - al quale sono bastati cinquant'annii per diventare uno Stato moderno - le colonie cinesi dell'Indocina costituirebbero senza dubbio una brutta ipoteca pel dominio coloniale francese d'Estremo Oriente.
E non si tratta d'una organizzazione artificiale a fine politico, ma di qualche cosa di peggio: d'una organizzazione, cio, tradizionale e spontanea che fa parte della medesima mentalit cinese, che esercita la sua influenza sullo spirito delle genti, facendo d'ogni "congregazione" un esercito che obbedisce ciecamente per istinto al suo Capo. Un giorno baster che Pekino o Canton impartiscano un ordine a cento Capi per mettere in moto i cento eserciti di Saigon, di Singapore, di Giava, di Haifong, di Hanoi, di Hu, di Calcutta, di Madras, ecc.
A Saigon  sorto un partito Giovane-annamita di paternit francese e di filiazione democratico-massonica, il quale si propone di svegliare gli indigeni dalla loro secolare sonnolenza per farne una forza locale, capace domani di combattere i cinesi sul terreno economico e politico. Ogni tanto la "Tribune Indigne" o l'"Opinion" di Saigon pubblicano un roboante articolo a firma annamita contro "l'invasione cinese", facendo appello alle tradizioni puramente annamite di Giao-ki e degli avi guerrieri, ma sono articoli di giornali che nascono e muoiono a Saigon!
La realt  che gli annamiti non s preoccupano neppure alla lontana del "pericolo giallo". Anzitutto sono gialli anch'essi, poi sono abituati da secoli ad avere gli "zii" tra i piedi. Lo "zio" fa parte del paesaggio.  lui che impresta il denaro, che s'incarica di preparare e vendere il riso, magari bello che cotto, che fornisce i vestimenti, le stoviglie, l'oppio, la luce, i combustibili, i mezzi di trasporto, tutto!
L'annamita  per temperamento pigro, indolente, dolce, filosofo. Non domanda che di vivere in pace, con un po' di riso ed un po' di oppio.  felice nella sua somma infelicit. La "Tribune Indigne" e l'"Opinion" predicano al vento.
D'altra parte i francesi stessi non possono fare a meno dei capitali cinesi, dell'attivit cinese, dell'abilit cinese, perch dovrebbero sostituire i treccntomila celesti con altrettanti francesi! E dove li pigliano?
Un vecchio colono col quale parlavo ieri, mi diceva francamente: "I cinesi, dopo aver monopolizzato i commerci della colonia, si stanno impadronendo della propriet immobiliare. Cholon  ormai interamente cinese e noi siamo ridotti alle funzioni di sindaco e di gendarme. Saigon sta diventando cinese. In due anni i cinesi hanno riscattato per trenta milioni di immobili. A Caman, porto destinato ad un grande avvenire, tutti i terreni sono gi propriet dei cinesi. Cos tutti i terreni che costeggiano il canale Saigon-Cholon appartengono a capitalisti cinesi. Cinese  il mercato di Saigon, cinese  il Monte di Piet, cinesi i fornitori delle Amministrazioni Pubbliche, cinesi i grandi distillatori di alcool, le Compagnie di Assicurazione e quelle di trasporto, i depositi di carbone e di petrolio, i grandi "garages", perfino i depositari della Regia dell'oppio. La mano cinese agguanta tutto. La concorrenza cinese ammazza tutti. Un giorno a noi francesi non rester che imbarcarci o prendere la... nazionalit di Cin-cin!".

La sudicia Cholon di venti anni fa ha fatto toeletta. In omaggio alle sue condizioni di nuova ricca ha ceduto agli ingegneri una dozzina delle sue straducole centrali perch ne facessero due vie moderne con belle case e filari d'alberi. Chi ha visitato Cholon nel 1900 od anche solo nel 1910, non la riconosce pi: s' lavata, pettinata, agghindata, messa in fronzoli. Solo profumarsi non ha potuto ed ha conservato il suo caratteristico sentore di topaia cinese, il grande odore di Canton, qualche cosa d'estremamente vago fra il sandalo, l'oppio, l'olio di ricino ed un esercito di piedi sporchi.
Nelle nuove arterie i palazzi sono costruiti all'europea, ma le insegne delle Banche, degli uffici e dei negozi sono rimaste cinesi: tavolette verticali a caratteri d'oro su fondo nero, come assi non ancora inchiodati di feretri principeschi. Dinanzi alle botteghe, accanto ai globi della luce elettrica, continuano a dondolarsi i vecchi lampioni di carta col nome del proprietario. Le finestre aperte lasciano intravedere mobili di lacca, paraventi di seta, bonzi vestiti di raso alle scrivanie. La macchina da scrivere non ha bandito l'altarino degli antenati. E per le strade formicola la folla minuta di Canton, in pigiama nero di stoffa lucida, colle teste nude e rasate, sulle quali  ancora visibile il dischetto pi folto dove prima penzolava il codino soppresso dalla Repubblica.
Fra le costruzioni pi sontuose troneggiano la villa del miliardario Tai-Maien che  la copia esatta del palazzo del Governatore di Saigon e la sede della Banca San-Son-An, che  il fac-simile della Residenza della Zecca. Simboli forse di condominio?
Appena si lasciano per le strade principali e ci si interna nel labirinto delle traverse, ricompare la vecchia citt cinese che ha conservato immutato il suo aspetto di lercia e dorata suburra.
Le strade si rimpiccioliscono, si contorcono, s'intrecciano, perdono ogni apparenza di regolarit, seguono i capricci delle costruzioni caotiche, muoiono in un cortile, risuscitano al di l d'un muro, finiscono col diventare semplici corridoi in una farragine di stamberghe e di casupole. A mano a mano che uno si addentra nelle viscere di Cholon ha l'impressione che la citt si trasformi in un gigantesco retrobottega nel quale una fantastica metropoli ammassi i suoi stracci, le sue catapecchie, le spazzature dei carnevali e delle esposizioni, tutti i rifiuti d'una vita grassa e fastosa. Oro e letame sono l'impasto fondamentale della vecchia Cholon.
I pi caratteristici sono i quartieri della crapula e dei godimenti ai quali il cinese del centro chiede un'ora al giorno dopo il duro lavoro del giorno. Le case sono affastellate, pigiate, quasi si direbbe accavallate. Strade ed abitazioni sono curiosamente collegate fra loro da un sistema indescrivibile di sottopassaggi che risolvono i pi difficili problemi della circolazione violando ogni diritto del domicilio privato. Non  raro il caso di passare attraverso una camera da letto per accorciare la distanza fra un vicolo ed un altro.
Certe bicocche dall'apparenza miserabile nascondono, nelle loro interminabili cantine, sontuosi luoghi d'orgia e di delizie. Nessun controllo di polizia  possibile in questi alveari tutto buchi e gallerie. Quando  indispensabile sanare un quartiere l'unico rimedio  il piccone.
Nonostanze la presenza onorifica di qualche agente annamita, non  consigliabile ad un europeo d'avventurarsi, solo, di notte nei quartieri eccentrici di Cholon. Pu non capitargli niente, come pu capitargli di scomparire dalla circolazione senza lasciare traccia. Nessun pericolo invece per chi  in compagnia di cinesi. Allora tutte le porte sono aperte senza l'istintiva diffidenza delle citt mussulmane. Cholon non ha soggezione dei suoi segreti. Ogni cosa  a disposizione di chi paga senza distinzioni di razza o di religione: taverne, lupanari, case di giuoco, ristoranti notturni, teatri, "dancings" d'Estremo Oriente, fumerie d'oppio, scannatoi pubblici, gli spettacoli pi imbecilli ed i vizi pi mostruosi, droghe, depravazioni, orgie, turlupinature, pazzie. Il cinese s'infischia del giudizio straniero. Chi non  contento non ha che fare a meno di disturbarsi! La moralit gialla  di manica larga e la sua filosofia ancora di pi. In teoria nulla  proibito pei gialli e la pratica corrisponde alla teoria.
Alla febbre diuturna degli affari succede la febbre notturna dei piaceri. Ricchi e poveri cercano il godimento dove meglio loro aggrada. L'unico limite  imposto dal portafoglio. E gli intraprendenti mercanti di delizie fanno miracoli per contentare tutti i gusti.
Il cinese che durante il giorno sembra cos freddo, cos flemmatico, cos lontano da ogni cosa, tutto preoccupato del suo commercio, quasi ipnotizzato dall'avidit del guadagno, si rivela, a chi pu osservarlo di notte nei suoi luoghi di bagordi, un gaudente sfrenato. Milionari e facchini spendono con larghezza. Il cinese sa arricchirsi e sa rovinarsi. Le tavole dorate del "ba-cn" divorano, ogni notte a Cholon grosse fortune, ma il suicidio per dissesti finanziari  ignoto ai cinesi. Non v' differenza tra il facchino che diventa milionario ed il milionario che finisce facchino. Per l'uno e per l'altro restano aperte le porte dell'avvenire. Nel frattempo l'oppio offre a tutti la risorsa d'una vita effimera, nella quale ogni desiderio dei sensi e dello spirito pu essere appagato con pochi centesimi.
Cholon ha quindi due faccie, quella del giorno e quella della notte: "Piccadilly Street" e "Montmartre". Le due popolazioni sembrano diverse, mentre sono la stessa cosa. I clienti delle taverne, dei lupanari e delle fumerie che spingono l'orgia fino ai confini della bestialit o della demenza, sono i medesimi placidi mercanti che di giorno contrattano gravemente i "pad-dy" di riso, i medesimi ingegnosi operai che lavorano magnificamente nelle officine tutti i metalli.
Il quartiere della seta, il quartiere delle porcellane, quello delle lacche, quello dei bronzi, dei mobili, dei vetri, della carta, delle curiosit, delle macchine utensli, provano le singolari attitudini della razza a tutti i lavori manuali ed artistici. I "doks", i cantieri, l'arsenale delle giunche, i bacini di calafataggio, i mulini, gli opifici di decorticazione e di brillatura, le segherie moderne, dimostrano la capacit delle maestranze gialle ad eseguire perfettamente qualsiasi lavorazione europea dopo un breve tirocinio.
L'esempio di quello che ha saputo fare il Giappone obbliga a pensare. Fra un cinese ed un giapponese qualunque europeo pratico dell'Estremo Oriente vi dir, senza esitazione, che il primo  infinitamente superiore al secondo come operaio, come mercante, come contadino, come uomo d'affari, come piccolo artigiano e come grande banchiere. Ai cinesi manca solo una classe dirigente. E sono quattrocento milioni!
Chiedevo ieri al direttore della Banca San-Son-An, un cinese, naturalmente, quando la Cina si decider ad imitare il Giappone.
Eravamo fermi dinanzi ad una profumeria francese della rue Catinat, nella quale erano elegantemente esposti boccette e barattoli delle pi rinomate Case di Parigi. Il giallo, fissandomi coi suoi occhietti di smalto, scelse un barattolo.
- Permettez-moi de vous offrir avec la rponse, un flacon de mon parfum, prfr".
Sulla bottiglietta di cristallo smerigliato, sotto il nome di un grande profumiere e proprietario di giornali parigini, erano scritte tre parole: "un jour viendra!".
Il titolo d'un profumo alla moda... il titolo d'un grosso capitolo della storia futura del mondo...




Fumerie d'oppio

CHOLON, 8 maggio.

Una via scura e stretta, a destra ed a sinistra una fila di lampioni gialli di carta che quasi non fanno luce:  la Tao-ming, strada delle fumerie.
Ogni lampione  un invito a sognare.
Ombre escono, ombre entrano, in un silenzio di cimitero. L'odore potente della droga  sospeso nell'aria.
La nostra guida - un ricco mercante di riso di Cholon che si  abituato al wisky ed allo champagne senza rinunciare alle pipe degli antenati - ci spiega i misteri del suburbio.
- Questa  la fumeria di Kon-hop frequentata dai funzionari della Residenza. Questa  la casa di Fai-ts, preferita dagli ufficiali di marina, con belle geishe del Giappone e pessimo oppio di Birmania. Quello  il club dei mercanti di riso, il Fuc-Kiu, ermeticamente chiuso agli europei. Accanto  il circolo Ki-ju-jum, mezzo fumeria e mezzo casa di giuoco, nel quale si giuocano sfrenatamente al "bacn" grosse fortune. La terza porta, col lampione dorato,  uu locale annamita che ha fra i suoi clienti le due principesse imperiali del Tonkino. Noi andiamo all'ultimo che  di tutti il pi sontuoso, il club del Kong-u-siu-Chiu (circolo del piccolo passatempo) frequentato piuttosto dagli uomini di lettere e dai banchieri. Fra le diverse attrattive ha anche una preziosa biblioteca di vecchi manoscritti mandarini.
Gli ingressi delle fumerie sono chiusi e velati da una portiera. Nessuna luce e nessun rumore filtrano al di fuori. Sembra d'essere in un tranquillo quartiere di lavoratori, gi profondamente addormentato alle undici di sera, mentre siamo nel grande quartiere dei bagordi di Cholon, precisamente nella strada delle "case di sogno" che  tagliata in due dalla strada delle "case di t". I gialli amano circondare l'oppio e l'amore di mistero e di silenzio, perch lo spirito di coloro che si recano a queste botteghe di illusione abbia il tempo di predisporsi ai riti millenarii e nell'uscire non sia colpito troppo brutalmente dal tumulto della vita esteriore.
I gialli sono simultaneamente poeti e... positivi, sono soprattutto grandi psicologhi anche nel commercio dei godimenti. Un jazz-band accanto ad una fumeria urterebbe il loro senso poetico e pratico, come una bettola accanto ad una chiesa. Le stesse "case di t" non hanno nulla a che vedere con i locali affini di Europa. Sono piccole pagode della volutt deificata, nascoste in genere fra i fiori e le piante, in un vicolo buio che d la sensazione d'essere appartato dal mondo.
L, le cortigiane cinesi accomodate come idoli, il viso di bambola dipinto secondo una maschera millenaria, ricevono gli uomini con cerimoniosa dignit, dando ad ognuno l'illusione di essere un mandarino od un principe da leggenda. La loro missione non  di agire direttamente sui sensi con la procacit della carne, ma di suggestionare il cervello con una messa in scena che ricostruisce le visioni fantasiose dei poeti e degli artisti della razza. Esse sono semplicemente i personaggi dello scenario.
Nelle pi eleganti case di t di Cholon, di Canton, di Scianghai, chiuse agli stranieri ed ai marinai di passaggio, l'occidentale che riesce eccezionalmente a penetrarvi, rimane colpito dalla bizzarria di quelle bambole ieratiche che se ne stanno mute sugli alti scanni di lacca contro i fondi violenti delle pareti, impacchettate dentro pesanti stoffe a ramaggi d'oro, cariche di monili e di vezzi, sovente adorne di una tiara imperiale o di una mitra d'Oriente, in mezzo ai mostri delle tappezzerie ed ai draghi dei paraventi.
Cristallizzate in atteggiamenti ed in costumi che non hanno mai variato durante i secoli, esse non sono pi, pel cinese, delle semplici donne, ma i simboli eterni della lussuria gialla, le incarnazioni tangibili dell'idea di volutt.
Noi guardiamo senza emozione, quasi con ripulsione fisica, quelle maschere straordinariamente pallide che fanno pensare al mondo dei morti, quei fantocci dorati che paiono fatti di paglia e di stracci. La sensualit cinese si eccita invece. Per questa razza vecchissima, spossata da abusi e da raffinatezze centenarie, la volutt non  tanto un amplesso di carne quanto la possessione di una immagine di bellezza.
Gli idoli si spogliano... Offrono in silenzio con gli ori e con le sete, senza parole e senza baci, il possesso impossibile d'un fantasma plasmato dai secoli!
- Perch le case sono tutte d'un sol piano? Bazzicano forse i terremoti anche in Cocincina?
- Niente terremoti - ci spiega l'amico cinese - ma noi "celesti" non amiamo le case alte. La tradizione vieterebbe assolutamente di costruirne, per nel quartiere degli affari le necessit del commercio dettano legge per noi. Secondo la credenza dei nostri padri le case troppo alte intercettano i soffi del feng-cui, cio le anime degli antenati che vivono in mezzo alle genti. Anche l'uso dei paraventi che voi vedete nei nostri appartamenti in ogni stanza, accanto ad ogni porta, intorno ai letti ed alle scrivanie, obbedisce alla medesima credenza: sbarrano il passo agli spiriti cattivi, i quali non possono avanzare che in linea retta.
Sempre, quando un cinese, anche moderno, accenna alle usanze nazionali lo fa con dignit, senza il fanatismo istintivo dei mussulmani e senza il sarcasmo degli orientali verniciati di civilt. Il nostro amico, che  alla testa di una grande azienda nel vortice degli affari, in continuo contatto con gli uomini di occidente, educato anzi egli stesso prima a Parigi poi a New-York, non posa mai a spirito superiore. Mai una parola od un sorriso hanno l'aria di commiserare i suoi congeneri. Ne parla con semplicit e con naturalezza, senza lasciar trasparire se anch'egli condivida quelle credenze ed osservi quei riti.
Del resto in Cina ed in Giappone il culto degli antenati  tanta parte dello spirito delle genti che nessun giallo riesce a sottrarsi alla sua influenza. L'atmosfera dell'Estremo Oriente  come ispessita dalle emanazioni del passato, carica dei fluidi invisibili di miliardi di morti immortali che continuano ad agitarsi in mezzo ai viventi.
Nelle case dei cinesi pi impregnati di civilt occidentale, dei rivoluzionari stessi, degli anarchici, dei bolscevichi, dei sun-senisti, che negano tutto il passato, dei futuristi di As-k, non manca mai l'altarino degli antenati. I bastoncini d'incenso bruciano perennemente in tutta la Cina e nelle sue appendici dinanzi alle tavolette degli Avi. Sono forse trecento milioni di tabernacoli dorati nei quali le divinit tutelari della razza - i padri - ricevono l'omaggio quotidiano d'una fede quadrimillenaria che  l'essenza stessa della Cina. Il passato  pi grande del presente, pi incombente del futuro. Il peso dei morti schiaccia le spalle dei vivi. La saggezza paralizza con la sua maest intangibile gli innovatori pi audaci.
Il fardello formidabile della sua civilt antichissima ritarda il passo della Cina ma le impedisce di scantonare per ve traverse. La razza procede lentamente dentro i solchi millenarii, contemporanei di Ninive e di Babilonia, obbedendo come una famiglia d'insetti agli istinti ereditarii.
In ci  la grande debolezza dell'Asia gialla, ma anche la sua invincibile forza. La nostra civilt non interessa gli uomini dagli occhi obliqui che per quel tanto di comodo che pu aggiungere alla loro vita materiale: telefoni, comunicazioni, ferrovie, ritrovati scientifici: per tutto il resto, per tutto ci che  dominio dello spirito, essi hanno gli occhi costantemente ritorti verso il loro passato, nel quale, secondo loro,  riposta la somma saggezza dell'esperienza umana.
Ci considerano giovani, impulsivi, primitivi, "barbari", idolatri dell'Oro e della Macchina, ancora in ritardo nel cammino verso la Saggezza, la quale disdegna i "mezzi della vita" mirando esclusivamente ai suoi "fini".
Prima di entrare in una fumeria d'oppio - non per fumare una pipa, ma per contemplare nell'intimit il mondo giallo - bisogna pensare a questa civilt che ha raggiunto diverse grandi tappe prima della nostra, che ora sembra in ritardo forse perch ha continuato a camminare per altre vie, scegliendo altri obiettivi ed altri ideali.
L'oppio stesso che per noi rappresenta un morboso pervertimento dei sensi, od un farmaco vigliacco per sfuggire alle dure realt della vita,  pel cinese tutt'altra cosa:  la soggezione completa della carne al dominio sovrano dello spirito, ottenuta temporaneamente mediante un artificio che diminuisce le forze dell'una e centuplica la potenza dell'altro:  la congiunzione d'una anima ancora prigioniera dell'involucro terreno, col mondo delle anime gi libere che sono ritornate nei fluidi del Creato.
I Buddha obesi, dal sorriso stupido che col loro grasso da eunuchi urtano il concetto della divinit umanizzata che noi ci siamo formati sullo scheletro piagato del Golgota, sono in armonia con l'essenza di questa civilt che consiglia la passivit, la rinunzia, la rassegnazione, l'assorbimento dell'anima individuale e transitoria nell'Essere collettivo ed eterno.
I draghi che digrignano i denti sui tetti delle pagode e sui cornicioni delle case, i mostri che si contorcono buffonescamente sugli stendardi delle "congregazioni", le chimere che minacciano sulle stoffe e sulle porcellane, gli spauracchi che perpetuamente tormentano i sogni dei gialli, non ci fanno pi ridere se per un momento riusciamo ad immedesimarci nello spirito cinese fino a sentire la presenza delle influenze malefiche d'oltre tomba che perennemente insidiano l'umanit miserabile.
Allora la fumeria d'oppio cessa di essere un lupanare dorato di Estremo Oriente, nel quale la curiosit occidentale cerca il sapore di una droga che non  fatta per noi o magari l'ebbrezza di una esaltazione artificiale che non  in armonia con lo spirito della nostra civilt. Diventa ci che veramente  pei cinesi: il tempio d'una filosofia, la cripta delle pagode di Buddha e di Confucio riservata agli asceti ed ai mistici.
Come noi siamo costretti a riconoscere la aristocrazia, la nobilt e la grandezza di certe manifestazioni del pensiero e dell'arte cinese - un postulato di Confucio, per esempio, un assioma di Lao-tz, il codice del Samuray, le sculture monumentali cinesi delle epoche Tsin e Tang, i bronzi meravigliosi del monastero di Cugui, le lacche, le porcellane, gli smalti e gli avorii della Cina Song - cos noi non possiamo giudicare con la nostra morale cristiana e con la nostra filosofia occidentale l'uso dell'oppio, ma dobbiamo aggiungere il terribile miele di papavero a tutto quanto di strano, d'incomprensibile e di paradossale ci mostra l'Estremo Oriente.
Dobbiamo pensare che nel momento in cui un cinese si sdraia accanto alla piccola lampada e prende in mano religiosamente il cannello di bamb, egli  convinto, nel profondo della sua coscienza millenaria, di spogliarsi della sua umanit materiale per ascendere temporaneamente le vette altissime del pensiero. Egli  persuaso di giuocare un tiro alla divinit violando, per le propriet magiche della droga, alcune delle barriere che limitano la potenza umana.
Lo slancio non  il medesimo nel povero coolye e nel colto mandarino, ma la nobile illusione  la stessa. Ogni fumatore s'immagina di diventare meno carnale e meno terrestre, di sciogliere lo spirito dal carcere umano della materia corrompibile, di schiudere al cervello le porte della prigione cranica, d'accostarsi al Dio immergendo la sua piccola anima nella grande anima del T, del Tutto!
Una lenta preparazione ereditaria lo predispone a questa formidabile auto-suggestione nella quale si dissolvono i suoi rancori, le sue preferenze, i suoi stessi dolori personali. Durante l'estasi egli si sente non solamente pi alto, ma anche immensamente pi buono: se  umile e povero confonde in una unica tenerezza i grandi ed i ricchi della terra, se  potente e milionario si sente fratello dei servi e dei pezzenti. Non esistono pi per lui n cattivi n buoni, n parenti n nemici, n cinesi n stranieri; l'umanit intera  una sola famiglia di infelici che aspetta rassegnatamente il momento della suprema liberazione.
E tale  la potenza della sua suggestione che quando, alla lunga, il corpo incomincia a risentire gli effetti della terribile droga, nonostante l'abitudine ereditaria, fino all'indolorimento fisico della cassa toracica prossima allo schianto, il fumatore arriva a godere, durante l'estasi, dello stesso suo disfacimento come d'una vittoria progressiva dello spirito sulla carne, a seguire con volutt il torpore mortale che pian piano sale dalle membra lungo il filo della schiena verso la nuca intossicata, a sentire, nelle vie del corpo, il cammino inesorabile della morte che avanza.

Visto dall'esterno il circolo del Kong-u-siu-Chiu  una bicocca di piccole proporzioni e di modesta apparenza. All'interno numerose sale arredate con sontuosit principesca sono allacciate da lunghi corridoi che evidentemente congiungono la casupola ad altre caserelle finitime. Nessuno sospetterebbe dal di fuori l'esistenza di locali cos ampi e sfarzosi. Io non contavo di trovare pi d'una stanza e mi trovo in un palazzo incantato d'Estremo Oriente.
Vasi, tappeti, lacche, smalti, paraventi, ventagli di seta dipinta, porcellane, avorii lavorati come pizzi, ferri battuti trattati come ricami, intarsi, incrostazioni, filigrane, cuoi bulinati, mosaici di vetro e di madreperla, tutti i miracoli della pazienza umana e le fantasie di un buon gusto raffinatissimo concorrono ad adornare d'una eleganza bizzarra, ma estremamente fine, il circolo dei banchieri e dei letterati di Cholon.
Gli ospiti vestiti di seta, con un'armonia di linee e di tinte che si afferma nei pi minuti particolari, sono perfettamente intonati all'ambiente.
Ve n' che leggono, altri che guardano il soffitto come aspettando qualcuno, altri conversano tranquillamente fra loro o prendono il t in microscopiche tazze di bambola o carezzano con gli occhi una donna vestita da idolo senza toccarla.
I gesti sono lenti, compassati, cerimoniosi, pieni di grazia; flebili e flautate le voci, furtivi i passi e quasi guardinghi, femminili i movimenti delle mani e dei ventagli, artistiche e quasi ricercate le pose, tutto regolato e misurato da una legge misteriosa di raffinata armonia.
Non tutti fumano. Molti riservano la droga per giornate speciali di abbandono, ma vengono ugualmente al club per respirare un po' d'atmosfera dell'ambiente, per sentire l'odore formidabile del quale non possono pi fare a meno, per riposare lo spirito nella compagnia dei "fratelli", in quanto l'oppio fa dei suoi adoratori di una specie di famiglia i cui membri, che secondo l'Uai-Lung-Vang sono figli dell'Oppio, si sentono apparentati in un mondo ideale senza distinzione di razza, d'educazione e di psicologia.
Le sale riservate ai fumatori sono appartate dalle altre. Le portiere sollevate permettono di guardare dentro gli ambienti tiepidi e fumosi.
I fumatori sono sdraiati sulle stuoie, col capo sugli sgabelli caratteristici di lacca che sostituiscono in Cina i nostri cuscini. Ve ne sono di vestiti, di discinti, d'interamente nudi: di grassi e di scheletrici, di giovani e di decrepiti. Le grandi lampade di seta gialla e violetta sospese ai soffitti danno alle carni nude la colorazione lucida del vecchio avorio, con riverberi azzurrognoli, con riflessi di maiolica, con ombre e chiaroscuri indefinibili.
Nella luce incerta i corpi rilasciati ed immobili hanno un abbandono cadaverico. Certi lobi d'orecchio quasi trasparenti sembrano appendici artificiali di madreperla: certe congiunture scarnate e cordacee fanno pensare a mummie diseccate chimicamente: certi occhi aperti sulle voragini dell'estasi hanno la fissit spaventosa della morte.
Dove i fumatori sono ancora alle prime pipe, i corpi conservano maggiore scioltezza parlando fra loro sommessamente.
Donne nude e donne vestite disimpegnano il servizio della fumeria. Le prime adagiate accanto ai fumatori preparano le pipe ed il t verde dell'Yu-nam, il famoso gnoc-d di Cholon, nel quale  infuso una goccia d'oppio indiano. Le seconde infagottate nei broccati, cariche di collane e di gioielli, restano sedute sugli sgabelli contro le pareti, immobili e taciturne come statue. Il loro compito  di offrire ai fumatori un punto di partenza nei loro sogni ed un punto di appoggio per le loro fantasticherie. I costumi riproducono esattamente quelli delle dinastie imperiali pre-mongoliche. I visi delle une e delle altre sono identici, copie conformi di una bambola dipinta fabbricate a serie da una macchina misteriosa, e quest'uniformit di volto fra gli idoli d'oro e le femmine nude  d'un effetto sconcertante, impossibile a dirsi.
Se talvolta una carne geme d'ebbrezza nessuno fa caso alla fragilit dei sensi. Convenienze e pudori non hanno significato per i devoti dell'oppio.
Accanto ad ogni fumatore arde la piccola lampada sulla quale le serventi liquefanno la droga. Nel silenzio assoluto si sente il cigolo aspro dell'oppio che stride sulla fiamma come un tarlo instancabile.  un ronzo continuo, un fru-fru d'ali di falena su un vetro invisibile.
L'oppio satura l'ambiente della sua vaporosit torbida e dolce. Le pareti, le tende, gli oggetti, le carni stesse sono impregnate del suo sentore potente.
A volte una donna-idolo si stacca come una sonnambula dalle pareti, si curva a prendere una pipa facendo tintinnare i vezzi di giada e di cristallo, l'aspira solennemente, resta un momento in piedi avvolta nella nuvola dorata, poi silenziosamente ritorna al suo posto e riprende la sua immobilit statuaria.
Altre volte  una delle serventi nude che si solleva sui ginocchi per eseguire la medesima operazione. La piccola lampada dell'oppio investe la parte inferiore del corpo in una luminosit gialla a riflessi d'oro, mentre il grande lampione proietta sul viso e sul torso un lividore smorto. Allora le piccole donne rassomigliano fantasticamente a quei ninnoli di avorio o di giada nei quali ignoti artisti portentosi sintetizzano i gusti e le fantasie della razza...
A quest'ora molti hanno sospeso di fumare. Sono gi nel regno dei sogni e delle chimere, dei miraggi e delle visioni: in un mondo nel quale noi non possiamo avventurarci anche volendo perch  tutto dominato da una filosofia che  irriducibilmente in contrasto con gli atteggiamenti ereditarii del nostro spirito.
Anche volendo noi non possiamo eliminare dai nostri sogni l'Occidente del quale siamo parte, le forme e le tendenze della nostra civilt operosa e conquistatrice, i concetti che ci siamo formati dell'amore, della famiglia, dell'ambizione, della gelosia, delle virt e dei vizi umani attraverso la lenta evoluzione dei nostri padri.
Quanti fumatori d'oppio europei ho interrogato m'hanno sempre confessato che le loro estasi tendono fatalmente verso l'incubo. Abituati al rombo dei direttissimi lanciati attraverso le campagne, alle corse di cavalli e di automobili, alle battaglie dello sport e della politica, alla glorificazione dell'emulazione umana nella quale  la sintesi del nostro progresso, all'incessante lotta occidentale per la conquista dell'individuo e della collettivit, forgiati in un modo speciale dall'impronta dei secoli che furono e che portiamo dentro di noi per la concatenazione misteriosa dei protoplasmi, uomini d'altra razza, d'altra matrice, forse, chiss, d'altro spirito, noi non possiamo seguire i gialli nel paradiso artificiale delle loro ebbrezze. Ci sporchiamo semplicemente la bocca, ci avveleniamo il corpo, stravolgiamo il nostro cervello con acrobazie di demenza.
Ogni qualvolta ho avuto occasione di vedere fumatori d'oppio occidentali durante l'azione della droga, ho riconosciuto, nelle loro faccie sconvolte e nei loro occhi stupidi, lo stesso intontimento bestiale dell'alcool.
Nel guardare invece questi uomini d'Estremo Oriente che maneggiano elegantemente con le loro dita affusolate d'avorio le pipe terribili, queste figure d'ambra chiara, di porcellana lucida e di pergamena rugosa che paiono illuminate da una luce interiore, ho la medesima impressione di infinita beatitudine che emana dai grassi Buddha delle pagode.
Che cosa vedono i gialli? Che cosa sentono? Immaginano forse di essere sui troni imperiali delle dinastie scomparse nella polvere dei secoli? D'essere a colloquio con le forze soprannaturali che hanno macerato la razza antichissima nel ritmo dei millenni!? Di stemperarsi nell'etere divino donde scaturiscono e dove si riassorbono gli enigmi e le magnificenze del creato? Perch tutti i loro pi grandi poeti cantano il paradiso dell'oppio come il vertice supremo della beatitudine? Perch tutti i loro saggi attribuiscono alla piccola lampada che avvelena il potere di massimo sole illuminante la stirpe? Perch tanti sommi artisti hanno consumato gli occhi e l'ispirazione a cesellare con mistico ed appassionato amore, le fragili pipe dispensatrici di morte? Perch? Perch?....

Due fumatori gialli m'hanno fatto le loro confidenze. Aspetto d'interrogare domani o dopodomani il lustrascarpe del mio albergo che da venti anni trascorre la vita in un bugigattolo in compagnia della lampada misteriosa, per penetrare la prossima volta, insieme con voi, nel mondo cinese dei sogni.

Confidenze di fumatori

CHOLON, 11 maggio.

Il primo fumatore lo chiameremo per comodit Ting.
 un mercante cinese ricco a milioni che dalla sua scrivania di lacca rossa intarsiata a draghi e marionette d'oro dirige un esercito di impiegati e di agenti sparpagliati in tutta la Cocincina, fino nel lontano Tonkino e nel Laos misterioso.
Impresta denaro ai contadini annamiti perch possano seminare il riso, e fra un raccolto e l'altro fornisce loro a credenza tutto ci di cui hanno bisogno, dalle pentole d'alluminio tedesco, al pigiama di seta ricamata, dai pescetti secchi del lago To-l, all'oppio profumato di Benares. La banca di Ting  una provvidenza per le campagne dell'Annam! Quando  la festa del Dragone, quella del Serpente-Re, o del T, o del Keng-Fui, Ting pensa ai suoi poveri clienti annamiti che hanno bisogno di piastre per solennizzare le ricorrenze nazionali secondo i riti come si conviene ad un "perfetto nipote" del grande Giao-k.
Ting  grasso, tondo, lucido, untuoso, cerimonioso, sorridente. Ting parla francese, inglese, annamita, tonkinese, i dialetti del sud e del nord, gli idiomi del Laos e del Camboge. Quando il governatore generale di Saigon offre un ballo per festeggiare la presa della Bastiglia, od il Milite Ignoto di Verdun, non dimentica mai d'invitare l'eccellente Ting il quale fra le altre cose  il Capo d'una "congregazione", presidente di un circolo, commendatore del Dragone e dell'Elefante, cavaliere della Legione d'Onore per i servizi resi all'Intendenza dell'Indocina durante la guerra.
Ma Ting  un cinese che fuma l'oppio, cio un uomo che una volta o due alla settimana dimentica le risaie, i conti correnti con le Banche, le dodici societ anonime delle quali  amministratore-delegato, per rifugiarsi nel paradiso dei suoi padri. Allora Ting  un altro. Fino alla quindicesima pipa sorride diplomaticamente senza sbottonarsi, fra la quindicesima e la venticinquesima, chiacchiera come una macchinetta, dopo la venticinquesima sogna ad occhi aperti e non parla pi.

- Dimmi, Ting,  veramente cos dolce l'oppio? Che cosa vedi Ting? Che cosa senti? Perch una fiamma gialla s'accende nei tuoi occhi di vetro? Immagini d'essere non il re del riso di Cholon ma il re di tutti i mercati, di tutte le Banche e di tutte le ricchezze del mondo?
- Straniero, tu non capisci niente. Non  colpa tua ma non puoi capire niente perch la tua razza  ancora all'infanzia. I nipotini non afferrano mai i discorsi serii dei grandi. L'oppio che illumina il cervello dei gialli oscura ancora di pi quello dei bianchi che gi brancolano nelle tenebre. Ting il mercante  rimasto laggi nella stanza nera ed oro, dinanzi alla scrivania rossa intarsiata a draghi e marionette. Qui la mia anima risale il corso del tempo attraverso i morti nei quali ha abitato, fino al pi grande di tutti l'imperatore Chi-Ma-Song. Io sono l'imperatore Chi-Ma-Song! L'oppio riconduce il mio spirito indietro nei secoli fino all'epoca in cui il mio spirito d'oggi faceva parte dell'anima imperiale di Chi-Ma-Song. Ed intorno ad essa si riuniscono gli spiriti delle genti con le quali aveva l'abitudine di conversare.
- Ma noi siamo nella fumeria di Kong-hop, Ting, ed intorno a noi non c' anima viva...
- Poveretto! Io sono gi vuoto, leggero, gassoso. La tua voce mi sembra ora lontana. Tu parli della terra mentre io sono gi distante. Il miele nero ha fatto affiorare alla superficie della mia carne il fluido dell'esistenza e l'ha messo in contatto con gli altri fluidi che sono stemperati nell'aria. Sai perch l'anno scorso ho rovinato Cing e Tao-l che volevano ridurmi alla miseria? Perch l'Imperatore Chi-Ma-Song mio trisavolo che  in me, ha preso in quell'occasione la direzione del mio spirito e l'ha guidato nella battaglia, cos come aveva l'abitudine di mettersi alla testa delle truppe imperiali e di conquistare le provincie dei mandarini ribelli. Ting si rovina, dicevano alla borsa di Cho-lon! Ting ha perso la testa, sussurravano al mercato di Saigon! Io obbedivo invece ad istruzioni che venivano di lontano, dal cervello infallibile del mio grande avo. Le giunche cariche di riso si affondavano nei canali. I magazzini colmi di riso si bruciavano. Dal Tonkino scendevano i venti avvelenati del Keng-Fui a distruggere le nuove semine. I giapponesi volevano riso, i francesi volevano riso, gli inglesi telegrafavano da Bangok e da Rangoon. Ma nessuno ne aveva. Ting aveva comperato tutto e Ting ha vinto perch i trisavoli dei miei concorrenti Cing e Tao-li erano semplici mandarini di terza classe ai quali l'imperatore Chi-Ma-Song faceva fare ci che voleva.
- Continua Ting.
- Tu credi che io fumi l'oppio perch mi piace l'odore della droga o perch mi piacciono le piccole donne nude che preparano le pipe appoggiando i cannelli di giada sui loro seni di albicocca? A me le donne non dicono niente, giovane straniero ignorante, e la pipa  sovente amara al palato come la foglia avvelenata dello strofanto. Ma se io non fumassi l'oppio le anime dei miei padri s'aggirerebbero intorno a me senza che io fossi in grado di ascoltare le loro voci d'oltre tomba. L'impermeabilit del mio corpo impedirebbe alla coscienza di percepire i soffi degli altri spiriti. L'oppio allarga i pori, allenta i tessuti, dissolve i liquidi connettivi delle ossa, schiude le porte della prigione di carne, permette al mio essere di corrispondere con le "influenze" degli antenati, di far tesoro della loro esperienza millenaria, d'approfittare della luce dei loro occhi che hanno visto le cose dei secoli. A volte...
- Perch ti fermi, Ting?
- A volte i padri mi ricevono nel loro cenacolo in mezzo alle steppe, ai laghi ed agli acquitrini della grande pianura del Mezzo. Non ti dico il nome della citt perch non ti direbbe niente, giovane straniero ignorante. Ti basti sapere che un tempo, quando Londra e Parigi erano ancora quattro capanne abitate da selvaggi, essa comandava a cento milioni di sudditi. Tre muraglie, una grigia di granito, una rossa di porfido, una nera di ardesia, la proteggevano dai nemici e dai curiosi. Nel mezzo sorgeva un giardino meraviglioso di ibischi e di fiori di loto con un lago celeste nel quale si specchiava un castello. Le torri di porcellana avevano la colorazione delicata dei cieli mattutini. L abitava il mio arcibisavolo, l'imperatore Chi-Ma-Song. Ora il castello  abbandonato dagli uomini. Lo abitano solo gli spiriti di coloro che vissero dentro le sua mura. Visto dal di fuori il giardino sembra una foresta selvaggia ma sotto l'ammasso delle foglie si perpetuano le meraviglie del passato. Siccome una piccola parte dell'anima di Chi-Ma-Song  in me, anch'io ho libero accesso al luogo quando il mio spirito pu, grazie all'oppio, irradiarsi in distanza. Ci riuniamo l sulle stuoie antichissime sotto i parasoli screziati digemme. La folla sterminata dei cortigiani e dei servi che ci adorarono in vita si raccoglie prosternata a venerarci ed a bruciare i bastoncini d'incenso. Una pace inesprimibile regna nel santuario imperiale. E le parole dei presenti, magnificate dalla sapienza dei secoli, sono come goccie concentrate di saggezza...
Ting s'interrompe un momento, si china sulla lampada ad aspirare d'un sol fiato la venticinquesima pipa, resta cos qualche minuto con la bocca semiaperta e le narici ansanti, a gustare il fumo dolce e grasso che tarda a svanire. Poi riprende a parlare con un piccolo nodo nella lingua.
- Non solo i morti ma i futuri si riuniscono al castello. L'ieri ed il domani non hanno segreti per me. I principi dei secoli che furono lasciano le loro tombe di granito, vigilate dai draghi e dalle tigri, per far corona al vecchio imperatore. I principi dei secoli che verranno, convengono dalle lontananze dell'universo a tener compagnia ai predecessori...
- Dei secoli che verranno?
- S, quelli che ora sono in parte dentro di noi, di noi mercanti di riso e di coprah che lavoriamo ad ammassare ricchezze perch i nipoti guerrieri trovino i mezzi necessari alla riscossa del Drago di Cina!
E Ting non parla pi. Lo interrogo ma non risponde. Lo scuoto ma non se n'avvede. Evidentemente, dopo la venticinquesima pipa, il suo spirito  partito per la citt delle tre muraglie ed ora conversa coi saggi della corte imperiale.

Il secondo  Long, di professione lustrascarpe onorario dell'hotel de France.
Durante trent'anni Long ha imbiancato col gesso di Spagna le scarpe coloniali di migliaia e migliaia di passanti - funzionarii, soldati, preti, marinai, mercanti, banditi - sopportando con filosofia annamita le loro insolenze, aspirando l'odore dei cuoi umidi e dei piedi sudati, studiando la psicologia delle genti sulla sensibilit dei calli e sull'impazienza delle caviglie.
Poi, diventato troppo vecchio, sarebbe stato cacciato via come un cane rognoso se non avesse avuto l'onore di essere stato in giovinezza boy del primo governatore francese dell'Indocina, Francis Garnier. La Repubblica riconoscente ha interposto i suoi buoni uffici presso la direzione dell'albergo perch non fosse condannato al vagabondaggio chi aveva avuto indirettamente una parte cos importante nella organizzazione dei possedimenti francesi d'Estremo Oriente attraverso le calzature del grande Governatore! E l'albergo, lieto di poter aggiungere alle sue benemerenze ufficiali, anche l'esclusivit del leggendario lustrascarpe, gli ha accordato, vita natural durante per decisione del Consiglio d'Amministrazione, una specie di colombaia al livello del tetto e due piatti di riso cotto alle ore della table d'hte.
Il riso e il casotto bastano a Long, il quale da buon annamita non ha molti desideri, per l'oppio bisogna che se lo comperi, non avendo la direzione dell'albergo creduto di spingere la riconoscenza coloniale fino all'appannaggio di cinque franchi settimanali.
Long ha un corpo interminabile, scheletrico, tutto ossa e pelle. L'epidermide del viso ha assunto con gli anni, l'aspetto di una vecchia pergamena raggrinzita: gli occhietti obliqui sono diventati ancora pi obliqui, quasi danno l'impressione d'essere addirittura inarcati all'ins. Mani e piedi hanno la finezza aristocratica delle genti dell'Annam.
Le verit fondamentali del Tao-T-King non hanno segreti per Long fino alla trentesima pipa. Dopo, la poesia lo trascina sulle sue ali di farfalla attraverso gli azzurri. Fra una fantasticheria e l'altra Long dipinge col pennello su lenzuoli di carta-seta le produzioni del suo estro: in inchiostro nero le meditazioni sull'amore, in inchiostro grigio quelle sulla politica, in inchiostro rosso le meditazioni sulla morte. Dall'alto della sua piramide filosofica Long giudica gli uomini e le cose del mondo intero.
- A che pensate, Long?
- Al denaro!
- Avete forse bisogno di qualche cosa? Non avete pi oppio, pi inchiostro, pi carta di riso?
- La lampada  accesa, il barattolo  pieno di miele. Le mie parole erano senza malizia. Pensavo quanto siete imbecilli voi occidentali a crearvi tanti grattacapi e tanti dispiaceri per un po' di vanit o per un pugno di piastre.
- Avete scritto versi, stamane, Long?
- No. Cinquanta pipe non sono state sufficenti a sgombrare il cervello dalle nebbie che l'intorbidivano. Avrei bisogno di chiarezza perch ho avuto stanotte una visione incantevole.
- Racconta, Long.
-  impossibile. Se potessi raccontare sarei capace di scrivere. La carta invece, vedi,  bianca. Poi la lingua di questi francesi non si presta per cesellare il pensiero. Neppure il linguaggio degli zii cinesi pu gareggiare con la dolcezza dell'annamita.
- Racconta lo stesso, Long.
- Ero in un giardino di nenufari e di frangipane attraversato da un canale. I fiori di loto non sbocciavano a fior d'acqua ma si ergevano alti su lunghissimi steli d'argento. Il vento soffiando sugli steli ne estraeva un'armonia dolce e sommessa, dolce come il bacio della donna amata, sommessa come il respiro delle foglie nelle notti senza soffio. Io ero in un "sampan" dell'Annam, di quelli che non si costruiscono pi, tutto di legno di tek macerato nella rosa e nell'oppio. E pian piano, dinanzi ai miei occhi illuciditi dall'oppio, il paesaggio meraviglioso si  trasformato, svelando la sua essenza interiore. I petali dei fiori di loto, agitati da un brivido divino, hanno incominciato a fremere, a muoversi, a gonfiarsi, a diventare guancie, occhi, orecchie, fino ad assumere completamente la fisonomia delle donne che in quelle corolle vivono fugacemente un giorno o una primavera, aspettando che la loro anima, a poco a poco, si spenga a forza di vivificare quelle delle loro discendenti. Ed erano volti bellissimi, tutti eguali, bianchi come l'avorio, con le ciglia unite e le bocche scarlatte spennellate di sangue. Attraverso la trasparenza degli steli d'argento s'intravedevano i loro corpi pregni di latte e di fragola, procaci ed immateriali nel medesimo tempo. Poi...
- Poi?
- Ad un tratto vidi tutti quei fiori umani prosternarsi fino a nascondere le bocche di sangue nell'acqua di smeraldo. Il soffio degli aliti increspava il canale. E nel mio "sampan" balen un raggio di sole, un raggio bianco-rosa di prima aurora che non si capiva donde scaturisse perch tutto intorno era tenebra fonda. Quel raggio era una donna. Non la vedevo, ma la sentivo! Per le virt dell'oppio che affina l'intuito e sviluppa la sensibilit penetriamo i misteri dell'universo. Ogni cosa ha un'anima, solo noi non ce ne accorgiamo. L'oppio ci fa capire il pianto della seta quando si strappa, l'urlo della porcellana quando si rompe, il lamento dell'oggetto che casca e si fa male, il solletico d'un mobile laccato quando ci si passa su il polpastrello, la carezza d'una stoffa, il sorriso d'una tenda... Quel raggio era vivo. Riconoscevo la carezza tiepida e sapiente della mano femminile sulla mia carcassa di cartapecora, il solletico dei suoi riccioli sulle mie guancie avvizzite, il delizioso contatto della sua bocca fresca e calda ad un tempo sulle mie gengive senza denti, fresca come acqua di sorgente, ardente come la fiamma che morde l'oppio e l'obbliga a consumarsi. La sua giovinezza invisibile possed le mie ossa decrepite. Io ero tutto una delizia e tutto un dolore. Negli steli d'argento dei fiori di loto i corpi fremevano e fremevano partecipando alla nostra gioia. Le bocche recline sull'acqua giuocavano con l'onda di smeraldo. La musica del creato cullava il nostro godimento.... Si sentiva il sussurro dei pianeti roteanti nello spazio... il sibilo delle stelle che solcavano l'infinito... il bruso delle anime vaganti e dei fiori morenti... il ronzo dei cervelli che pensano nel sepolcro dei teschi... Prima col sapone, poi con le spazzole, puliamo bene, lucidiamo bene, io primo lustrascarpe dell'Htel de France, io primo boy di signor Garnier... io Long, vecchio Long, sposo di fate, poeta dell'Annam...
Un filo di bava cola dalla bocca sdentata nell'incavo dello sterno spaventoso.

Il terzo personaggio  una piccola "conghai", una delle tante che nelle case di t aspettano gli uomini.
 giovane, quasi bimba, ma fuma l'oppio, perci ha l'anima vecchia, quasi decrepita.
La chiamano Mi-bh.
Nipote d'una danzatrice della corte di Hu, figlia di una cortigiana delle case di Cholon, Mi-bh  stata educata da piccola per fare la bambola di amore, amare nessuno e tutti, non avere cuore, essere solo un corpo infagottato e dipinto, una bocca che bacia e che sorride.
- Perch fumi, Mi-bh?
Perch l'oppio  la sorgente della virt. Dopo tre pipe, ripeto la domanda: Perch fumi, Mi-bh?
- Perch mi piace la Montagna!
Ancora una pipa, un'altra, un'altra ancora. La bocca dipinta lascia un cerchietto rosso sul cannello di bamb.
- E che cos' la Montagna, Mi-bh?
- Tu non conosci la Montagna ed anche io non l'ho mai vista la Montagna laggi nel fondo dell'Annam, dov' nata mia madre, dove sono nati e vissuti i miei padri, dove sarei vissuta anch'io, se al grande imperatore di Hu non fossero piaciuti i seni di susina della madre di mia madre. Ma quando ho fumato molte pipe, molte pipe, ed il miele nero mi brucia in fondo alla gola, e mi si chiudono gli occhi pesanti, e quasi mi sento morire, io sento il fresco della Montagna, ascolto il canto delle grandi foglie, il gorgoglo dell'acqua sui sassi lucidi e bianchi, l'urlo del vento che corre e si strappa ai rami forcuti degli alberi maligni...
"... Vedo il mio villaggio con le case di bamb, la pagoda col tetto d'oro che si guarda nel canale, gli uomini della mia razza che coltivano il riso nell'acqua ricamata dalle muffe, le donne che tritano i chicchi nei mortai cantando le canzoni della Montagna. Sono felici quelle donne che hanno un uomo solo, povero e bello, allegro e buono, che torna la sera dai campi a mangiare il riso bianco sulle foglie lucide!...
"... Vedo che un giorno anch'io rinascer ai piedi della Montagna, sar una "niam" di villaggio, assister alla partenza dei cacciatori che vanno a cercare la tigre nelle foreste senza luce, e sceglier il pi bello, il pi giovane ed il pi forte, per farne il mio amore! Andremo insieme lungo i canali di giada, in mezzo ai fiori di loto, sotto gli alberi profumati che si scuotono di dosso i pensieri, nelle ore che il sole pavesa di porpore infuocate i rasi azzurri del cielo, quando i "gong" delle pagode chiamano le genti con la loro voce di velluto a bruciare i bastoncini d'incenso dinanzi alle tavolette degli Avi. Ed io brucier l'incenso dinanzi a me stessa!
"Quando ho fumato il miele di papavero mi par di anticipare la mia vita di domani: vedo quella che sar la mia cai-nha ai piedi della Montagna... vedo i sentieri che passano dinanzi alla mia casa di poi e s'affondano nel verde, sento i passi della gente che tambureggiano sull'erba, il suo passo... Uno stuolo di ibis trasvola sul cristallo azzurro del cielo, limpido ed immenso. La sera  tiepida, d'un tepore umido e stagnante che s'alza ad ondate dalla terra ardente. Ed un profumo dolce naviga nell'aria...".

Mentre la "conghai" parla, lentamente, infantilmente, cogli occhi socchiusi, quasi conversasse con s stessa, il sudore scompone un po' la maschera dipinta del suo viso di bambola. Sotto la vernice porcellanata compare a tratti la patina giallina della razza.
Alle oscillazioni della piccola lampada mi accorgo che il mercante Ting, il lustrascarpe Long e la cortigiana Mi-bh si rassomigliano straordinariamente. Hanno la stessa fronte corta e sporgente, gli stessi pomelli prominenti, le stesse labbra sottili ed un po' tirate agli angoli della bocca, i medesimi occhi obliqui, le stesse pupille di smalto nero che riflettono il vuoto d'un abisso senza fondo.
La somiglianza singolare rivela l'esatta similitudine delle loro anime, scaturite da una polla unica della sorgente umana, nutrite degli stessi pensieri e degli stessi sogni.
Ho gi visto gli stessi volti ed il medesimo sguardo. Dove? Sui paraventi, sui ventagli, nelle tazze, nelle lacche, negli avorii, nelle figure simboliche dei vecchi Saggi d'Estremo Oriente che hanno modellato, con la loro filosofia serena e profonda, la razza e la civilt di queste terre; nei Confuci di maiolica, nei Meng-tz di cartapesta e di cera, nei Buddha di legno e di giada che sotto la fronte corta e sporgente sorridono, sorridono!...
Tre confidenze, tre rivelazioni, tre spiegazioni, forse: il mercante-filosofo, il lustrascarpe-poeta, la cortigiana-onesta: tre sciocchezze, tre bolle di sapone colorate dall'eterna illusione umana.
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FINE Parte 1.